NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL 11 novembre 2012

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Alberto Marsiglio

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Nov 9, 2012, 7:19:55 AM11/9/12
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Carissimi,
vi inoltro il consueto commento alla liturgia della Parola della prossima Eucaristia domenicale.
E' la fine dell'anno! (secondo il rito ambrosiano)
Buona domenica a tutti!
don Alberto

NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

RE DELL’UNIVERSO

 

Anno B - Rito Ambrosiano –11 novembre 2012

 

Ultima Domenica dell’Anno Liturgico

 

 

il ‘Buon ladrone’ e Gesù crocifisso - icona

 

LETTURA Isaia 49,1-7 È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe; ti renderò luce delle nazioni. - 1Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome. 2Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra. 3Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». 4Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio». 5Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – 6e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra». 7Così dice il Signore, il redentore d’Israele, il suo Santo, a colui che è disprezzato, rifiutato dalle nazioni, schiavo dei potenti: «I re vedranno e si alzeranno in piedi, i prìncipi si prostreranno, a causa del Signore che è fedele, del Santo d’Israele che ti ha scelto». 

SALMO 21 (22) Dal legno della croce regna il Signore.

24Lodate il Signore, voi suoi fedeli, gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe, 25perché egli non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto ma ha ascoltato il suo grido di aiuto. R.

28Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli. 29Perché del Signore è il regno: è lui che domina sui popoli! R.

31Si parlerà del Signore alla generazione che viene;

32annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!». R.

EPISTOLA Filippesi 2,5-11 Cristo si fece obbediente fino alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò. - Fratelli, 5abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: 6egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, 7ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, 8umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. 9Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, 10perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, 11e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

VANGELO, Luca 23,36-43: In quel tempo. 36Anche i soldati deridevano il Signore Gesù, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». 39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

 

Cari amici e care amiche,

stiamo celebrando, nell’ultima domenica dell’anno liturgico ambrosiano (11 novembre 2012), Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo, identificata dalla liturgia dall’immagine di Gesù Crocifisso, che subito si sgancia dalla retorica di linguaggi regali e ideologici che non  appartengono al Vangelo. Se poi evitassimo di fare della croce il segno di una semplice appartenenza religiosa, ci accorgeremmo, guardando al Crocifisso, che Egli, proprio in quel Suo modo di morire, già sta dicendo qualcosa che mi riguarda, raggiungendo il mio cuore.  

 

Un abbraccio universale

 

Colpisce anzitutto l’universalità del Crocifisso. GuardandoLo s’intuisce subito, senza fatica, che un corpo tanto esposto e indifeso con le braccia così spalancate semplicemente si consegna, abbracciandola, all’umanità intera, senza limiti e distinzioni. Andando oltre alcune recenti disquisizioni linguistiche circa l’interpretazione delle parole della Consacrazione del vino (“questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”), ci si rende conto che Gesù non è morto su di una croce per alcuni o per molti, o anche per una moltitudine, ma proprio per tutti. Si riesce in questo senso a comprendere con estrama scioltezza di pensiero, sostando davanti a questo Suo abbraccio universale, cosa significa che a noi cristiani è data la grazia di invocare Dio come Padre nostro. Come Padre di tutti, senza alcuna delimitazione di appartenenza etnica, culturale o religiosa. Il Padre, in Gesù Crocifisso, riesce definitivamente ad abbracciare tutti gli uomini, di tutti i tempi e di ogni latitudine. Consapevoli che questa desiderio di salvezza non è negato proprio a nessuno. Così come è falso affermare che tutti crediamo nello stesso dio, in Gesù Crocifisso siamo certificati che il nostro Dio è il Padre di tutti.

 

La derisione dei soldati

 

Anzitutto troviamo i soldati: “Anche i soldati deridevano il Signore Gesù, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso’. Sopra di lui c’era anche una scritta: ‘Costui è il re dei Giudei’”. Questi soldati non sono ebrei e neppure discepoli di Gesù. Solo fanno il loro mestiere e dopo aver fatto tutto quello che dovevano fare anche il loro sguardo finisce su quel corpo crocifisso e martoriato, fino a raggiungere il Suo sguardo. E’ paradossale il loro riso. Più amaro che sarcastico se solo ci si ferma a considerare il senso delle loro parole: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Stando ai loro pensieri un re, un capo, che muore in modo così inglorioso non un vero re. Sono i soldati a morire per il re, salvandogli la vita, non il re che muore per i suoi sudditi. Proprio questo è strano e li induce ad abbozzare un sorriso che nasconde una domanda più che la certezza di come dovrebbero andare le cose. Gesù, re Crocifisso, sta già ribaltando le loro false certezze. Li sta già avvolgendo con la Sua testimonianza così disarmata. Sta già prendendo contatto con il loro cuore. Come di lì a poco un centurione romano, stando all’evangelo di Marco, avrà modo di dire: “Davvero quest'uomo era Figlio di Dio”  (Mc 15,39).

 

L’insulto

 

Dopo la derisione l’insulto: “Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!’”. Di che insulto si tratta? E’ più un grido di rabbia che un insulto diretto a Lui. Anzi, non è difficile intuire nelle parole di questo malfattore - che non comprende il mistero d’amore e di salvezza che in Gesù si sta compiendo - un’interessante riconoscimento di Lui. Come il Cristo, l’unto del Signore, che, inviato da Jahweh avrebbe dovuto salvare il suo popolo. “Salva te stesso e noi”.  Siamo in presenza della più genuina fede ebraica che, applicata a Gesù (“Dio salva”) non sembra dare affatto i frutti sperati. E’ la rabbia di chi vede crollare, con la morte, l’insieme delle certezze che avevano sostenuto tutta un’esistenza che s’era alimentata nell’attesa di un Messia salvatore che avrebbe liberato il popolo d’Israele da ogni forma di schiavitù e di sottomissione. In questo senso la rabbia diventa un insulto, una bestemmia, un ripudio proprio di quella fede che, pur nella fragilità di un’esistenza precaria e indebolita da un comportamento riprovevole, in quel momento cede e si dispera davanti alla durezza di una morte così violenta e dolorosa. Gesù non risponde. Semplicemente tace. Anche il silenzio diventa, in casi come questi, una forma suprema di abbraccio. Soprattutto se accompagnato dall’esperienza della condivisione.

 

Il timor di Dio

 

Dopo la rabbia il perdono: “L’altro invece lo rimproverava dicendo: ‘Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male’. E disse: ‘Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno’. Gli rispose: ‘In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso’”. L’abbraccio tra il Crocifisso e l’umanità si consuma là dove si ha il coraggio di riconoscere il proprio stato di precarietà. A volte si pensa che per diventare cristiani si debba compiere qualche arduo cammino di conversione. Invece, partendo dalla propria condizione non è difficile accedere alla salvezza che scaturisce dal Suo cuore trafitto. La mistica ebrea Simone Weil ci ha lasciato in questo senso un’immagine particolarmente efficace: “Dio e l’umanità sono come due amanti che hanno sbagliato il luogo dell’appuntamento. Tutti e due arrivano in anticipo sull’ora fissata, ma in due luoghi diversi. E aspettano, aspettano, aspettano. Uno è in piedi inchiodato sul posto per l’eternità dei tempi. L’altra è distratta e impaziente. Guai a lei se si stanca e se ne va!” (Quaderno IV). C’è un depositum fidei nel cuore della gente che sta davanti al Crocifisso, che supera ogni disquisizione teologica. Anche Gesù l’aveva predetto:  “io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Ancora Simone Weil, nella sua mistica estrema, affermava: “Lo so che non mi ama. Come potrebbe amarmi? Eppure dentro di me qualcosa, un punto di me stessa, non può fare a meno di pensare, tremando di paura che, malgrado tutto, forse mi ama”.

 

                                                                                                      don Walter Magni

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