II domenica di Pasqua, domenica in Albis depositis (della Divina Misericordia), 7 aprile 2013

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Alberto Marsiglio

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Apr 5, 2013, 9:13:33 AM4/5/13
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Carissimi tutti,
vi inoltro il consueto commento di don Walter Magni alla liturgia della Parola dell'Eucarestia di Domenica prossima.
La Paqua continua!
un cordiale saluto,
don Alberto M.
 

DOMENICA IN ALBIS DEPOSITIS

(ormai deposte le vesti battesimali)

 

II di Pasqua - Rito Ambrosiano – 7 aprile 2013

 

 

Duccio di Buoninsegna, Incredulità di Tommaso (Maestà, Museo dell’Opera  Metropolitana di Siena)

 

 

Giovanni 20,19-31:  In quel tempo. 19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Cari amici e care amiche,

stiamo vivendo il tempo di Pasqua, la Seconda Domenica di Pasqua (Domenica in Albis depositis, 7 aprile 2013). Un tempo liturgico che si distende nell’arco di cinquanta giorni che si concluderà a Pentecoste, da celebrare “nell’esultanza e nella gioia, come un solo giorno di festa”.

 

Lui che ci viene a trovare

 

Nei giorni della Sua passione e morte avevamo assistito come a un lungo pellegrinaggio nel quale i Suoi amici, e anche noi, Lo avevano semplicemente seguito, quasi scrutandoLo un po’ da lontano. Un po’ temendo d’essere troppo coinvolti; un po’ non sapendo bene cosa fare per riuscire a soccorrerLo e confortarLo. Solo ci portavamo nel cuore il dramma di vederLo così maltrattato e percosso, crocifisso e ucciso. Persino nel giorno di Pasqua abbiamo osato seguire alcune donne che, forti del loro profondo affetto e delle loro tradizioni, s’erano recate furtive in pellegrinaggio al luogo della Sua sepoltura. Poi d’improvviso tutto cambia e s’inverte. Si diffonde la notizia che il sepolcro è vuoto, nonostante le guardie che avrebbero dovuto vigilare. Qualche donna osa dire una parola forte e chiara: “E’ risorto (….) Gesù è vivo” e a sua testimonianza qualcuno comincia a gridare d’averLo visto apparire qua e là. Come se sbucasse da tutte le parti. Chi l’ha visto in piedi nel giardino dov’era il sepolcro; chi confuso tra i viandanti sulla strada che porta al villaggio di Emmaus; chi in riva al lago in Galilea. E ora, mentre i Suoi stanno asserragliati nel Cenacolo, per paura dei Giudei, eccoLo comparire anche qua. Il fatto è che non siamo più noi a seguirLo, a cercarLo. Adesso è Lui, anzitutto Lui, che ci cerca. È Lui che ci viene a trovare là dove siamo, nella condizione nella quale ci troviamo. Nel pianto sconsolato di Maria di Magdala; nella paura dei Suoi discepoli; mentre alcuni se ne vanno delusi da Gerusalemme. Persino là dove alcuni Suoi più stretti collaboratori s’erano recati per riprendere il loro antico mestiere di pescatori. Là dove siamo, Lui ci raggiunge. Comincia a sbucare da tutte le parti. 

 

Tornando con insistenza

 

C’è poi una seconda indicazione curiosa. Il vangelo di oggi fa due notazioni temporali importanti: “Il primo giorno dopo il sabato” E poi “otto giorni dopo”. Colpisce questo venire una volta e un’altra volta ancora di Gesù. Per sé, le porte erano ancora chiuse. Persino sbarrate. E lui invece ritorna. La prima volta ne mancava uno. Non dice: ‘peggio per lui’. Gesù sapeva che cosa Tommaso si portava nel cuore, sapeva da tempo della sua resistenza ad accogliere con immediatezza le Sue parole. Non per questo però si permette di dire: peggio per lui. Semplicemente ritorna. Come non ricordare un timore che anche S. Agostino ha cercato di descrivere con parole che sono rimaste famose, perché ci richiamano anche a una nostra responsabilità davanti alla Sua presenza e alle Sue esortazioni: “Ho paura di Gesù che passa e non ritorna” (Confessioni). Tocca il cuore, invece, questo Signore che ritorna, che non Si stanca di ritornare. Nei cenacoli della nostra incredulità, nei luoghi e nelle occasioni dei nostri dubbi, delle nostre molte incertezze, Lui non ci lascia perdere. Lui ancora ritorna. Ritorna proprio per noi, che tanto assomigliamo a Tommaso. Del resto, non era poi così diverso Tommaso dagli altri, se il Vangelo di Matteo chiude dicendo che gli apostoli – lo dice al plurale! – “dubitavano”. All’evangelista Giovanni succede più di una volta di voler caricare tutto sulle spalle di uno solo, sulle spalle di Giuda, la critica a Maria di Betania per l’uso di un profumo costoso sparso sul corpo di Gesù, quando invece gli altri evangelisti preferiscono parlare di alcune colpe o mancanze dei Suoi discepoli, al plurale. Qui, di fatto, Giovanni carica sulle spalle di Tommaso la responsabilità del dubbio e della presa di distanza.

 

Tommaso, nostro gemello

 

Tommaso, ce lo ricorda anche oggi il Vangelo, è chiamato Didimo, cioè gemello. Gemello forse in tanti sensi. Anche nel senso che in lui la fede è gemella, fa il paio con l'incredulità e con il dubbio. In questo senso Tommaso è gemello anche nostro. Gemello di tutti coloro che di fatto non erano là. Gemello di tutti coloro che – come noi – hanno ricevuto l’annuncio della risurrezione, senza aver visto con i loro occhi, senza aver potuto toccare con le loro mani, udire con le loro orecchie, provare certe emozioni nel cuore. E, quindi, non resta loro che mutuare la fede dagli altri. Da coloro che li hanno preceduti, in una linea ininterrotta di abbinamento di fede e incredulità. E noi, dunque, siamo proprio tra questi, sentendoci così vicini a Tommaso, gemelli suoi, perché lui è gemello nostro. Gemello con la sua storia. Una storia – un po’ come sono anche le nostre storie – segnata da cammini per lo più tortuosi. Anche quello di Tommaso non è mai stato un cammino lineare. Di fatto sta attraversando una crisi. Non d’identità, ma di relazione. Una crisi che il Vangelo non si permette di nascondere o camuffare. Tanto il suo cammino dietro a Gesù era iniziato con grande entusiasmo (ricordate nel Vangelo di Lazzaro: “Andiamo anche noi a morire con lui!”), quanto davanti al cadere delle sue attese e dei suoi pensieri, ecco lo smarrimento. Come già durante l’ultima cena a Gesù s’era permesso di domandare: “Non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?” (Gv 14, 5). Ma il Signore lo va a cercare là dove Lui si trova, lo riaccoglie, gli parla, permettendogli di arrivare ad affermare con essenzialità e verità profonda il dono della fede.

 

L’approdo incondizionato

 

Veniamo al nostro episodio. Tommaso è arrivato al culmine della vicenda, al culmine dello smarrimento, al punto più basso della confusione. Nella sua confusione, nella sua ricerca si fa comunque coraggio e osa dire anche agli altri che avevano già accolto con gioia il Signore: “Se non vedo… se non metto la mano”. E Gesù semplicemente acconsente. Hai messo una condizione? E una condizione sia. “Metti qui il tuo dito, stendi la tua mano”. Gesù sta pure alle nostre condizioni. Ma il passaggio vero è stare in relazione con Lui. Entrare davvero in relazione con Lui, con quello che Lui è e ha voluto essere per amore nostro. Qui sta lo scarto, il passaggio, il salto qualitativo. Uno scarto intrigante effettivamente: colui che aveva posto le condizioni, ora si apre senza condizioni. Crede senza toccare, Lo prende a sua volta per quello che è, senza mettere il dito, fidandosi della Sua parola. CredendoGli sulla Parola. Senza più condizioni, Tommaso confessa: “Mio Signore e mio Dio”.

Questo è davvero un traguardo. Il traguardo di tutti coloro che sono gemelli, gemelli del credere e del dubitare, il traguardo di tutti noi che ci portiamo dentro, come Tommaso, lungo il cammino, questo gemellaggio, questa duplicità del credere del non credere. Il cammino di Tommaso e l’approdo. Il cammino ci appartiene e va verso un approdo che non è frutto di un controllo. Di mani o di dita. Perché Tommaso rinuncia a toccare? Perché ha capito che Gesù conosce ciò che vive nel suo cuore, conosce i pensieri del suo cuore. Puoi abbandonarti a Lui, perché Lui conosce che cosa vive nel tuo cuore. Di Lui puoi riconoscere il timbro della voce, in modo inequivocabile. Come era avvenuto anche a Maria di Magdala che presso il sepolcro vuoto s’era sentita chiamare per nome. Così, solo così, nasce l’affidamento. “Non ci siamo mai chiesti perché oggi sia così problematico per molti affidarsi alla Chiesa? Davvero siamo tra coloro che conoscono ciò che vive nel cuore delle donne e degli uomini del nostro tempo? E siamo riconosciuti dal timbro della voce?” (Angelo Casati)

                         don Walter Magni

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