DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO , chiesa madre di tutti i fedeli amborsiani (18 ottobre 2009)

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Alberto Marsiglio

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Oct 15, 2009, 6:05:59 PM10/15/09
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Carissimi,
vi inoltro il commento di don Walter Magni.
Buona domenica!
don Alberto

         DEDICAZIONE DEL DUOMO DI  

            MILANO CHIESA MADRE

DI TUTTI I FEDELI AMBROSIANI

 

III Domenica di Ottobre Anno B Rito Ambrosiano – 18 ottobre 2009

                                                                     

Date gloria a Dio nel suo santuario

 

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Lettura: Isaia 26, 1-2. 4. 7-8; 54, 12-14 oppure Apocalisse 21, 9z. c-27

Sl 67 (68) – Sal 67 (68) - Date gloria a Dio nel suo santuario

Epistola: 1Corinti 3, 9-17

 

Vangelo: Giovanni 10, 22-30

In quel tempo. 22Ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. 23Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. 24Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». 25Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. 26Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. 27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Cari amici e care amiche,

 

Seguendo il tracciato proprio del rito ambrosiano, siamo alla celebrazione della Solennità della Chiesa Cattedrale (18 ottobre 2009). Volendo collocare storicamente questa festa, è bene tenere presente che tra il 166 e il 160 a.C. Giuda Maccabeo aveva deciso di purificare il Tempio di Gerusalemme, profanato in occasione della conquista di Antioco Epifane che avrebbe voluto imporre il paganesimo agli ebrei. A ricordo di questa riabilitazione o dedicazione del tempio al culto del vero Dio, gli ebrei festeggiano ancora oggi l’Hannukka o Festa delle luci, nei primi giorni di dicembre. Per questo il brano evangelico odierno inizia questa nota: “ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno”.

 

 

Passione per il Tempio

 

Dunque: .Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone”. Il rapporto tra Gesù e il Tempio è particolare. Gesù lo abita volentieri, come fosse casa Sua, fin’anche ad identificarSi con esso.

Già il bambino Gesù era stato portato al Tempio dai genitori “per offrirlo al Signore” (Lc 2,22); poi, dodicenne, sarà ritrovato “tre giorni dopo, nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, intento ad ascoltarli e ad interrogarli” (Lc 2,46); fino all’episodio dei mercanti cacciati dal Tempio da Gesù: “portate via di qui queste cose, smettete di fare della casa del Padre mio, una casa di mercato (Gv 2,16) e dimostrando, da ebreo osservante, una singolare passione per il Tempio, che Lo porterà a dire: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere!” (Gv 2,19). Per questo, ai discepoli estasiati davanti alla bellezza e all’imponenza del Tempio, dirà profeticamente: “Vedete tutte queste cose? Io vi dico in verità: Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sia diroccata” (Mt 24,2).

 

 

Io e il Padre siamo una cosa sola

 

Come si spiega questo zelo appassionato e radicale? Non è certo per questioni estetiche o architettoniche. La motivazione è profondamente spirituale. Il Tempio è anzitutto la Beit A-donai, ovvero la casa di Dio, la Beiti cioè la Mia casa (di Dio).  Cioè la casa del Padre, nei confronti del Quale Gesù, il Figlio, ha una relazione strettissima e singolare. Addirittura di in abitazione, cioè di reciproca appartenenza dell’Uno con l’Altro.

Rispondendo ad esempio a Filippo, che voleva vedere il Padre, Gesù diceva: “Da tanto tempo io sono con voi e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai dici: “Mostraci il Padre?” Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso. Il Padre che dimora in me è colui che fa le opere. Credetemi che io sono nel Padre e che il Padre è in me, se no, credetemi a motivo delle opere stesse” (Gv 14,9-11).  Proprio come anche afferma al termine del brano evangelico odierno, rispondendo ai giudei che Lo attorniavano: “Io e il Padre siamo una cosa sola”.

 

 

Celebrare Gesù nella Chiesa

 

Dunque, cos’è anzitutto la realtà della Chiesa che stiamo festeggiando nella solennità della Dedicazione della Chiesa cattedrale e, conseguentemente, della nostra chiesa?

Se non vogliamo cadere in derive ecclesiastiche autocelebrative ed istituzionali, la Solennità del Signore nella quale la nostra Chiesa diocesana guarda con profonda ammirazione alla sua cattedrale nella festa della Dedicazione, altro non è che l’affermazione anzitutto spirituale, cioè nello Spirito Santo, dell’inscindibile rapporto tra il Padre e Gesù Suo Figlio. Come dicessimo che quando una diocesi, una chiesa diocesana e tutte le sue comunità particolari –  come parrocchie, gruppi e movimenti ecclesiali – si ritrovano a celebrare in unione col Vescovo, lo fanno nel nome del grande e unico mistero di Gesù che vive del Padre Suo, per il Padre Suo, nel nome del Padre Suo. Compiendo anzitutto e unicamente la Sua volontà: “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Gv 14,31).

Come celebrare la grandezza e la bellezza della Chiesa, di una chiesa come la nostra, lasciandosi guidare dalla singolare presenza di Gesù che considera il Padre il tutto della Sua esistenza? Quali attenzioni è bene evidenziare? Quali preoccupazione non vanno disattese?

 

 

Riconoscere ancora la Sua presenza

 

Gesù, nel brano evangelico odierno, sempre rispondendo a quei giudei che faticavano a credere in Lui e tuttavia continuano ad interpellarLo, risponde:  “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia  mano”.

 

Anzitutto si tratta di saper ascoltare la Sua voce, nella Chiesa. L’ascolto nella Chiesa oggi è questione dibattuta e da riconsiderare. Papa Benedetto XVI notava, riferendosi alla lettera di Paolo agli Efesini che “Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede matura, una fede adulta. La parola fede adulta negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo s’intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere – una fede fai da te, quindi. E lo si presenta come coraggio di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo schema del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una fede adulta” (Intervento a conclusione dell’Anno Paolino, 28 giugno 2009).

 

Ma non basta saper ascoltare e ascoltare bene nella Chiesa. E’ decisivo, per stare alle parole stesse di Gesù, avvalorare e significare l’ascolto dando la vita per amore. Infatti: “Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”. Forse questo è il punto decisivo che qualifica la verità non astratta di un ascolto autentico e adulto, nella Chiesa di oggi e di sempre: dare la vita per amore, come Gesù ci ha insegnato.

Dove, come afferma il Papa, il relativismo rischia di favorire un ascolto facile o superficiale, teso anzitutto alla ricerca del pubblico applauso, la coerenza di molti credenti che ancora sanno dare, nel nome di Gesù, la propria vita per amore genera inevitabilmente un ascolto e una convergenza su Gesù e sulla Sua dottrina diretta, persino assoluta e indubitabile. L’esperienza del martirio, oggi come ieri, continua di fatto a generare la Chiesa alla verità piena del Vangelo di Gesù. Forgiando e rassicurando i credenti in espressioni sempre più stabili e sicure della verità del Vangelo. Sempre più piantati nella terra e svettanti nel cielo come una cattedrale, il nostro caro Duomo di Milano.   

 

                                                                                                                 don Walter Magni

 


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