ULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA
Anno C - Rito Ambrosiano – 14 febbraio 2010
detta «del perdono»

LETTURA – Siracide 18, 11-14: 11Il Signore è paziente verso di loro ed effonde su di loro la sua misericordia. 12Vede e sa che la loro sorte è penosa, perciò abbonda nel perdono. 13La misericordia dell’uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente. Egli rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge. 14Ha pietà di chi si lascia istruire e di quanti sono zelanti per le sue decisioni.
SALMO RESP. – 102 (103): Grande è la misericordia del Signore
EPISTOLA – 2 Corinzi 2, 5-11: Fratelli, 5se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me soltanto, ma, in parte almeno, senza esagerare, tutti voi. 6Per quel tale però è già sufficiente il castigo che gli è venuto dalla maggior parte di voi, 7cosicché voi dovreste piuttosto usargli benevolenza e confortarlo, perché egli non soccomba sotto un dolore troppo forte. 8Vi esorto quindi a far prevalere nei suoi riguardi la carità; 9e anche per questo vi ho scritto, per mettere alla prova il vostro comportamento, se siete obbedienti in tutto. 10A chi voi perdonate, perdono anch’io; perché ciò che io ho perdonato, se pure ebbi qualcosa da perdonare, l’ho fatto per voi, davanti a Cristo, 11per non cadere sotto il potere di Satana, di cui non ignoriamo le intenzioni.
VANGELO – Luca 19, 1-10: In quel tempo. Il Signore Gesù 1entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, 2quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. 4Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. 5Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. 7Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». 8Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. 10Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
Cari amici e care amiche,
domenica scorsa la Parola di Dio ci parlava della divina clemenza; oggi l’accento cade sul perdono (14 febbraio 2010, ultima domenica dopo l’Epifania, detta “del perdono”). In questo modo la clemenza e il perdono sono la dimostrazione evidente della misericordia di Dio che, per un verso, abbiamo accolto nel mistero dell’incarnazione, a Natale, e che, per un altro, si rivela pienamente nella morte e risurrezione di Gesù con la Pasqua che celebreremo al termine della prossima Quaresima.
Misericordia e perdono
Il re Davide nel miserere prega dicendo: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia, nel tuo grande amore cancella il mio peccato” (Sl 51,3). Se la misericordia non è un aspetto dell’amore di Dio, ma il suo essere, il suo più profondo modo di essere, come l’amore di una madre per il suo bambino, allora il perdono che ne deriva va ben compreso.
Stando alla prima lettura, presa dal Siracide, si dice che il perdono di Dio è frutto di pazienza e di consapevolezza: “Il Signore è paziente verso di loro ed effonde su di loro la sua misericordia. Vede e sa che la loro sorte è penosa, perciò abbonda nel perdono”. E Paolo, nella II Corinzi, suggerisce il criterio fontale del perdono cristiano: far prevalere sempre, nell’esercizio di un giusto castigo, la carità “cosicché voi dovreste piuttosto usargli benevolenza e confortarlo, perché egli non soccomba sotto un dolore troppo forte. Vi esorto quindi a far prevalere nei suoi riguardi la carità”. Se Paolo perdona un membro della comunità, dunque, lo fa “davanti a Cristo”, nel Suo nome: perché “ciò che io ho perdonato, se pure ebbi qualcosa da perdonare, l’ho fatto per voi, davanti a Cristo, per non cadere sotto il potere di Satana, di cui non ignoriamo le intenzioni”.
Non parole, ma fatti
L’invito di Paolo, dunque, è a conformarsi al modo nel quale perdona Dio. In questo senso non abbiamo altro riferimento che la Parola chiara di Gesù: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36), cioè “perdonate e sarete perdonati” (Lc 6,37). Non solo fino a sette, come dice Pietro, osando già molto, ma “fino a settanta volte sette” ((Mt 18:21;23), come suggerisce Gesù.
Ma il perdono al quale Gesù ci esorta non è un vago insegnamento verbale e neppure un gioco di parole. Il perdono che deriva dal cuore di Dio sta nella concretezza delle relazioni. Come nell’episodio evangelico dell’incontro di Gesù con Zaccheo. Il perdono che ci insegna Gesù sta nei fatti: “Figlioli, non amiamo a parole, né con la lingua, ma coi fatti e nella verità... Questo, ricordatelo, è il comandamento di Dio: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in lui” (1 Gv 3, 18-24). Infatti: “non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).
Bisogno di perdono
La differenza tra il perdono cristiano e il perdonismo, che dispensa a parole una remissione della colpa retorica e semplificante, sta nel pagare di persona, rimettendosi continuamente in gioco con l’altro. Con i rischi e le fatiche che l’essere in relazione con qualcuno comporta inevitabilmente.
Zaccheo è un inquieto, attraversato da uno struggente bisogno di perdono: “Il Signore Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura”. Da una parte, c’è Gesù che attraversa Gerico e,dall’altra, Zaccheo, che, nonostante la sua significativa posizione sociale (“capo dei pubblicani e ricco”), “cercava di vedere chi era Gesù”. E solo un desiderio così struggente giustifica il seguito del racconto: “perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là”.
Lo sguardo di Gesù
Gesù aveva certamente intuito il dramma interiore di Zaccheo. Senza esitare entra in azione, scatenando l’impensabile: “Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: ‘Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua’. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia”. Questo desiderio profondo di incrociarsi con lo sguardo di Gesù derivava da un inconfessato bisogno di amore, della Sua misericordia e del Suo perdono. Un perdono che Zaccheo, nonostante le sue ricchezze, non sapeva regalare a se stesso. Come è avvenuto con lo sguardo di Gesù a Pietro, dopo il suo rinnegamento: gli occhi di Gesù lo toccano così profondamente da indurlo a uscire per piangere lacrime di pentimento (Lc 22,61b-62). Si tratta, dunque, di lasciarci toccare da questo singolare laser che è lo sguardo di Gesù, perché venga spaccata la corazza delle nostre difese, della nostra pretesa di coerenza e di probità. Ammettendo che senza il ricordo delle parole di Lui e soprattutto senza la Sua preghiera ricadremmo in una permanente condizione di peccato e di morte.
Dal perdono la conversione
L’incrocio degli sguardi, l’intesa immediata del cuore e della mente, la fretta di chi non sa più aspettare (Gesù gli dice “scendi subito” e Zaccheo “scese in fretta”) portano Gesù e Zaccheo a sedersi alla stessa tavola al punto che la tavola della Sua cena eucaristica diventa la tavola dei peccatori. Ed è sedendo alla stessa tavola che avviene il miracolo, la trasformazione radicale di un’esistenza: “Vedendo ciò, tutti mormoravano: ‘È entrato in casa di un peccatore!’. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: ‘Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto’”.
Capire il dinamismo che ha permesso a Zaccheo di osare tanto (“do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”) significa cogliere che la sua conversione radicale prende le mosse da un incontro dove il dono è superlativo (per-dono).
Ma se ancora qualcuno mormora (“è entrato nella casa di un peccatore”) è perché un’esperienza di questo genere non l’hai mai fatta. Del resto, qualcosa era già capitato anche nella casa di Simone il fariseo, che, dopo aver invitato Gesù a pranzo, s’era visto una donna di strada accovacciarsi ai piedi di Lui, sentendoGli dire: “Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco”. (Lc 7,36-50). Così, infatti, conclude Gesù: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.
don Walter Magni