V DOMENICA DI AVVENTO
Anno C - Rito Ambrosiano – 13 dicembre 2009
Il Precursore

Gesù e il suo amico -Antica icona in stie copto
Lettura: Isaia 30, 18-26b
Sl 145 (146): Vieni, Signore, a salvarci.
Epistola: 2 Corinti 4, 1-6
Vangelo Giovanni 3, 23-32a
In quel tempo. 23Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. 24Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione. 25Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. 26Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». 27Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. 29Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. 30Lui deve crescere; io, invece, diminuire». 31Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32Egli attesta ciò che ha visto e udito».
Cari amici, care amiche,
con quali sentimenti possiamo accostarci al mistero di Gesù, il Figlio di Dio, che ci viene incontro? La liturgia, dopo aver indirizzato la nostra attenzione su Maria, la Madre Sua, nella recente solennità dell’Immacolata Concezione, oggi ritorna su Giovanni Battista (V domenica di Avvento, 13 dicembre 2009). L’avevamo già incontrato come colui che aveva cercato di identificare Gesù con una domanda diretta: “sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (Lc 7,20). Oggi è lo stesso Giovanni che si autodefinisce, stando nell’orizzonte di Colui che sta per venire.
Attesa imminente
Isaia, con la sua forte tensione messianica, rimane sempre sullo sfondo. Anzi, l’arrivo del Messia è imminente e la sua comparsa potrebbe avvenire da un momento all’altro. Se, infatti, “a un tuo grido di supplica ti farà grazia, appena udrà ti darà risposta”, ecco comparire sulla scena colui che dà un volto a questa grazia effettivamente concessa, a questa risposta realmente data: “non si terrà più nascosto il tuo maestro; i tuoi occhi vedranno il tuo maestro, i tuoi orecchi sentiranno questa parola dietro di te: ‘Questa è la strada, percorretela, caso mai andiate a destra o a sinistra”. Compare sulla scena un maestro dall’insegnamento solido e dalla voce ferma e sicura.
Nella interpretazione evangelica del precursore nei testi di Isaia, Giovanni Battista è questo “maestro” inequivocabile che, uscendo allo scoperto, compare nel deserto per far risuonare alta e vibrante la voce: “voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via del Signore” (Lc 3,4b).
Voce schietta
Stando alle indicazioni che anche Paolo da di sé nella II epistola ai Corinzi, la voce del maestro o del testimone del Signore deve essere anzitutto forte e schietta: “avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d’animo. Al contrario, abbiamo rifiutato le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunciando apertamente la verità e presentandoci davanti a ogni coscienza umana, al cospetto di Dio”.
Paolo, che si accosta facilmente a Giovanni Battista, vuole anzitutto attenersi alla Parola di Dio con grande coerenza, rifiutando facili semplificazioni e falsificazioni (“dissimulazioni vegognose”), al fine di poterLo annunciare senza compromessi (“annunciando apertamente la verità”). In ragione del fatto che “Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù. E Dio, che disse: «Rifulga la luce dalle tenebre», rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo”.
Consapevolezza
Anche Giovanni, nel pieno del suo servizio (“Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare”) e nel contesto di una polemica rituale tra i suoi discepoli e un Giudeo: “andarono da Giovanni e gli dissero: ‘Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui’”, va al centro della questione, identificandosi in negativo: “nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: ‘Non sono io il Cristo’, ma: ‘Sono stato mandato avanti a lui’”.
Annunciare la messianicità di Gesù significa anzitutto saper stare al proprio posto, senza covare pensieri di rivalsa, di risentimento, di invidia. Come dicesse: sto al mio posto, faccio quello mi è stato detto di fare, consapevole del fatto che “Non sono io il Cristo”.
Prendere coscienza di sé nella luce dell’altro è semplicemente attenersi a un realismo umano. Nessuno è l’affermazione di una singolarità assoluta e autoreferenziale, ma anzitutto frutto di una relazione che precedendoci già ci definisce. Proprio come la Parola è detta dalla voce che la esprime o come l’ombra si ritaglia nella luce che ci investe.
Amico dello Sposo
Una volta collocato in Colui che lo precede (“Era di lui che io dicevo: ‘Colui che viene dopo di me mi ha preceduto, perché era prima di me’”, Gv 1,15), la Parola che sta “in principio” (Gv 1,1), Giovanni entra poi in un rapporto più confidenziale, definendosi affettuosamente amico dello sposo: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo”.
Giovanni non è in un rapporto servile con il Messia che sta per venire, ma, pur esercitando il proprio servizio stando dall’altra parte del Giordano, dove si trovava Gesù, tuttavia si sente profondamente accanto a Lui. Come l’amico dello sposo che Lo sta introducendo nella stanza della sposa che l’attende. Pieno di quello gioia che già l’aveva raggiunto stando nel grembo di sua madre alla vista di Maria che portava dentro di sè Gesù bambino: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo” (Lc 1,44).
Amico del Figlio di Dio come Abramo, stando a Isaia: “Ma tu, Israele mio servo, tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abramo mio amico” (41,8) e alla Lettera di Giacomo, che lo riprende: “e si compì la Scrittura che dice: E Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato a giustizia, ed egli fu chiamato amico di Dio” (2,23).
Umile
Giovanni ci insegna il segreto profondo della gioia spirituale: “questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire’”. Perché è colui che annuncia Gesù diminuendo, facendoGli posto. Come il piedistallo che sorregge il capolavoro di Dio.
L’umiltà è così la virtù che meglio definisce la spiritualità dell’Avvento cristiano: “Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito”. Senso netto della differenza tra chi annuncia e Colui che viene. Vicinanza profonda tra Colui che venendo S’impone e colui che, accogliendoLo, s’abbassa sempre più al fine di mostrarLo meglio.
Così recita il salmo 131, introducendoci, con la suggestione di un’immagine famigliare, alla bellezza del prossimo Natale: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze, lo sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia ".
don Walter Magni