[commentidomenicali] VI DOMENICA DI PASQUA, 9 maggio 2010

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Alberto Marsiglio

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May 7, 2010, 5:24:57 AM5/7/10
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Carissimi,
vi inoltro il commento di don Walter Magni alla liturgia di domenica prossima.
Buona domenica.
don Alberto

       VI DOMENICA DI PASQUA

Anno C - Rito Ambrosiano – 9 maggio 2010

                                                                     

Popoli tutti, lodate il Signore, alleluia!          

 

Cristo sorridente

(particolare del crocifisso dell’Abbaye Notre Dame de Lerins, Ile St. Honorat, Cannes)

 

LETTURA: Atti degli Apostoli 21,40b–22,22

SALMO 66 (67): Popoli tutti, lodate il Signore, alleluia!

EPISTOLA: Lettera agli Ebrei 7, 17-26

VANGELO: Giovanni 16, 12-22: In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli: 12«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». 18Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia».

 

Cari amici e care amiche,

 

se la Pasqua è la celebrazione luminosa e gioiosa della morte e della risurrezione di Gesù, Gesù ai Suoi non ha mai promesso che avrebbero trovato il paradiso in terra. La realtà della Chiesa, sostenuta dalla certezza e dalla forza che deriva dalla fede in Gesù, sarà inevitabilmente segnata dal peccato, della precarietà, da domande cariche di attese e di speranza. Anche dall’esperienza della conversione, come ci testimonia il racconto della conversione di Saulo (At 21,40b–22,22). Rimane però decisivo riferirci al brano evangelico (Gv 16,12-22) di questa VI domenica di Pasqua (9 maggio 2010), ripreso dai discorsi di addio di Gesù ai Suoi, durante l’Ultima cena.

 

 

Il giogo del vangelo

 

C’è anzitutto un’affermazione di Gesù: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Per un verso Gesù vorrebbe dire ai Suoi “molte (altre) cose”, ma in quel momento non sarebbero “capaci di portarne il peso”. Perché il Suo Vangelo ha un peso. Che consiste nel fatto che segna la missione evangelica di Gesù dall’inizio, come aveva detto Giovanni Battista, “vedendo Gesù venire verso di lui disse: ‘Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!’” (Gv 1,29). Gesù è Colui che “toglie il peccato del mondo” perché anzitutto se l’è addossato, se l’è messo sulle spalle, come un peso.

I Suoi discepoli potrebbero non comprendere in quel momento proprio questo peso. La ragione ultima per la quale Gesù sta per consegnarSi per amore. Per questo aveva già detto: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Mt11,28). E il giogo è una barra di legno con la quale due animali affiancati lavoravano insieme, trainando un carro e condividendone il carico. Se Gesù, per un verso, non vuole salvarci da solo, ma desiderera un po’ di condivisione nel farsi carico del peccato degli uomini, per un altro, proprio questo sforzo di collaborazione non è scontato né per i Suoi discepoli e neanche per noi. Infatti: “questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?” (Gv 6,60); anzi: “quel parlare restava oscuro per loro e non capivano ciò che egli aveva detto” (Lc 18,31).

 

 

Pienezza della verità

 

Per questo Gesù promette ai Suoi lo Spirito Santo: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”. Gesù non sta alludendo a una disquisizione astratta della verità, ma a una piena comprensione, con l’aiuto dello Spirito Santo, del Suo disegno d’amore. Per una ragione di pienezza partecipativa dei Suoi discepoli alla Sua missione evangelica: “Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”.

Da una parte, c’è il desiderio di Gesù di coinvolgerci nel Suo progetto di salvezza e, dall’altra, ci siamo noi, che singolarmente e come Chiesa facciamo fatica a comprendere e conoscere in pienezza la verità del Suo Vangelo. Quando in questo senso si dice che “nessuno ha la verità in tasca”, si afferma una evidenza evangelica, che toglie a tutti, dentro e fuori la Chiesa, dalla tentazione di sentirsi arrivati. Solo lo Spirito di Dio “ha la verità in tasca”. Spetta a Lui l’ultima parola, neppure alla coscienza. Questa è la verità che è stata affidata alla Chiesa e che la Chiesa ha il compito decisivo di custodire lungo la storia degli uomini.  E là dove ci sentissimo smarriti e confusi, non dovremmo mai dimenticare che “lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rom 8,26).

 

 

Assenza di Dio

 

Ma c’è un’altra difficoltà che Gesù considera, in termini preventivi e affettivi, in rapporto ai Suoi: la Sua assenza in ragione della morte:  “‘Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete’. Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: ‘Che cos’è questo che ci dice: ‘Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete’, e: ‘Io me ne vado al Padre?’.’ Dicevano perciò: ‘Che cos’è questo un poco, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire’”.

Questa è una esperienza che ha sconcertato i discepoli di Gesù, che alla Sua morte restano molto confusi (“Gesù disse loro: ‘Questa notte voi tutti avrete in me un’occasione di caduta; perché è scritto: Io percuoterò il pastore e le pecore del gregge saranno disperse’”, Mt 26,31). Ma si tratta di una realtà che continua a sconcertano gli uomini e anche i credenti, sino ai giorni nostri. Quante volte gli uomini hanno preteso di annunciare la morte di Dio o denunciato la Sua assenza colpevole? Direbbe A. Camus: ogni qualvolta ha “denunciato in Dio il padre della morte e il supremo scandalo”. Ma gli uomini attentano ancora alla vita di Dio ogni qualvolta si pretende di eliminare da soli proprio quella sofferenza e quella morte che neppure Dio ha inteso eliminare dalla Sua  esperienza. Tanto che “L’uomo pazzo corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò: che ne è di Dio? Io ve lo dirò. Noi l’abbiamo ucciso, io e voi, noi siamo i suoi assassini!” (F. Nietzsche, Gaia scienza).

 

 

La gioia del Vangelo

 

Gesù non ci abbandona alla solitudine e alla tristezza: “capì che volevano interrogarlo e disse loro: ‘State indagando tra voi perché ho detto: ‘Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia’”. La gioia che scaturisce dalla Sua risurrezione, la gioia di credere: “Poiché le tue parole, mio Dio, non son fatte per rimanere inerti nei nostri libri, ma per possederci e per correre il mondo in noi, permetti che, da quel fuoco di gioia da te acceso, un tempo, su una montagna, e da quella lezione di felicità, qualche scintilla ci raggiunga e ci morda, ci investa e ci pervada. Fa’ che, abitati da esse,  come ‘fiammelle nelle stoppie’, corriamo per le vie della città, e fiancheggiamo le onde della folla, contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia”(Madeleine Delbrel, La gioia di credere).  Infatti: “la donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”. La stessa gioia che l’angelo Gabriele annuncia anzitutto a Maria: “Rallegrati (chaire) o piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28) e che il Signore Risorto conferma a ciascuno di noi: “E i discepoli gioirono nel vedere il Signore” (Gv 20,21).

 

don Walter Magni

 

 

 

LA PASSIONE DELLA PAZIENZA (Madeleine Delbrêl)

 

La passione, la nostra passione, sì, l’attendiamo. Sappiamo che deve venire ed è stabilito che intendiamo viverla con una certa nobiltà.

Il sacrificio di noi stessi: non aspettiamo altro che ne scocchi l’ora.

Come un ceppo sul fuoco, così sappiamo di dover essere consumati.

Come un filo di lana tagliato con le forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l’attendiamo. L’attendiamo, ed essa non viene.

 

Vengono, invece, le pazienze.

Le pazienze, queste briciole di passione, il cui scopo è di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza gloria per noi.

Ci vengono incontro fin dal mattino:

Sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,

È l’autobus che passa affollato, il latte che trabocca;

Gli spazzacamini che vengono, i bambini che mettono tutto in disordine.

Sono gli invitati che nostro marito porta a casa e quell’amico che, proprio lui, non viene. È il telefono che si scatena; quelli che amiamo e non si amano più; è la voglia di tacere e il dover parlare, è la voglia di parlare e la necessità di tacere; è la voglia di uscire quando si è chiusi e il restare a casa quando si ha bisogno di uscire; è il marito su cui vorremmo appoggiarci e che diventa il più fragile dei bambini; è il disgusto per la nostra razione quotidiana, il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.

 

Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana, dimenticando sempre di dirci che è questo il martirio che ci è stato preparato.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando per dare la nostra vita un’occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami che si distruggono al fuoco, così ci sono tavole che, logorate lentamente dai passi, cadono in fine segatura.

Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati di netto con le forbici, ci sono fili di maglie che di giorno in giorno si consumano sul dorso di quelli che le indossano.

Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è di sangue. Se ne sgranano tanti da un capo all'altro della vita.

È la passione delle pazienze.

 

 (la traduzione dal francese è a cura di Maria Teresa Bandini)

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