SANTISSIMA TRINITA’
Anno C - I Domenica dopo Pentecoste - Rito Ambrosiano - 26 maggio 2013
Ti ho cercato, Signore, per contemplare la tua gloria

M. Chagall, Abramo e i tre angeli
LETTURA del Libro della Genesi 18,1-10 - In quei giorni. 1Il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. 2Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. 4Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». 6Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce». 7All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.9Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «E’ là nella tenda». 10Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».
SALMO 104 (105): Il Signore è fedele alla sua parola.
PRIMA EPISTOLA di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,2-6 - 2Voi sapete infatti che, quando eravate pagani, vi lasciavate trascinare senza alcun controllo verso gli idoli muti. 3Perciò io vi dichiaro: nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire: «Gesù è anàtema!»; e nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo. 4Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; 6vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.
LETTURA del Vangelo secondo Giovanni 14,21-26 - In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: 21«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». 22Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». 23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Cari amici e care amiche,
ha un senso la memoria liturgica della SS. Trinità (Prima domenica dopo Pentecoste, 26 maggio 2013)? Sì, se il mistero del Dio di Gesù Cristo non viene ridotto a un rapporto di numeri e soprattutto se lasciamo che a spiegarcelo sia la Parola di Dio, che la domenica ci raggiunge, scaldandoci il cuore e la mente.
Contemplare Dio?
Dopo i giorni dell’Ascensione di Gesù al cielo e il vento impetuoso e le fiamme di fuoco dello Spirito di Pentecoste, questa festa è come un momento di sosta e di contemplazione. Gesù che sale nel cielo di Dio e lo Spirito che discende sugli apostoli, spalancando le porte del Cenacolo, ci hanno comunque dato l’immagine di un Dio che per amore degli uomini Si muove e Si agita. Con la festa di oggi è come se l’insieme di questi movimenti divini giungessero a sintesi e a noi, stando sulla soglia, venisse data la grazia di contemplare Dio nella sua pienezza. Chissà però se ancora siamo capaci di contemplare questo mistero di Dio, questo Suo modo d’essere: “assomigliamo talvolta a quei pendolari che sono abituati a viaggiare tutti i giorni, il volto infossato in riviste e giornali, mentre fuori accade il miracolo delle cose. Ma loro sono nelle riviste e nei giornali o nelle chiacchiere vuote. E forse anche noi… nei libri e nelle riviste di teologia o nelle chiacchiere religiose. E non alzi lo sguardo. Con l'esito - esito nefasto - che Dio sia ridotto a numeri e diventi un Dio, quanto meno, noioso” (A. Casati). In un suo libro-rivista, il card. Karl Lehmann parla di un rabbino che raccontava che, nella scuola di religione da lui tenuta, era arrivato dalla Russia un giovane ebreo che, durante la sua spiegazione gli domandò a bruciapelo: “Ma di quale Dio parli? Anche Dio è morto. Oppure ne hai un altro?”. Il Dio legato alle nostre immagine e alle nostre formulazioni di certo è morto! Ma allora di quale Dio parliamo? Di un Dio definito dalle nostre parole? Dalle nostre formule? Dai nostri numeri?
Raccontare Dio
Come tornare a raccontare il mistero del nostro Dio così come Gesù ce l’ha rivelato? Certamente ce lo racconta la poesia e ancora ce lo fa intravedere l’arte quando è tale, perché “La bellezza salverà il mondo” (Dostoevskij, l’Idiota). Ma soprattutto il mistero del nostro Dio ci viene narrato dalla pagina della Genesi che ci parla dell’incontro di Abramo con tre angeli misteriosi alle Querce di Mamre; poi c’è la passione per Gesù Cristo che Paolo ci trasmette nelle sue lettere; con la tenerezza indicibile di Gesù che ancora parla ai Suoi discepoli nei discorsi d’addio descritti da Giovanni. Basterebbe rileggere anche solo un passaggio della vicenda di Abramo per sentirci portare in alto, portati lontano da tante immagini noiose e sterili che ci siamo fatti di Dio: “Il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui”. Un Dio che non Si stanca di venirci a trovare, facendo promesse che intende portare a compimento, nonostante l’incredulità e il riso ironico di Sara. Il nostro Dio non è un solitario: sono in tre e ama la nostra compagnia, così come ha cercato l’amicizia di Abramo e la complicità affettuosa di Maria. Bella la poesia d questa pagina antica, ma pure convincente la passione di Paolo che nella seconda epistola ai Corinti scrive: “nessuno può dire: ‘Gesù è Signore!’, se non sotto l’azione dello Spirito Santo”. La signoria di Gesù sul mondo e sulla vita degli uomini non è certo una nostra invenzione: è lo Spirito Santo che ci viene in aiuto tutte le volte che vogliamo pronunciare il Suo nome, così come Gesù stesso ci ha insegnato a chiamare Dio anzitutto col nome di Padre.
Gesù ci ha raccontato Dio
Ed ecco infine la tenerezza di Gesù, mentre ci parla commosso del Padre Suo. Gesù, infatti, è il primo ed unico esegeta di Dio: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Gesù non è solo un grande rabbino, che ha osato una interpretazione geniale del volto del Dio della Bibbia. Egli ci ha parlato di Dio soprattutto con la Sua vita, nei fatti. Con un trasporto d’amore, con un affetto sempre carico di tenerezza nei confronti del Padre che diventa la ragione e la causa della Sua stessa vicinanza d’amore ad ogni uomo: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Parlandoci del Padre, Gesù si esprime con accenti linguistici che assomigliano alle prime parole che un bambino comincia a pronunciare, quando cerca il suo papà: “Abbà, padre” (Rm 8,15), “babbino mio”. Coinvolgendo anche ciascuno di noi nei Suoi sentimenti più intimi e profondi: “Quando pregate dice: ‘Padre nostro’” (Mt 6,9-10). Così il Signore Dio, che Abramo aveva intravisto sulla soglia della sua tenda, diventa in Gesù la pienezza della nostra dimora: “Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14,20). Sullo sfondo, intanto, rimane lo Spirito, “il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”, al fine di giungere “a tutta la verità” (Gv 16,13).
don Walter Magni
Coltivare il desiderio di Dio
“Tu, attraverso il desiderio, ti dilati, cosicché potrai essere riempito quando giungerai alla visione. Ammettiamo che tu debba riempire un grosso sacco e sai che è molto voluminoso quello che ti sarà dato; ti preoccupi di allargare il sacco o l'otre o qualsiasi altro tipo di recipiente, più che puoi; sai quanto hai da metterci dentro e vedi che è piccolo; allargandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo Dio con l’attesa allarga il nostro desiderio, col desiderio allarga l’animo e dilatandolo lo rende più capace. Viviamo dunque, o fratelli, di desiderio, poiché dobbiamo essere riempiti”
(Agostino, dal Trattato sulla prima lettera di Giovanni, 4,4)
“Uno per uno fa sempre uno”
Carissimi fratelli,
l’espressione me l’ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt’altro che banale. Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare del mistero della Santissima Trinità: e cioè che le tre Persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre relazioni sussistenti.
Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e comunque, per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici. Io, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto. E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile…
Colsi l’occasione per leggere al mio amico la paginetta
che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la
gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero
di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così
fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre
uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi
all’altra ancora. In Dio ogni
Persona vive per l’altra.
E sai come concludo? Dicendo
che questo è una specie di marchio
di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in
‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato
come l’uomo per gli altri”.
Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti. Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per esempio: che l’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e che pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito.
Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del pozzo di
campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca di
pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle.
Ma forse
don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché ho
preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche
ogni persona umana è un essere
per, un rapporto o, se è più chiaro,
una realtà dialogica. Più che interessante, cioè,
deve essere inter-essente.
* * *
Cari fratelli,
lo so che la Trinità è molto più che una formula esemplare per noi, e che non è lecito comprimerne la ricchezza alla semplice funzione di analogia. Ma se oggi c’è un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero, è proprio quello della revisione dei nostri rapporti interpersonali.
Altro che “relazioni”. L’acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d’incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio. L’isola sperduta, più dell’arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più della esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l’altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente. Coraggio.
Irrompe la Pasqua! È il giorno dei macigni che rotolano via dall’imboccatura dei sepolcri. È l’intreccio di annunci di liberazione, portati da donne ansimanti dopo lunghe corse sull’erba. È l’incontro di compagni trafelati sulla strada polverosa. È il tripudio di una notizia che si temeva non potesse giungere più e che corre di bocca in bocca ricreando rapporti nuovi tra vecchi amici. È la gioia delle apparizioni del Risorto che scatena abbracci nel cenacolo. È la festa degli ex-delusi della vita, nel cui cuore all’improvviso dilaga la speranza. Che sia anche la festa in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria.
Vostro
+ don TONINO, Vescovo
12 aprile 1987
Da “Omelie e scritti quaresimali, Scritti di mons. Antonio Bello”, vol.II, Ed. Archivio Diocesano Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e Luce e vita, Molfetta 1994