Domenica di Pasqua, 31 marzo 2013

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Alberto Marsiglio

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Mar 28, 2013, 10:57:27 AM3/28/13
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DOMENICA DI PASQUA

 

Rito Ambrosiano – 31 marzo  2013

 

Questo è il giorno che ha fatto il Signore; rallegriamoci e in esso esultiamo

 

Spoglia è la croce / e nuda / respira la resurrezione (A. Casati)

 

Giovanni 20,11-18 - In quel tempo. 11Maria di Màgdala stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». 14Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». 16Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». 17Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». 18Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

 

Cari amici e care amiche,

la Domenica di Pasqua, nella Resurrezione del Signore (31 marzo 2013) si ripresenta ogni anno puntualmente. Ha i colori di una festa in un giardino fiorito a primavera, da dove Maria di Magdala, consolata dal Risorto nel suo pianto, già corre a rinfrancare nella speranza il cuore dei discepoli del Signore.

 

La morte non è l’ultima parola

 

Il pensiero della morte ci intristisce. Come un tarlo corrode il nostro bisogno di fare festa, di gioire ancora un poco, di sperare. Siamo schietti. C’è chi cerca di non pensare alla morte. Chi rimanda la questione, illudendosi, e chi spudoratamente proclama di non temerla affatto. Eppure se la Pasqua cristiana ha la pretesa non solo d’essere una gran festa, ma festa di tutte le feste, è perché inizia davvero una festa senza fine, dove il pensiero della morte s’infrange. Guardando a Gesù risorto i cristiani imparano ad affermare che la morte non è più l’ultima parola sulla vita. E mentre ancora si preferisce far festa a Natale più che a Pasqua, è bene che il senso più profondo della festa s’inverta: “È Natale, Signore, o è già subito Pasqua?” (L. Serenthà). Tanto è bello gioire per la Tua nascita tra noi, commuoversi per la Tua morte crocifissa, quanto è decisivo ripartire dal senso pieno della vita che scaturisce dalla Pasqua. Eppure la Tua resurrezione ancora ci confonde e, come i filosofi di Atene a Paolo, rispondiamo che: “su questo punto ti sentiremo un’altra volta” (At 17,32). Dovremmo almeno imparare a tacere (L. Wittgenstein: “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”). Fare silenzio per ascoltare. Senza pretendere di avere ancora una volta l’ultima parola. Cadano pure tutte le nostre emozioni, ma non serve più affidarci alle inutili elaborazioni della mente, stando davanti alla Sua resurrezione. Tanto la Parola della Sua morte in croce resta per sempre conficcata sulla terra, quanto è irreversibile nella nostra storia il fatto della Sua resurrezione.

 

Gesù sbuca da tutte le parti

 

Ma cosa avviene a Pasqua di così sconcertante? Che Gesù, vivo, in carne ed ossa, sbuca ormai da tutte le parti. Questo testimoniano tutti gli episodi evangelici che parlano della resurrezione di Gesù. L’esperienza di Maria di Magdala è proprio questo sentire e vedere Gesù fuori dal sepolcro. Come fosse saltato fuori da quel sepolcro dentro il quale Lo stava cercando col volto rigato di pianto. Sappiamo che la vita sembra fatta apposta per sminuire le nostre speranze, riducendole giorno dopo giorno, adattandole alle vicende che ci capitano di volta in volta. Così si riduce l’orizzonte della speranza e la voglia di fare festa si smorza nelle lacrime, facendoci rintanare nella tristezza e nel pianto. Per un verso, a Maria sarebbe bastato, adattandosi alla morte, visitare ogni giorno la tomba di Gesù, sentendo tuttavia che tutto questo non l’avrebbe mai consolata davvero. Per questo continua a piangere: sia davanti a due angeli sfolgoranti sia confondendo Gesù col giardiniere: “Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: ‘Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo’”. Cosa piuttosto la convince e la consola? Riconoscere che proprio la Sua voce, quella voce, ancora la chiama per nome: “Gesù le disse: ‘Maria!’. Ella si voltò e gli disse in ebraico: ‘Rabbunì!’ – che significa: ‘Maestro!’”. Questo significa che Gesù vivo le aveva risuscitato dentro la speranza. È come se, là dove la speranza cominciava a morire, l’incontro, la relazione con Gesù risorto e vivo, la riportasse a vivere e a gioire.  Lasciamo che Gesù sbuchi e risorga dove più intensa è la disperazione e la tristezza. Lasciamo a Lui l’ultima parola.

 

Seminatori di speranza

 

Così Maria corre a testimoniare Colui che aveva visto e udito: “Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: ‘Ho visto il Signore!’ e ciò che le aveva detto”. Dove sono finiti oggi i testimoni di Gesù risorto? Potremmo molto semplicemente ritrovarli in coloro che, uomini e donne, sanno ricucire la speranza. C’è davvero un immenso bisogno oggi. Dentro le nostre fragilità, le nostre debolezze e vulnerabilità. Dilaga troppo spesso la paura e sempre più avanzano discorsi senza speranza. Così cadiamo nella paralisi, senza più fantasia e immaginazione creativa. Mi sto domandando, ad esempio: come si caratterizza la qualità spirituale di papa Francesco, che ogni giorno ci regala un gesto, una parola, qualche decisione che, riempiendoci di stupore, ci fanno dire che questo papa ci piace davvero? Nel fatto semplice ed evidente della sua coerenza di vita, quella appunto che chiamiamo testimonianza. Dove al principio non stanno tanto delle parole o dei discorsi, ma una coerenza di vita che le parole poi inevitabilmente non faticano a spiegare. Questo lo fa semplicemente credibile e autorevole. Appunto: seminatore di speranza.

“Che Cristo è risorto non lo possiamo dire semplicemente cantandolo nelle nostre chiese, ma seminando la speranza, ricucendo le speranze nel cuore degli uomini e delle donne di oggi, quella speranza che a volte sembra sventolare triste come un drappo strappato nel cuore di questa umanità. Il Signore Risorto ce ne dia il coraggio e la forza” (A. Casati). 

don Walter Magni

 


Da “LA BALLATA DELLA SPERANZA”

Di p. David Maria Turoldo

 

Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore (...)

 

e sperassimo con tutti i disperati 
con tutti i carcerati 
come i minatori quando escono 
dalle viscere della terra, 
sperassimo con la forza cieca 
del morente che non vuol morire, 
come l'innocente dopo il processo 
in attesa della sentenza, 
oppure con il condannato 
avanti il plotone d'esecuzione 
sicuro che i fucili non spareranno; 
se sperassimo come l'amante 
che ha l'amore lontano 
e tutti insieme sperassimo (...)

Allora Egli non avrà neppure da dire
eccomi, vengo - perché già viene.

 

E così! Vieni Signore Gesù,
vieni nella nostra notte,
questa altissima notte
la lunga invincibile notte,
e questo silenzio del mondo
dove solo questa parola sia udita;
e neppure un fratello
conosce il volto del fratello
tanta è fitta la tenebra;
ma solo questa voce
quest’unica voce
questa sola voce si oda:

Vieni vieni vieni, Signore!
– Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
non sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d'amore
(non più questi termitai
non più catene dolomitiche
di grattacieli
non più urli di sirene
non più guardie
a presiedere le porte
non più selve di ciminiere).

 

Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest'unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:

 

quando appunto Egli dirà
"ecco, già nuove sono fatte tutte le cose"

 

allora canteremo
allora ameremo
allora allora...

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