Commento ai vangelo della Domenica delle Palme, 24 marzo 2013

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Alberto Marsiglio

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Mar 22, 2013, 4:41:22 AM3/22/13
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Carissimi tutti,
vi invio il consueto commento alla LIturgia della Parola a cura di don Walter Magni della prossima Eucaristia domenicale.
Un caro augurio a tutti, stiamo per emtrare nella settimana santa, la settimana autentica.
don Alberto
 

DOMENICA DELLE PALME

 

Messa del giorno - Anno A – Rito Ambrosiano – 24 marzo 2013

 

Ecco, o figlia di Sion, il tuo re



Casella di testo:  VANGELO DELLA MESSA NEL GIORNO: Giovanni 11,55-57;12,1-11: [55]In quel tempo. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. [56]Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: “Che ve ne pare? Non verrà alla festa?”. [57]Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo. [1]Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. [2]E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. [3]Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù,  poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. [4]Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: [5]“Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?”. [6] Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. [7]Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. [8]I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. [9]Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. [10]I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, [11]perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.


 


 

 

VANGELO DELLA MESSA UNITA ALLA PROCESSIONE - Giovanni 12, 12-16 - In quel tempo. 12La grande folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, 13prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!» 14Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto:  15Non temere, figlia di Sion! Ecco il tuo re viene, seduto sopra un puledro d’asina. 16I suoi discepoli al momento non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose e che a lui essi le avevano fatte.


 


 

Cari amici e care amiche,

due episodi caratterizzano la Domenica delle Palme (24 marzo 2013): l’unzione di Betania (Gv 12,1-12) e l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. (Gv 12,12-16). L’ultimo tratto della vita terrena di Gesù si sviluppa tra la casa dell’amicizia di Betania e Gerusalemme, dove l’ufficialità comporta fatica, incomprensioni e persecuzioni.

Per riuscire a entrare  in Gerusalemme da re, a testa alta, Gesù ha bisogno di prendere forza e sostegno muovendosi da Betania. Solo un Dio così poteva essere così semplicemente umano.

 

 

La casa dell’amicizia

 

È il Vangelo di Giovanni che stabilisce questa sequenza. All’episodio della resurrezione di Lazzaro (Gv 11, 39-44) segue la decisione di uccidere Gesù da parte dei capi dei sacerdoti e dei farisei riuniti in sinedrio (Gv 11,45-53: “da quel giorno decisero di ucciderlo”). Per questo si dice che “Gesù dunque non andava più in pubblico tra i giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove rimase con i discepoli” (Gv 11,55-57). È a questo punto che Gesù, sentendoSi braccato da chi Lo voleva morto Si reca a Betania (casa del pane), dov’era certo che i Suoi amici L’avrebbero accolto nella loro casa: Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.

A pochi giorno dal momento nel quale regalerà la Sua vita al mondo per amore, Gesù ha bisogno di affetto e Si fa mendicante d’amore. Questa Sua umanità non contrasta con la Sua natura divina. Conferma piuttosto che anche il calore di una casa, l’affetto degli amici, la tenerezza di un contatto sono l’orizzonte entro il quale l’amore di Dio trova espressione e compimento. Per questo “fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali”. Nel contesto di una cena tra amici - “sei giorni prima della Pasqua” - si prefigura così il senso pieno dell’ultima cena di Gesù con i Suoi. Quando, sostituendoSi all’agnello ebraico, diventa per noi e per tutti l’Agnello di Dio che si fa carico dei peccati del mondo. 

 

 

Il gesto della tenerezza

 

Ma c’è un altro colpo di scena: Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo”. Se il discepolo che Gesù amava, durante quell’ultima cena, poserà la testa sul cuore di Gesù (Gv 13,23-26), trovandoSi a Betania anche Maria, rompendo ogni indugio, si avvicina ai Suoi piedi e, molto semplicemente li abbraccia. Forse intuendo i sentimenti più nascosti di Gesù o anche solo avendo colto qualche preoccupazione, guardandoLo in volto. Si accovaccia ai Suoi piedi, in modo discreto, compiendo un gesto semplicemente gratuito e incalcolabile. È ormai tempo di tacere, restando in silenzio e passare all’immediatezza evidente dei gesti. Maria ritrova ancora una volta il suo posto, mettendosi ai piedi del Suo Maestro, com’era sua abitudine fare. Scegliendo “la parte migliore, che non le sarà più tolta” (Lc 10,43).

Così Gesù, nell’orizzonte di affetti semplici e famigliari, ha modo di intuire il senso della Sua Pasqua. Non sarà casuale, infatti, accorgersi che durante l’ultima cena, anch’Egli “si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto” (Gv 13,4-5). Nella tenerezza del gesto di Maria, Gesù, il Figlio di Dio, intuisce con quale gesto potrà spiegare agli uomini il senso dell’amore di Dio: “il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servitoma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).

 

 

 

A Pasqua l’amore vince

 

Rimane, certo, la possibilità che un amore così grande non venga compreso. Proprio da chi Lo stava per tradire: Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: ‘Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?’. Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro”. Così potrebbe capitare ancora nella storia degli uomini, nella nostra storia, che l’amore passi senza sfiorarci il cuore. Senza neppure la possibilità di un pentimento, un velo di pianto e di commozione. La risposta di Gesù diventa convincente se solo avremo il coraggio di non farne lo spunto per una disquisizione. Accogliendola nell’immediatezza con la quale Egli l’ha pronunciata: “Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. Lasciamo fare a Maria il suo gesto, permettendo che ancora nella storia degli uomini la tenerezza sia l’orizzonte all’interno del quale l’Eucaristia di Gesù ci viene consegnata.

 

Come prepararci, dunque, a celebrare la Pasqua di Gesù, avendo davanti i giorni della Settimana Santa? Talvolta ci prende la paura nei confronti di una certa indifferenza dilagante nei confronti del Signore, quando addirittura non diventa opposizione. No, afferma un poeta: Non dubitate sacerdoti e pontefici, ci sarà sempre religiosità sulla terra (p. Turoldo). Troppo spesso, in prossimità della Pasqua, vedendo le nostre chiese un po’ vuote e svuotate, veniamo presi dalla  paura che si sia persa la fede dalle nostra parti e che la religiosità si sia come rarefatta nelle chiese d’Occidente. Tuttavia, finché anche tra noi ci sarà una donna capace d’esprimere un gesto gratuito di tenerezza, l’Eucaristia di Gesù potrà ancora essere celebrata con piena verità nelle nostre povere chiese: Oh innamorati, amate in segreto. E voi che pregate ritiratevi in cella e chiudete la porta. La tenerezza è il tesoro dei credenti e degli amanti (p. Turoldo)

 

                                                                                                                      don Walter Magni

 

Omelia di Papa Francesco nel giorno dell'inaugurazione del suo pontificato (19 marzo 2013)

 

Ringrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale: è una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato Predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza.

Con affetto saluto i fratelli cardinali e vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i rappresentanti delle altre chiese e comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai capi di Sato e di Governo, alle delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al corpo diplomatico.

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che “Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”. In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: “San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello”.

Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne al tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e amore ogni momento. È accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio nel Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.

Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide […]: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo spirito.

Giuseppe è “custode” perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui, cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

La vocazione del custodire, però, non riguarda solo noi cristiani: ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel libro della Genesi e come ci ha mostrato San Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo.

È custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!

E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore si inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli “Erode” che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.

Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di morte e distruzione accompagnino il cammino di questo nostro mondo!

Ma per custodire dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono le intenzioni buoni e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà; anzi, neanche della tenerezza!

E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, San Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi: al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!

Oggi, insieme alla festa di San Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. 

Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di San Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nei giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere. Solo chi serve con amore sa custodire!.

Nella seconda lettura, San Paolo parla di Abramo, il quale “credette, saldo nella speranza, contro ogni speranza”. Anche oggi, davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi speranza. Custodire il creato, ogni uomo e ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è capire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come San Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio.

Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza: custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato!
Chiedo l’intercessione della Vergine Maria, di San Giuseppe, dei Santi Pietro e Paolo, di San Francesco, affinché lo Spirito Santo accompagni il mio ministero, e a tutti voi dico: pregate per me! Amen

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