Carissimi,
la quarta domenica di Pasqua è domenica di preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione.
Vi invio il commento di don Walter Magni ed in allegato il commento di don SIlvano Caccia.
Allego inoltre una raccolta di risonanze di chi ha partecipato all’incontro nelle zone per i gruppi familiari della diocesi.
Poi da un articolo, un testo significativo per le coppie.
Senza dimenticare il momento politico che stiamo vivendo, allego anche un articolo di Padre Bartolomeo Sorge, oltre ai 2 pronunciamenti dell'AC diocesana e nazionale.
Che sia una buona domenica per tutti voi.
don Alberto M.
Quarta domenica di Pasqua - 13 aprile 2008

Il Buon Pastore. Mosaico del Mausoleo di Galla Placidia (Ravenna)
Giovanni 10,1-10: “ [1] In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. [2]Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. [3]Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. [4]E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. [5]Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. [6]Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro.
[7]Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. [8]Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. [9]Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. [10]Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza”.
Domenica prossima (IV di Pasqua, 13 aprile 2008) il Vangelo fa uno svolta, rispetto ai brani letti nelle scorse domeniche. Dal racconto di episodi di apparizione del Risorto si passa alla proposta di una riflessione più sintetica, che identifica fondamentalmente Gesù nella figura del ‘pastore’ (Gv 10,1-10), anzi, nel “pastore buono (bello)”, come si affermerà subito dopo (Gv 10,11). Per questo, stando alla metafora, si parla di pecore, del cortile e della porta che ne permette l’accesso e, soprattutto, della relazione singolare tra il pastore e le sue pecore. Il tono del linguaggio usato da Gesù conferisce al testo una particolare solennità dichiarativa, sin dalle prime battute: “In verità, in verità (amen, amen) vi dico”.
Ecco, dunque, la prima affermazione: “chi non entra nel recinto (cortile) delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante”. Non si dimentichi che Gesù sta parlando ancora ai capi del popolo (scribi e farisei), ai quali rimprovera di non essere stati pastori particolarmente illuminati. Come se fossero entrati nel cortile (del Tempio), dove sempre il popolo di Dio si raduna, in modo furtivo: non entrando per la porta, ma “da un’altra parte”. Come “un ladro e un brigante”, quasi rubando a Dio il Suo possesso più prezioso. Sino ad esercitare nei confronti della gente forme di violenza e di pressione, come farebbe un brigante.
Chi invece è di casa nel Tempio – aveva già invitato a suo tempo a “smettete di fare della casa del Padre mio una casa di mercato” (Gv 2,16) – è proprio Colui che, solennemente “entra per la porta”. Perché Lui, appunto, “è il pastore delle pecore”. Per questo “il guardiano gli apre”.
Per un verso, Gesù è messianicamente Colui che entra attraversando a pieno titolo il portale di ingresso della storia degli uomini (come direbbe il salmo: “o porte, alzate i vostri frontoni; e voi, porte eterne, alzatevi; e il Re di gloria entrerà” (sl 24,7.9), come del resto avverrà di lì a poco col Suo solenne ingresso in Gerusalemme (Gv 12,12-16). Per un altro, l’immagine del pastore riporta il Suo ingresso a termini più miti e discreti. Persino più immediati e comprensibili.
In questa linea, infatti, dobbiamo leggere in profondità il senso della relazione che sussiste tra le pecore e il loro Pastore. Si va nella prospettiva di una intimità singolare, unica. Infatti, le “pecore ascoltano la sua voce”. Proprio come il cieco nato che, dopo averLo ascoltato, poi semplicemente Lo adora (Gv 9,38); o come Lazzaro che se ne esce dal sepolcro, dopo aver udito il forte e sicuro richiamo della Sua voce che grida: “vieni fuori” (Gv 11,43). Così, l’eco della Sua voce ritorna ancora sulle labbra dei Suoi discepoli che, lungo la storia degli uomini, ripetono sempre la Parola: “Chi ascolta voi ascolta me; chi respinge voi respinge me, e chi rifiuta me rifiuta Colui che mi ha mandato”. (Lc 10,16).
Ma ora si tratta di entrare davvero in questa relazione d’intimità. Se, infatti, le pecore “ascoltano la sua voce”, perché ri-conoscono la voce, la radice di tale riconoscimento sta proprio nel fatto che per primo “egli chiama le sue pecore una per una (per nome)”. Per questo, infatti, “le conduce fuori” dal recinto della Legge e del Tempio, per farle camminare ormai nella Sua luce: “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
Così Gesù, “quando ha condotto fuori (espulso) tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro”. In forza di una relazione così intima, di un’attrattiva senza pari, “le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce”. Per le pecore, infatti, la conoscenza di Gesù non è una relazione intellettuale, ma un vero ed proprio ri-conoscimento di Colui del quale anzitutto si erano fidate.
C’è, tuttavia, un legame, si potrebbe dire una sorta di relazione diretta, quasi istintiva, nei confronti di Gesù, che va evidenziata: le pecore “un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui”. Così come è immediata l’intuizione del vero rispetto alla menzogna o così come, immediatamente, si è portati a scegliere la libertà rispetto alla schiavitù, la vita al posto della morte.
Sottesa, in fondo, è l’affermazione stessa del grande principio di creazione, che ad un tempo, esprimendosi, finisce per dare un’impostazione strutturale all’umanità e ai suoi dinamismi razionali. Perché “in lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28), direbbe appunto Paolo ai suoi interlocutori intellettuali e pensanti. Così le Sue pecore, mentre non seguono “un estraneo”, fuggendo “via da lui”, seguono invece il Pastore, proprio perché sentono, ascoltando la Sua voce, che proprio in essa risuona la verità stessa sull’uomo: “un estraneo non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”.
Quanto Gesù sta dicendo è, dunque, la metafora del comportamento proprio di chi, volutamente, cioè consapevolmente, Lo rifiuta. Ma rifiutando Lui, nella Sua umanità, si finisce per rifiutare anche la divinità che in essa è consegnata e che ad essa si intreccia, identificandosi. Per questo l’evangelista afferma: “Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro”. Del resto, anche l’evidenza può essere negata. Quanto egli afferma è comprensibile solo a colui che è predisposto nei Suoi confronti, senza pregiudiziali.
Tuttavia la pazienza fa ancora più bello il Pastore. Anche davanti all’incomprensione, Gesù non S’arrende: “Allora Gesù disse loro di nuovo”. Proprio a tutti coloro che Lo respingono Egli Si ripresenta, addirittura come modello compiuto dell’umanità. Quale immagine realizzata tra gli uomini del volto stesso del Dio vivente. Al fine d’essere ancora più esplicito, se poco sopra Gesù aveva proclamato ladro e brigante chi non passa per la porta, ora, in modo ancor più solenne afferma: “In verità, in verità vi dico: Io sono la porta delle pecore”.
Ed è singolare accorgersi che sia proprio Lui – che già aveva varcato dalla parte di Dio la porta della nostra umanità – a consegnarSi senza condizioni alla libertà stessa degli uomini, al fine di poterla ancora riaprire: “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono” (Ap 3,20-21).
Per questo, comunque, se Lui è “la porta delle pecore”, resta che “tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti”. Chi volesse infatti ridefinre l’umano, prescindendo da Lui, altro non sarebbe che ladro e brigante. Infatti, nessuno prima di Lui ha mai visto il Padre. Di conseguenza, ha potuto davvero comprendere ed affermare la verità sull’uomo in quanto tale: “Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere” (Gv 1,18). Per questo, comunque, “le pecore non li hanno ascoltati”.
Seguendo Lui, dunque, non si abbandona affatto l’umanità per una divinità astratta, ma si assume definitivamente la Sua umanità per ritrovare pienamente la nostra: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo”. Si tratta, dunque, di entrare in Lui, in una relazione profonda con Lui, per uscire poi dall’ovile, dal recinto, stando dietro di Lui, al fine di continuare a sfamarsi e abbeverarsi in Lui. Se Lui è la porta, Lui è anche il pascolo del Suo gregge. Pane di vita, capace di soddisfare ogni fame e ogni sete dell’uomo (Gv 6,35). Infatti, Signore, Tu sei tutto per noi (S. Ambrogio).
Certo, per tutti coloro che deliberatamente non vogliono passare attraverso l’ascolto di Lui, il rischio della disumanità è sempre in agguato, perché “il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere”. Dopo che Dio si è reso presente in Gesù nella nostra umanità, svelando pienamente all’uomo se stesso, la pretesa di affermare antropologie alternative o contrastanti la Sua piena e vera umanità fa diventare più chiara la disumanità propria di chi ancora ruba, uccide e distrugge.
Spalancare le porte a Cristo (Giovanni Paolo II) significa, dunque, credere che la nostra umanità – illuminata dalla presenza di Gesù, Pastore bello, Figlio di Dio fatto uomo – si realizza semplicemente accogliendoLo. Anzi, a partire dalla stessa vicenda di Gesù, neppure la morte è più assurda. Infatti “io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”, come afferma l’ultimo versetto del brano evangelico odierno.
Questa, del resto, è pure la realtà che di domenica in domenica ci è dato di contemplare nell’Eucarestia, memoriale di vita della Sua stessa morte e risurrezione.
don Walter Magni