VI Domenica dopo Pentecoste, 30 giugno 2013

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Alberto Marsiglio

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Jun 28, 2013, 5:26:27 AM6/28/13
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Carissimi,
vi raggiungo con il consueto commento di don Walter Magni alla liturgia della Parola della prossima Eucarestia domenicale.
Buona Domenica a tutti!
don Alberto
 

VI DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Anno C – Rito Ambrosiano – 30 giugno 2013

Ascoltate oggi la voce del Signore

Koder, Ultima cena

 

LETTURA del libro dell’Esodo 24,3-18

SALMO 49 (50) - ® Ascoltate oggi la voce del Signore.

EPISTOLA agli Ebrei 8,6-13a 

VANGELO secondo Giovanni 19,30-35 - In quel tempo. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.

 

 

Cari amici, care amiche,

ci siamo abituati ad ascoltare durante la celebrazione eucaristica l’imperativo di Gesù: Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza”. Gesù in questo modo reinterpretava e applicava a Sé, intendendola come nuova e definitiva, l’alleanza antica stabilita col sangue da Mosè (Esodo). Per questo si comprende la lettera agli Ebrei che afferma “dicendo alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima”. La Parola di questa Domenica (VI dopo Pentecoste, 30 giugno 2013) è una grande catechesi sulla nuova alleanza compiuta da Gesù: “dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: ‘È compiuto!’. E, chinato il capo, consegnò lo spirito”.

 

 

Oltre il ritualismo celebrativo

 

Un’emozione mi prende sempre quando pronuncio le parole della consacrazione, immaginando Gesù coi Suoi discepoli nella grande stanza del cenacolo, al piano superiore di una casa nel cuore di Gerusalemme. È pur vero che Giuda aveva tradito sin dall’inizio il senso di quel momento, tuttavia ancora oggi la cena del Signore subisce tradimenti e incomprensioni. Soprattutto c’è il rischio che venga ridotta semplicemente a un rito al quale si partecipa quando si può. Riandando ancora alle origini potrebbe, tuttavia, scandalizzare il fatto che il quarto vangelo (Giovanni) non descriva l’istituzione dell’eucaristia come invece fanno i Sinottici (Matteo, Marco e Luca), raccontando dell’Ultima Cena soltanto l’episodio della lavanda dei piedi. Forse Giovanni, che scrive il suo vangelo dopo gli anni novanta, s’era accorto che nelle comunità cristiane di quegli anni la celebrazione dell’eucaristia era ormai diventata semplicemente un rito da fare e da ripetere. Al punto che si spezzava il pane e si accedeva al calice, senza badare alle necessarie conseguenze di amore e di servizio ai fratelli e alle sorelle della comunità che la partecipazione a quel rito avrebbe dovuto comportare. Così Giovanni decide di sostituire il racconto dell’istituzione del banchetto eucaristico con la lavanda dei piedi, ribadendo che proprio così Gesù aveva fatto e S’era comportato. Un tale rischio l’aveva intravisto anche Paolo scrivendo ai Corinti: “quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna” (1Cr 11,33-34).

 

L’ottavo sacramento

 

Mentre nel racconto eucaristico dei Sinottici, descritto nei termini di una alleanza nuova ed eterna, Gesù diceva ai Suoi: “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19), al termine della lavanda dei piedi, in modo più provocatorio, domanda: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri . Io vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,12-15). E cosa avrebbero dovuto capire i Suoi discepoli, senza equivocare sul segno e facendo sì che proprio quello s’imprimesse bene nella loro memoria? Il fatto che “si alzò da tavola, si tolse la veste e si legò un asciugamano intorno ai fianchi, versò l’acqua in un catino, e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli. Poi li asciugava con il panno che aveva intorno ai fianchi” (Gv 13,3-5). Questo gesto della lavanda dei piedi, che nelle liturgie del Giovedì Santo è diventato un po’ scenico e retorico, senza forza provocatoria e profetica, era di fatto il gesto più umile che un servo doveva compiere comunque nei confronti del suo padrone. Se Gesù giunge a tanto con i Suoi è perché aveva per anni già percorso tante strade disagiate e polverose, versando acqua e lavando i piedi stanchi e sfiniti di tanta gente che cercava di avvicinarLo, gettandosi addosso o mettendosi ai Suoi piedi, fino a toccarLo e ad urtarLo ( Mc 3,10). Lavare i piedi di chi è stanco è l’ottavo sacramento: il sacramento che più degli altri e meglio degli altri attualizza la presenza di Gesù in mezzo ai Suoi (A. Casati, l’ottavo sacramento, il sacramento dimenticato, in http://www.sullasoglia.it/articoli-casati/marzo-2005.htm).

 

Come colui che serve”

 

Sono molti i titoli con i quali è stato descritto Gesù nei vangeli e dalla teologia: Signore, Redentore, Salvatore, Figlio di Dio, Figlio dell'uomo, medico, liberatore, profeta ecc. Ma c’è un titolo che dimentichiamo facilmente e che Gesù stesso Si è attribuito: quello di servo (diacono): “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). Perché “servo” o “lava piedi” sono titoli che non godono buona reputazione nel nostro mondo, dove contano piuttosto i titoli altisonanti delle star, dei vincenti e dei rampanti. Ma ancora una volta, proprio mentre Gesù si definisce servo dei perdenti, trovandoSi a cena, l’ultima coi Suoi, ecco che scoppia tra loro una discussione su chi doveva essere il più grande. È importante notare che l'evangelista Luca insiste nel confrontare le due situazioni, del discutere tra chi è il più grande e nell’alzarsi da tavola per servire: “Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. Egli disse: ‘I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve’” (Lc 22,24-27). Certo, è decisivo uscire da una celebrazione eucaristica portandosi dentro un sincero desiderio di servire i fratelli. Ma come dare forma concreta al mandato di Gesù: “fate questo in memoria di me”? Ricordando anzitutto che si serve una persona, non un’idea o un programma o un’istituzione o una organizzazione. Sappiamo il sottile inganno di chi, senza amare veramente l’altro, s’illude di amare Dio o l’umanità intera facendo tutt’altro. Inoltre non andrà dimenticata un’attenzione non secondaria: il fatto che Gesù, col gesto concreto della lavanda dei piedi, ha consacrato un’attenzione concreta al corpo. Si tratta di imparare a lavare i piedi stanchi di un’umanità che con insistenza continuerà a bussare alla porta.

 

don Walter Magni

 

La legge suprema dell’esistenza è il dono di se stessi (Ermes Ronchi)

Le letture bibliche di oggi sono attraversate, come un filo rosso, da una parola che riassume il senso della festa del Corpo e sangue del Signore: «alleanza», legame, nodo che unisce ciò che era disperso, comunione. Ad ogni Eucaristia, ad ogni comunione, per un istante almeno, mi affaccio sull’enormità di ciò che mi sta accadendo: Dio che mi cerca. Dio in cammino verso di me. Dio che è arrivato. Che assedia i dubbi del cuore. Che entra. Che trova casa. Dio in me. Neanche Dio può stare solo. Faccio la Comunione, sono colmo di Dio, ogni volta fatico a trovare parole, finisco per dedicargli il silenzio. E quello che mi pare incredibile è che Dio faccia un patto di sangue proprio con me, che io gli vada bene così come sono, un intreccio di ombre e di paure. Non ho doni da offrire, sono solo un uomo con la sua storia accidentata, che ha bisogno di cure, con molti deserti e qualche oasi. Ma io non devo fare altro che accoglierlo, dire «sì» alla comunione, che è il suo progetto, il suo lavoro dall’eternità.

«Ecco il mio corpo», ha detto, e non, come ci saremmo aspettati: «ecco la mia mente, la mia volontà, la mia divinità, ecco il meglio di me», ma semplicemente, poveramente, il corpo. Il sublime dentro il dimesso, lo splendore dentro l’argilla, il forte dentro il debole. Il Signore non ci ha portato solo la salvezza, ma la redenzione, che è molto di più. Salvezza è tirar fuori qualcuno dalle acque che lo sommergono, redenzione è trasformare la debolezza in forza, la maledizione in benedizione, il tradimento di Pietro in atto d’amore, il pianto in danza, la veste di lutto in abito di gioia, la carne in casa di Dio.

Nel suo corpo Gesù ci dà tutto ciò che unisce una persona alle altre: parola, sguardo, gesto, ascolto, cuore. Nel suo corpo ci dà tutta una storia: mangiatoia, strade, lago, il peso e il duro della croce, sepolcro vuoto; ci dà Dio che si fa uomo in ogni uomo. Quando Gesù ci dà il suo Sangue, ci dà fedeltà fino all’estremo, il rosso della passione, il centro che pulsa fino ai margini, vuole che nelle nostre vene scorra il flusso caldo e perenne della sua vita, che nel nostro cuore metta radici il suo coraggio, e quel miracolo che è il dono di sé. Neppure il suo corpo ha tenuto per sé, neppure il suo sangue ha conservato: legge suprema dell’esistenza è il dono di sé, unico modo perché la storia sia, e sia amica. Norma di vita è dedicare la vita. Così va il mondo di Dio. 

 

L'eucaristia, magistero del «ma voi non così» (Enzo Bianchi, “Jesus”,7, luglio 2011)

Abbiamo già espresso su queste colonne la nostra sofferenza per la liturgia che  dovrebbe essere luogo di comunione ed è diventata luogo di conflitto nella chiesa, ma proprio perché crediamo che l’eucaristia è il dono più grande che il Signore Gesù ci ha lasciato, vogliamo ancora ascoltarla e lasciarci istruire dal suo magistero silenzioso ma eloquente.

In quasi tutte le comunità cattoliche l’eucaristia è celebrata quotidianamente. Nei giorni feriali poche persone vi partecipano: sovente sono donne e anziane – anche loro sempre di meno – pochi gli uomini, praticamente assenti i giovani. Qualcuno potrà lamentarsi che vengono celebrate in modo troppo quotidiano, che manca la ricchezza del canto o della festa, che sono prive di una bellezza capace di meravigliare, che non si impongono e non richiamano spettatori... Eppure, se celebrate seriamente e con consapevolezza, saranno “umili” eucaristie ma sempre con la verità di “cene del Signore”. Sì, povere e umili celebrazioni, ma il criterio per giudicarle non è la loro capacità di “fascino”, bensì se fanno risuonare per quanti vi partecipano l’“evangelo”, la buona notizia della morte e risurrezione di Gesù Cristo, se sono fonte di fiducia per la vita, fonte di speranza per il futuro, fonte di amore fraterno nella vita di famiglia e negli incontri, nel tessuto sociale dove i cristiani sono collocati, vivendo e lavorando con gli altri uomini. Sì, questa è la vera domanda che ci dobbiamo porre davanti all’eucaristia: la sua celebrazione determina qualcosa nella nostra vita, cambia i nostri pensieri e i nostri atteggiamenti sempre tentati dalla mondanità, converte le nostre vite?

È certamente molto importante, anzi decisivo, interessarsi sul “come” l’eucaristia è celebrata, ma non dobbiamo mai dimenticare che tutto ciò che noi predisponiamo o operiamo per la celebrazione può avere un solo fine: immergerci nella dinamica del mistero pasquale, quell’evento che Gesù ha raccontato con parole e gesti sul pane e sul vino. Ricordiamoci allora che partecipare all’eucarestia è innanzitutto accogliere l’invito alla “tavola del Signore” (1Cor 10,21): è il Signore vivente che invita noi, poveri e peccatori bisognosi della sua misericordia, malati assetati di guarigione, affaticati e stanchi in cerca di riposo, umiliati e ultimi che anelano a essere riconosciuti e accettati senza doverlo meritare... Tutti diciamo: “Signore, non sono degno...”. Così il pane è dato a tutti, icona della condivisione, ispirazione e comando di condivisione di tutti i frutti della terra e del lavoro umano, affinché non ci siano bisognosi nella comunità in cui si vive (cf. At 4,32).

Ma partecipare all’eucarestia significa anche essere coinvolti nel sacrificio di un uomo, il servo del Signore, che ha speso e dato la sua vita per gli altri fino ad accogliere la morte violenta, la morte del giusto in un mondo ingiusto, la morte dello schiavo in un mondo di padroni e di potenti, la morte di un uomo di pace in un mondo violento... Non a caso, secondo il Vangelo di Luca, proprio nel contesto dell’ultima cena, dopo l’istituzione dell’eucaristia, Gesù ha detto: “Ma voi non così!” (Lc 22,26), non comportatevi come accade ogni giorno nel mondo, non come fanno tutti, non come viene spontaneo fare in base all’istinto della conservazione e della difesa di noi stessi fino a far prevalere l’amore per noi stessi senza gli altri e anche contro gli altri!

L’eucaristia è il magistero del “ma voi non così!”, della differenza cristiana, perché vuole plasmarci in uomini e donne eucaristici, capaci cioè di vivere e spendere la vita a servizio degli altri, amando gli altri fino all’estremo, fino al nemico stesso: corpo spezzato, sangue versato, sacrificio di una vita offerta e consumata nell’amore autentico dei fratelli.

E affinché comprendessimo che l’eucaristia è questo – altrimenti non è, ma si riduce a scena religiosa, sontuosità e falsità – Gesù ha anche affidato ai discepoli un gesto che la spiega e la interpreta: la lavanda dei piedi. In quel curvarsi di Gesù, in quel compiere il gesto dello schiavo nei confronti dei fratelli, Gesù ha detto parole che risuonano anche per noi oggi: “Avete capito ciò che vi ho fatto?”, avete capito che lo spezzare il pane e bere al calice è servizio ai fratelli, servizio quotidiano assunto come stile, lo stile del Signore e del Maestro?

L’eucaristia è questo! E se lo è autenticamente, allora può solo essere fonte di riconciliazione, di comunione, di amore fraterno. Se invece essa è intesa e vissuta soltanto come celebrazione, rito, come un’occasione di identità e appartenenza culturale e religiosa, se in essa si cerca la solennità come spettacolo che seduce e abbaglia, allora purtroppo è vero che noi ci dividiamo e di fronte all’eucaristia entriamo in conflitto gli uni con gli altri... Ma quello che celebriamo non è più l’eucaristia di Gesù, la cena del Signore (cf. 1Cor 11,21)! Non si può rispettare il corpo di Cristo, fissandolo nel pane e nel vino, e poi non riconoscere il corpo di Cristo che è la comunità, la chiesa, insieme di malati, poveri e peccatori che cercano di trovare senso nelle loro vite per poter pregustare la salvezza che viene dal Signore!

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