V DOMENICA DOPO PENTECOSTE 27 giugno 2010)

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Alberto Marsiglio

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Jun 25, 2010, 4:17:40 AM6/25/10
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Cari tutti,
vi inoltro come di consueto il commento di don Walter alla liturgia della Parola di domenica prossima.
Buon fine settimana a tutti,
don Alberto

 

V DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Anno C – Rito Ambrosiano – 27 giugno 2010

 

Signore, ascolta la voce della mia supplica

 

Cristo Salvaore tra le potenze angeliche, Icona russa, XV sec.  (attr. Andrej Rublev)

 

LETTURA del libro della Genesi 18, 1-2a. 16-33 - In quei giorni. Il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Quegli uomini andarono a contemplare Sòdoma dall’alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli. Il Signore diceva: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso». Disse allora il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci». Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione.

SALMO 27 (28) - ® Signore, ascolta la voce della mia supplica.

Ascolta la voce della mia supplica, quando a te grido aiuto, quando alzo le mie mani verso il tuo santo tempio. ®; Sia benedetto il Signore, che ha dato ascolto alla voce della mia supplica. Il Signore è mia forza e mio scudo, in lui ha confidato il mio cuore. Mi ha dato aiuto: esulta il mio cuore, con il mio canto voglio rendergli grazie. ®; Forza è il Signore per il suo popolo, rifugio di salvezza per il suo consacrato. Salva il tuo popolo e benedici la tua eredità, sii loro pastore e sostegno per sempre. ®

EPISTOLA di San Paolo apostolo ai Romani 4, 16-25  - Fratelli, eredi si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi – come sta scritto: «Ti ho costituito padre di molti popoli» – davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono. Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne «padre di molti popoli», come gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo – aveva circa cento anni – e morto il seno di Sara. Di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

VANGELO - Lettura del Vangelo secondo Luca 13, 23-29: In quel tempo. Un tale chiese al Signore Gesù: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio».

 

Cari amici e care amiche,

nella luce di quanto ci ha suggerito la Parola di Dio nelle domeniche passate, a riguardo della disobbedienza peccaminosa dei nostri progenitori (Gen 3) e dell’invidia che introduce la morte nel mondo (Sap. 2,23), in questa V domenica dopo Pentecoste (27 giugno 2010), risuona alta e insistente una domanda che nessuno può eludere: io mi salverò? Cosa posso fare per salvarmi?

 

Bisogno di salvezza

 

Colpisce la domanda che apre il brano evangelico: “Un tale chiese al Signore Gesù: ‘Signore, sono pochi quelli che si salvano?’”. Il Vangelo conosce tante altre domande inerenti la salvezza rivolte direttamente a Gesù. C’è il giovane ricco che chiede: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” (Mc 10,17), ma anche Pietro grida a Gesù: “Signore, salvami!” (Mt 14,30), mentre Gli va incontro camminando sulle acque agitate del lago di Tiberiade. E se Bartimeo, il cieco di Gerico, cerca di gridare più forte: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Lc 18,38), il ladro, crocifisso alla Sua destra, prega accorato: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno” (Lc 23, 42).

Forse il senso cristiano della parola salvezza è sconosciuto oggi, ma la richiesta di salvezza risuona ancora con forza. Oggi, più che mai, si avverte con intensità il bisogno d’essere liberati dalle alienazioni che segnano profondamente la nostra condizione umana. Gli uomini sono attraversati da una domanda di salvezza che è come un grido disperato, ha i tratti di una ricerca voluta come un impegno sociale talvolta caparbio. Sin’anche ad assumere la forma di un interrogativo inespresso, come una sorta di non-domanda che si ferma nel cuore. Paolo addirittura coinvolge in questa domanda di salvezza il cosmo intero: “la creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio (...) e nutre la speranza di essere pure lei liberata dalla schiavitù della corruzione (...). Tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto” (Rm 8,19-23).

 

“Chi potrà salvarsi?”

 

Questa domanda evangelica non è generica. Ha un esplicito taglio quantitativo e casistico. Fa  intuire una riflessione articolata. Chiedendo se “sono pochi quelli che si salvano?”, fa capire che sta parlando di una salvezza che non è per tutti, ma solo per alcuni. Per questo si rivolge al rabbi Gesù (“Dio salva”!) per metterLo alla prova.

La questione della salvezza era molto dibattuta nei circoli religiosi giudaici. Per la teologia rabbinica, il popolo d’Israele nella sua totalità avrebbe preso parte al regno futuro, mentre per alcuni gruppi apocalittici, solo pochi si sarebbero salvati. Ma Gesù non entra nella disputa e  non azzarda teorie  su come acquisire la salvezza. Lancia, invece, un appello urgente ed esplicito all’impegno nei confronti della giustizia, servendoSi dell’immagine degli invitati ad un banchetto importante: “sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici!. Ma egli vi risponderà: Non so di dove siete’”.

Dinanzi al giovane ricco che se ne va contrariato della sua proposta ("Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi"), Gesù aveva detto: "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli" (Mt 19,24). Questa parola aveva spaventato i discepoli: "Ma allora, chi potrà salvarsi?" Gesù rispose: "Per gli uomini questo è impossibile, ma nulla è impossibile a Dio". Dio vuole salvare anche il ricco. Il punto non è domandarsi se il ricco si salva,  ma: quale ricco si salva? Come anche il ricco si salva?

 

“La porta stretta”

 

La risposta di Gesù diventa a questo punto provocatoria ed esigente. Anzi, rappresenta un'immagine viva e consueta, per noi, che conosciamo la ressa della folla agli ingressi dello stadio o della metropolitana. Non è una scena di calma quella che si profila all’orizzonte, perché la salvezza tocca una questione urgente e non rinviabile, anche per Gesù, che risponde stroncando ogni falsa sicurezza. Per Lui non esiste un club della salvezza, riservato ai soci. E non Gli basta neppure che siamo convinti dell’importanza e della serietà della questione avviando discussioni intellettuali o teologiche sul perché credere o non credere a Lui. Neppure è sufficiente, per essere salvati, una buona familiarità col vocabolario cristiano o la frequentazione domenicale della cena del Signore. Criterio decisivo per partecipare alla festa della salvezza  è operare secondo la Sua giustizia: “Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Se bisogna ‘entrare per la porta stretta”, Gesù è la “porta stretta” (“Io sono la porta delle pecore” Gv 10,1-14) e a chiunque lo ascolta Egli chiede di lasciarsi abitare dalla Sua stessa fame e dalla Sua stessa sete di giustizia. Solo la pratica di questa giustizia ci salva, introducendoci nella beatitudine di Dio: “Beati quelli che hanno fame e sete della Giustizia perché saranno saziati” (Mt. 5,6)

  

Intercedere la salvezza

 

Il Dio dei cristiani, infatti, è un Dio che salva davvero, prendendosi cura del povero e del debole; è un Dio compassionevole e misericordioso che accorre dove c’è la vittima, le si fa vicino e non l’abbandona nella morte, come ha fatto per amore di giustizia con Gesù, risuscitandoLo da morte. Così Gesù in mezzo a noi ha fatto altrettanto,  passando tra gli uomini salvando le loro esistenze e vivendo l’amore fino all’estremo. Egli è stato risuscitato dal Padre affinchè l’amore di Dio, l’amore che è Dio, vincesse definitivamente la morte. L’evento della Pasqua sigilla la presenza della salvezza autentica: Gesù, trionfando sulla morte, diventa il Kyrios, Signore e salvatore della Chiesa e del cosmo. La declinazione della fede cristiana come fede che salva davvero, oggi non è compresa neppure da molti cristiani, che non osano più credere nella risurrezione di Gesù, nella vittoria dell’amore sulla morte, preferendo pensare alla salvezza come realizzazione di sé, guarigione, felicità da acquisire nell’istante che passa, speranza terapeutica di tutti gli aspetti. Così l’attesa della salvezza si limita a sperare per sé, per la realizzazione dei propri interessi, identificando la salvezza con una promessa personale di vita senza gli altri o persino contro gli altri.

 

Dobbiamo tornare ad implorare da Dio la nostra salvezza. Abramo, nostro padre nella fede, che intercede guardando a Sodoma, per la salvezza anche di un solo giusto, ci incoraggia e ci insegna a pregare senza stancarci mai (Lc 18,1)

 

don Walter Magni

 

 

Parto dallo scritto di una giovane ragazza ebrea, Etty Hillesum, morta ad Auschwitz nel 1943 all’età di ventinove anni. All’inizio degli orrori della Shoah, quando ormai regnava confusione e terrore fra gli Ebrei in Olanda riguardo alla loro sorte, il giorno 11 di luglio del 1942 (quel giorno era Shabbat), ella scrisse nel suo Diario: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». E il giorno successivo, di domenica, ella scrive una lunga preghiera nel suo diario, oltre ad altri pensieri: «Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi... Sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita… E quasi ad ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».

Etty Hillesum scrisse questa pagina quando viveva il difficile passaggio dall’ateismo alla fede e scopriva a poco a poco lo sconosciuto volto di Dio. Ma queste parole, che possono creare sospetto alle menti formate in teologia, contengono una grande verità: Dio vuole farci attenti al nostro prossimo. Dio vuole non solo chiamarci alla solidarietà, la quale è definita come «un accordo generale tra tutte le persone di un gruppo o tra gruppi differenti poiché hanno un comune scopo» (cf. Longman, Dictionary of Contemporary English). Dio vuole molto più di questo, egli desidera un reale interessarsi degli uni per gli altri, un aversi a cuore, ad immagine della cura di Dio per ognuno di noi. Egli è sempre pronto a porre ad ognuno di noi il primordiale interrogativo che fu posto a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?» (Gen 4,9).

Per questo il Signore spesso non mostra il suo volto, ma splende nell’aiuto dato ad un altro. Ciò è chiaramente espresso nella parabola dell’ultimo giudizio, nel vangelo di Matteo (25,31.46), dove il Signore dice a quelli che hanno aiutato il prossimo: «Tu l’hai fatto a me» (25,40). Egli è presente in ogni opera amorevole, in tutti i gesti di perdono, nell’impegno di coloro che lottano contro la violenza, l’odio, la carestia, la sofferenza e via di seguito.

Come dice Sant’Agostino: «Non rattristatevi o lamentatevi perché nasceste in un tempo dove non potete più vedere Dio nella carne. Egli infatti non ti tolse questo privilegio. Come egli dice: Qualunque cosa voi fate ai miei fratelli, l’avete fatta a me». Coloro che hanno il dono dell’intercessione vedono la luce di Dio nel volto di ogni essere umano. In altre parole noi possiamo dire che costoro considerano il mondo come una grande rete di relazioni (nel linguaggio dei computers il web), dove ciascuno è dipendente dagli altri.

Tutto ciò è espresso con forza nelle parole dello staretz Zosima, una delle figure chiave del capolavoro di Dostoevskij, I fratelli Karamazov. Queste sono le parole di padre Zosima: «Amate il popolo di Dio. Noi non siamo più santi della gente del mondo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi fra queste mura, ma anzi chiunque è venuto qui, già per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto in se stesso di essere peggiore della gente del mondo e di ogni uomo sulla Terra… E quanto più a lungo vivrà un monaco fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto. Poiché in caso contrario non valeva la pena che venisse quaggiù. Ma quando riconoscerà non solo di essere peggiore di tutta la gente del mondo, ma anche di essere colpevole di fronte a tutti gli uomini, sulla Terra intera, di tutti i peccati universali e individuali, solo allora sarà raggiunto il fine della nostra unione. Giacché sappiate, miei cari, che ciascuno di noi è colpevole di tutto e per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune originaria, ma ciascuno individualmente, per tutti gli uomini e per ogni uomo sulla Terra. Questa consapevolezza è il coronamento della vita di un monaco e anzi di ogni uomo sulla Terra. Poiché i monaci non sono uomini diversi dagli altri, ma sono soltanto come dovrebbero essere tutti sulla Terra. Unicamente allora il nostro cuore si abbandonerà a un amore infinito, universale, che non conosca mai appagamento. Allora ciascuno di noi avrà la forza di conquistare con il suo amore il mondo intero e di purificare con le proprie lacrime tutti i peccati…»

Ed egli così conclude: «Non siate superbi. Non siate superbi con i piccoli, non siate superbi nemmeno con i grandi. Non odiate chi vi respinge e disonora, chi vi ingiuria e calunnia. Non odiate gli atei, né i cattivi maestri e i materialisti, neppure i malvagi fra loro – per non parlare dei buoni giacché ve ne sono molti di buoni, specialmente ai nostri tempi. Ricordateli così nella vostra preghiera: 'Salva, o Signore, tutti coloro per i quali nessuno prega, salva anche quelli che non ti vogliono pregare'. E aggiungete anche: 'Non per orgoglio ti prego, o Signore, perché anch’io sono un vile peggio di tutto e di tutti…'». (…)

Dostoevskij, ci ha dato nello stesso libro una commovente descrizione della preghiera di intercessione. Lo staretz Zosima dice a un giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa. Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che puoi: 'Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te'. Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei. E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a te».

 

(da: La preghiera di intercessione: farsi carico dell’altro presso Dio di Carlo Maria Martini - Presentiamo on-line, per il progetto Portaparola, in Avvenire del 20/1/2008. Il testo è la trascrizione della lectio tenuta da S.Em. il cardinal Carlo Maria Martini il 3 gennaio 2008, presso la Hebrew University di Gerusalemme)

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