Terza domenica di Quaresima, 11 marzo 2012

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Alberto Marsiglio

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Mar 9, 2012, 9:50:45 AM3/9/12
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Carissimi,
vi inoltro il commento alla liturgia della Parola della prossima eucarestia domenicale, sempre a cura di don Walter Magni.
Buona domenica!
don Alberto

                                 DOMENICA DI ABRAMO

 

Anno B – III di Quaresima - Rito Ambrosiano – 11 marzo 2012

 

Salvaci, Signore, nostro Dio

 

Marc Chagall, Abramo e i tre angeli

LETTURA, Esodo 32,7-13b. Il vitello d’oro e l’intercessione di Mosè; ricòrdati di Abramo - In quei giorni. 7Il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. 8Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”». 9Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice. 10Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». 11Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? 12Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra”? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. 13Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo”».

SALMO 105 (106): Salvaci, Signore, nostro Dio.

6Abbiamo peccato con i nostri padri, delitti e malvagità abbiamo commesso. 7I nostri padri, in Egitto, non compresero le tue meraviglie, non si ricordarono della grandezza del tuo amore. R.

43Molte volte li aveva liberati, eppure si ostinarono nei loro progetti. 44Ma egli vide la loro angustia, quando udì il loro grido. R.

45Si ricordò della sua alleanza con loro e si mosse a compassione, per il suo grande amore. 46Li affidò alla misericordia di quelli che li avevano deportati. R.

EPISTOLA 1Tessalonicesi  2,20–3,8. Nessuno per le tribolazioni si lasci turbare nella fede -  Fratelli, 2,20siete voi la nostra gloria e la nostra gioia! 3,1Per questo, non potendo più resistere, abbiamo deciso di restare soli ad Atene 2e abbiamo inviato Timòteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, 3perché nessuno si lasci turbare in queste prove. Voi stessi, infatti, sapete che questa è la nostra sorte; 4infatti, quando eravamo tra voi, dicevamo già che avremmo subìto delle prove, come in realtà è accaduto e voi ben sapete. 5Per questo, non potendo più resistere, mandai a prendere notizie della vostra fede, temendo che il tentatore vi avesse messi alla prova e che la nostra fatica non fosse servita a nulla. 6Ma, ora che Timòteo è tornato, ci ha portato buone notizie della vostra fede, della vostra carità e del ricordo sempre vivo che conservate di noi, desiderosi di vederci, come noi lo siamo di vedere voi. 7E perciò, fratelli, in mezzo a tutte le nostre necessità e tribolazioni, ci sentiamo consolati a vostro riguardo, a motivo della vostra fede. 8Ora, sì, ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore.

VANGELO, Giovanni  8,31-59. Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia - In quel tempo. Il Signore 31Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; 32conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». 33Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». 34Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. 35Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. 36Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. 37So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. 38Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro». 39Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. 40Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. 41Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». 42Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. 43Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. 44Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. 45A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. 46Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? 47Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio». 48Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?». 49Rispose Gesù: «Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. 50Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. 51In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». 52Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. 53Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». 54Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, 55e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. 56Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». 57Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». 58Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». 59Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

 

Cari amici e care amiche,

siamo alla Terza domenica di Quaresima, detta di Abramo (11 marzo 2012). Colpisce, ascoltando il brano evangelico proposto, che i Giudei, inizialmente disposti ad ascoltare Gesù, alla fine decidano di ucciderLo. Gesù, infatti, diceva: “In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono’. Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio”. Perché una reazione così violenta? Gesù è ebreo, un rabbi esperto della Scrittura, ma attraversato da un desiderio radicale di avviare una interpretazione definitiva della religione di Abramo, tanto da suscitare comprensibilmente una opposizioni di questo genere. Chi era Abramo?

 

 

Abramo, “Va’ per conto tuo (lekh lekhà)”

 

Abramo (Ur di Caldea, 1813 a.C.) sente giovanissimo di dover abbandonare gli idoli della casa di suo padre per riferirsi a un Dio unico, creatore, giudice, non conoscibile, onnipotente ed eterno. Ascoltando la chiamata del suo Dio, a settantacinque anni decide di lasciare la casa paterna per andare nella terra che Dio stesso gli aveva promesso: “‘Va’ per conto tuo (lekh lekhà) dalla tua terra, dalla tua città, dalla casa di tuo padre, va’ verso la terra che ti mostrerò (Genesi 12,1). “Tutta la storia di Abramo e della sua progenie è racchiusa in questo verso, in questo solenne imperativo che mette subito a dura prova la sua preparazione: lasciare tutto, proprio tutto, la patria, la famiglia, l'ambiente per andar dove? Dove egli non sapeva. Non è già questa una prova di illimitata fiducia in Dio? Lekh lekhà, vattene per tuo conto, staccati da questo mondo idolatrico e segui la tua vocazione, il tuo istinto, il tuo mondo spirituale: conservalo, accrescilo, siine geloso e, soprattutto, preservalo nonostante l'ambiente avverso” (Rav Riccardo Pacifici, Thorah.it). “Si può dire che nel 1738 a.e.v. (ante era volgare), quando D-o dice ad Abramo di eseguire il suo comandamento con le parole lekh lekhà, nasce la prima religione monoteista. Infatti secondo la religione ebraica, il legame con il nostro Creatore non è basato solo sul nostro intelletto, ma piuttosto sul fatto che D-o ci ha dato la possibilità di unirci con Lui, studiando la Sua Torà e osservando i suoi precetti. L’uomo, essendo limitato, non potrà mai unirsi all’illimitato con le sue capacità, se non perché lui ce lo ha permesso. Questo legame viene rinforzato con il Patto delle Parti, col quale D-o permette ad Abramo e ai suoi discendenti la Terra d’Israèl” (Rav Schlomo Bekhor, Cronologia.leonardo.it).

 

 

“Prima che Abramo fosse io sono”

 

Questa è, dunque, la religione nella quale anche Gesù è cresciuto e che Egli non ha mai inteso abbandonare. In questo senso Gesù non ha voluto fondare una nuova religione contrapposta all’ebraismo. Stando al suo interno ha voluto, piuttosto, portare a compimento proprio quella relazione personale che Dio aveva cominciato a stabilito con Abramo, proclamandoSi Figlio di Dio. Infatti: “non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento” (Mt 5,17). È questo che sconvolge i Giudei che Lo stavano ad ascoltare. Fin quando si tratta di discutere della Legge, non ci sono problemi. Ma se un Maestro come Gesù pretende di dare compimento ad essa, allora la questione cambia radicalmente e sostanzialmente: “Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: ‘È nostro Dio!’, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia”. Gesù, proclamandoSi Figlio i Dio prima che figlio di Abramo, viene a toccare un pilastro fondamentale dell’ebraismo, compiendo ai loro occhi un atto di presunzione che rasenta la bestemmia, degna appunto di lapidazione. Ma attenendoci a Gesù si avvia una distinzione tra religione e fede sulla quale è necessario sostare. Mentre la religione ebraica, come qualsiasi altra religione, attesta fondamentalmente il cammino dell’uomo verso Dio, alla ricerca del Suo volto o di qualche tratto del Suo volto, la prospettiva di fede avviata radicalmente da Gesù dice il cammino di Dio verso l’uomo che propriamente in Gesù Suo Figlio, trova compimento e soddisfazione: “Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo” (Lc 9,35).

 

 

“Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”

 

Il card. Martini alla domanda se esiste un Dio solo, perché non esiste una sola religione? Risponde: “Le religioni sono un tentativo dell’uomo di mettersi in rapporto con la divinità. Per questo assumono dalle civiltà circostanti molti dei loro segni espressivi, simboli, temi, parabole ecc. con cui esprimono la loro ricerca. Perciò la storia delle religioni è anche la storia del loro legame con le diverse culture. Naturalmente anche il cristianesimo assumerà qualcuno di questi segni e simboli. Ma il cristianesimo è molto più di una religione: esso nasce dall’iniziativa divina di entrare in contatto con l’uomo e di rivelargli se stesso” (Corriere della Sera, 27.06.2010).  Gesù chiede ai Suoi interlocutori di entrare anzitutto in relazione con Lui, senza abbandonare la pratica autentica dettata dalla Legge ebraica. Anche a noi Gesù chiede di non assestarci religiosamente in una pratica che rassicura la coscienza ma che non ci cambia la vita, perché non provoca in radice il nostro cuore e la nostra vita. Questo comporta prendere sul serio il fatto che l’ebreo Gesù Si proclama Figlio di Dio: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero”. A partire da Gesù scatta una appartenenza, una affiliazione a Dio, alla quale non ci si può più sottrarre. Così, stando dalla parte di Gesù, confrontandosi continuamente con Lui, si rimane al riparo anche da ogni forma di fondamentalismo religioso. Non si appartiene genericamente a Lui. L’affermazione della paternità e della grande di Dio, dopo Gesù, passa attraverso il riconoscimento della Sua figliolanza divina.

 

Riferendoci anche al nostro Messale ambrosiano, così preghiamo per gli ebrei, in occasione della ‘preghiera universale’ della celebrazione della Passione del Signore del Venerdì Santo: “Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo ed alla sua discendenza, ascolta la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione".

 

Della vicenda legata alla recente morte di Lucio Dalla mi hanno colpito alcuni titoli di giornali e qualche sua affermazione, soprattutto quelli che hanno volutamente toccato la sua fede in Gesù, andando oltre ogni polemica riguardanti la sua omosessualità e le questioni riguardanti la sua eredità. Ad esempio, Enzo Bianchi ha affermato: “Aveva una fede fortissima e saldissima nell’aldilà, in Gesù Cristo, che sentiva come una presenza che gli dava senso (…). Ultimamente tante volte ci siamo trovati a parlare e tante volte lui voleva che si parlasse di fede, di Gesù Cristo. Sentiva soprattutto Gesù Cristo come una presenza che gli dava senso" (Intervista rilasciata alla Radio vaticana). Anche così a me piace ricordarlo.

 

don Walter Magni

 

 

 

 

 

 

 

 

Senza silenzio non si fa la rivoluzione

 

di Carlo Maria Martini in “Avvenire” del 6 marzo 2012

 

Tra le molte cose che si possono dire sulla maniera in cui è vissuta oggi la dimensione contemplativa dell’esistenza, viene in mente la disabitudine alla pratica della preghiera e alle pause contemplative. In questo la nostra civiltà occidentale si distingue nettamente dalle civiltà dell’Oriente, dove sono in onore la pratica e le tecniche contemplative e il gusto per la riflessione profonda. Forse la gente prega e riflette più di quanto non sappia o non dica. Si tratta di aiutarla a dare un nome più preciso, un indirizzo più costante, a certe impennate del cuore che, più o meno intensamente, sono presenti nella storia di ognuno. L’esodo massiccio dalle città nei periodi di vacanza e nei fine settimana esprime in fondo anche questo desiderio di ritorno alle radici contemplative della vita.

Lo sfondo generale lo dà la cultura occidentale attuale, che ha un indirizzo tutto teso al «fare», al «produrre», ma che genera per contraccolpo un bisogno di silenzio, di ascolto, di respiro contemplativo. Sia l’attivismo frenetico sia certe maniere di intendere la contemplazione possono rappresentare una «fuga» dal reale. Per far evolvere questa situazione non basterà risvegliare una ricerca di preghiera, occorrerà anche purificare, orientare certe forme scorrette o insufficienti di ricerca. In particolare occorrerà evitare le contrapposizioni tra azione, lotta e rivoluzione da un lato, e contemplazione, silenzio e passività dall’altro. Bisognerà dare uno specifico orientamento sia all’azione sia alla contemplazione. (...) Va tenuto presente anzitutto il tono esasperato che assumono le contraddizioni della civiltà industriale.

Questo rende ancor più stimolante e profetico il compito di elaborare modelli e forme di preghiera contemplativa per l’uomo d’oggi. Si può ricordare la crisi di certi adulti che, sparite certe forme tradizionali di preghiera legate al ritmo pre-industriale, faticano a trovare nuove forme. Si può ricordare la consolante richiesta di silenzio contemplativo da parte di certi giovani. E la confluenza di più civiltà nella trama internazionale della nostra società. Il confronto con le forme di preghiera provenienti soprattutto dall’Oriente può diventare uno stimolo per una più rigorosa scoperta degli originali valori della preghiera cristiana, sullo sfondo di un dialogo e di un reciproco arricchimento con altre tradizioni. La proposta di riflettere sulla dimensione contemplativa della vita intende provocare il recupero di alcune certezze che hanno patito qualche scolorimento e qualche eclissi: l’importanza del silenzio, il primato dell’essere sull’avere, sul dire, sul fare, il giusto rapporto persona-comunità. Mi pare venuto il momento di ricordare che l’abitudine alla contemplazione e al silenzio feconda e arricchisce, che non si ha azione o impegno che non sgorghi dalla verità dell’essere profondo. L’uomo «nuovo» – cui la fede ha dato un occhio penetrante che vede oltre la scena e la carità, un cuore capace di amare l’Invisibile – sa che il vuoto non c’è e il niente è eternamente vinto dalla divina Infinità. Sa che l’Universo è popolato da creature gioiose, e di essere spettatore e già in qualche modo partecipe dell’esultanza cosmica, riverberata dal mistero di luce, amore, felicità del Dio Trino. Perciò l’uomo nuovo, come il Signore Gesù che all’alba saliva solitario sulle cime dei monti, aspira ad avere per sé qualche spazio immune da ogni frastuono alienante, dove sia possibile tendere l’orecchio e percepire qualcosa della festa eterna e della voce del Padre.

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