IV DOMENICA DOPO PENTECOSTE
Anno C – Rito Ambrosiano – 16 giugno 2013
Sacrificio gradito al Signore
è l’amore per il fratello

Pietro e Paolo, l’amore fraterno – icona russa del XVI sec.
LETTURA del libro della Genesi 4,1-16.
SALMO 49 (50) - ® Sacrificio gradito al Signore è l’amore per il fratello.
EPISTOLA Lettera agli Ebrei 11,1-6
VANGELO - Lettura del Vangelo secondo Matteo 5,21-24 - In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono».
Cari amici e care amiche,
domenica scorsa la liturgia della Parola confrontava la disobbedienza peccaminosa di Adamo con l’ascolto obbediente di Giuseppe di Nazaret. Una volta rotta la relazione con Dio, anche l’amore per gli altri, in modo particolare per i fratelli, viene rovinato dall’invidia e dall’odio, svilendo qualsiasi altra forma di amore nei confronti di Dio. Come dice il ritornello del salmo responsoriale di questa domenica (IV dopo Pentecoste, 16 giugno 2013): sacrificio gradito a Dio è l’amore per il fratello.
“Misericordia voglio, non sacrificio”
Non sappiamo più cos’è il sacrificio. Non solo perché la cultura del benessere ci sta evitando molte fatiche, magari addossandocene altre. Soprattutto è diventato incomprensibile per i più il significato del sacrificio. Perché sottoporsi a certe fatiche quando lo si può facilmente bypassare, aggirare, per ottenere certi risultati e traguardi della vita? Forse però l’ignoranza più grave va registrata propriamente sul fronte del culto cristiano, circa il significato del sacrificio eucaristico di Gesù. Paolo scrivendo ai Romani affermava: “Vi esorto fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). Ma cos’è propriamente il sacrificio cristiano, quello che Paolo chiama culto spirituale? Prendiamo anzitutto la distanza dal culto specificatamente religioso, che sacrificava la vita degli animali e persino degli uomini per ottenere benevolenza e favori da parte di Dio. Piuttosto, dobbiamo fissare il nostro sguardo su Gesù che viene nel mondo per insegnarci che si onora Dio nella misura in cui si onora e si ama ogni uomo. Del resto, il nostro Dio non ha mai amato i nostri sacrifici cruenti: “Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero?” (Is 1,11); “Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più che gli olocausti” (6,6). Come anche Gesù dirà a chi disprezza il Suo comportamento misericordioso nei confronti del pubblicano Matteo: “andate e imparate che cosa significhi: ‘Voglio misericordia e non sacrificio’; poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori” (Mt 9,13).
“Il Signore gradì Abele e la sua offerta”
A Dio, dunque, non piacciono affatto i sacrifici di Caino, ma preferisce piuttosto quelli di Abele: “Caino presentò frutti del suolo come offerta al Signore, mentre Abele presentò a sua volta primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta”. Perché il Signore fa questa distinzione? Che cosa gradisce davvero il nostro Dio? Cosa gli sta davvero a cuore? C’è una espressione importante che Gesù fa nel Vangelo di Giovanni: “Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29). Gesù fa sempre e solo quello che piace al Padre suo: “Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4, 34). Dio predilige il sacrificio di Abele perché già intravvede quanto farà Gesù, proprio il Suo comportamento, il Suo stesso modo di amare e di stare in mezzo agli uomini. Lui, infatti, è passato tra gli uomini “facendo del bene e guarendo gli uomini dalle loro infermità" (At 10, 38). Regalando a piene mani amore e soltanto amore, fino al dono totale di Sé sulla croce. Questo è il culto spirituale che Gesù ci ha insegnato. Talvolta mi domando cosa significhi oggi per molti credenti l’impegno di frequentazione, non più regolare, della messa domenicale. Per un verso non è stato annullato il precetto canonico e obbligante a partecipare all’Eucaristia domenicale, ma per un altro nella coscienza di molti cristiani si percepisce una perdita del valore determinate e qualificante dell’invito accorato di Gesù a ripetere il suo gesto d’amore, il suo culto spirituale appunto: “fate questo in memoria di me” (Lc 22,19).
“Questo è il mio comandamento”
Gesù non è venuto al mondo per ribadire una religione del culto sacrificale in grado di placare l’ira di un Dio arrabbiato per i nostri peccati. Neppure il Suo sacrificio sulla croce va inteso come il solo grande gesto capace di placare definitivamente il cuore turbato e offeso del Padre Suo. Così com’è assurdo pensare che, a fronte della nostra cattiveria che ancora dilaga – O tempora o mores!, gridava già Cicerone – Dio torni ad essere un giustiziere che lancia dal cielo terremoti e disgrazie per punire le perversioni umane. Gesù, Figlio di Dio, ci ha indicato un unico comandamento al quale attenerci anche nell’ambito delle molte incertezze religiose e morali che pure assediano la nostra intelligenza: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,12). Non è più possibile dopo Gesù distinguere il culto dovuto a Dio dalla cura piena d’amore che dobbiamo a ogni uomo, custodendo quanto Lui ha creato: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono”. Dobbiamo tornare a rimettere al centro Dio, mettendo in primo piano proprio l’uomo, con tutte le sue esigenze e necessità più profonde. Compreso il suo bisogno di misericordia, tenerezza e consolazione. Questo è il culto spirituale che Gesù ha esercitato nei confronti del Padre Suo. Questo è il culto spirituale che Gesù chiede a tutti i Suoi discepoli. Rimaniamo nel cuore di Dio per sentirne i battiti più profondi e comprenderne la direzione.
“Se mi capitasse un giorno d’essere vittima…”
Mi piace riandare alla vicenda di sette monaci trappisti uccisi in Algeria nel 1996. Furono rapiti nella notte del 26 marzo, per due mesi di loro non seppe nessuna notizia e il 21 maggio i fondamentalisti islamici annunciarono che “Ai monaci abbiamo tagliato la gola”. Il 30 dello stesso mese vengono trovati cadaveri. Nel suo testamento frère Christian, uno dei sette, aveva scritto: “Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo paese [...]”. E concludeva il testamento ringraziando: “In questo ‘grazie’ in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre come promesso! E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quello che facevi. Sì, anche per te voglio questo ‘grazie’ e questo ‘adDio’ profilatosi con te. E che ci sia dato ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah” (in Più forti dell’odio, Piemme, 1997). In una lettera al vescovo mons. Henri Teissier una donna musulmana, scriverà: “Dopo la tragedia e il sacrificio vissuto da voi e da noi, dopo le lacrime e il messaggio di vita, di onore, di tolleranza trasmesso a voi e a noi dai nostri fratelli monaci, ho deciso di leggere il testamento di Christian ad alta voce e con commozione ai miei figli, perché ho sentito che era destinato a tutti e a tutte”.
“Se qualcuno vuol venire dietro me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà (Lc 9 ,23-24). Questi monaci l’hanno salvata non solo nei cieli nuovi e nella terra nuova che stiamo aspettando, ma anche quaggiù. La loro vita donata in sacrificio per amore è rifiorita nel cuore di una donna e dei suoi figli, come nel cuore di altri musulmani di Algeria. Una germinazione autentica si dà dove qualcuno è capace di dono, di amore appassionato. Anche a caro prezzo.
don Walter Magni