XIII DOMENICA DOPO PENTECOSTE
Anno C – Rito Ambrosiano – 18 agosto 2013
Ascolta, Signore, il grido della mia preghiera

Cristo e i Dodici apostoli – Icona Bizantina
Lettura del libro di Neemia 1,1-4; 2,1-8.
SALMO 83 (84) - Ascolta, Signore, il grido della mia preghiera.
Lettera di san Paolo apostolo ai Romani 15,25-33
Lettura del Vangelo secondo Matteo 21, 10-16 - In quel tempo. Mentre il Signore Gesù entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea». Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: «Sta scritto: / “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. / Voi invece ne fate un covo di ladri”». Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì. Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: «Osanna al figlio di Davide!», si sdegnarono, e gli dissero: «Non senti quello che dicono costoro?». Gesù rispose loro: «Sì! Non avete mai letto: / “Dalla bocca di bambini e di lattanti / hai tratto per te una lode”?».
Cari amici e care amiche,
la Parola di Dio di domenica scorsa descriveva la terribile realtà per il popolo ebraico della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Ma la presenza di Dio (shekinah) non si realizza in un luogo, ma si è incarnata definitivamente in Gesù, Figlio di Dio. La Parola della XIII dopo Pentecoste (18 agosto 2013) evidenzia il tema della grande sollecitudine che Dio ha nel rendersi presente nel mondo, oltre le nostre frontiere culturali o religiose.
Lasciarsi interrogare da Gesù
Colpisce anzitutto il fatto che Gesù entra il Gerusalemme e la gente si interroga: “Mentre il Signore Gesù entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: ‘Chi è costui?’. E la folla rispondeva: ‘Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea’”. Per un verso è l’intera città che si interroga; per un altro, la folla che lo stava seguendo risponde dicendo quello che sa di Lui: “Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea”. Interrogarsi a riguardo di Gesù e dare a Suo riguardo delle risposte obiettive è già molto importante. Gesù stesso amava rispondere alle molte domande che Gli venivano poste facendo a Sua volta altre domande. Intrattenendo con i Suoi interlocutori un vero e proprio dialogo teso al raggiungimento della verità a riguardo della Sua persona. Senza lasciarSi imprigionare dalla retorica dei provocatori e dei malintenzionati, Gesù spingeva i Suoi interlocutori a interrogarsi. Li invitava a mettersi in questione, a verificare le proprie certezze e le proprie attese. Gesù stesso continua, dunque, a suscitare domande ancora oggi. Ci chiediamo ancora a Suo riguado: chi era? Cosa pensava realmente? Cosa intendeva con alcune sue affermazioni enigmatiche? Che coscienza aveva di Sé stesso? Sapeva che sarebbe morto in croce? E questa Sua morte è davvero così salvifica, carica di vita e di resurrezione, come ci attesta la fede in Lui, a partire dai Suoi primi discepoli? Abbiamo il diritto di farci tante domande a Suo riguardo, ma soprattutto lasciamo che Lui ancora continui a provocarci, a interrogarci.
A che serve il Tempio?
Seguiamo i passaggi del Vangelo odierno Gesù, attraversato Gerusalemme, “entrò nel tempio”. Nel Tempio non ci sono più la gente che per strada si interrogava a Suo riguardo. Nel Tempio Egli incontra e si scontra con coloro che più che porsi delle domande nei Suoi confronti, ma con coloro, scribi e farisei, abitando il Tempio, forti di una certezza sacrale, per un verso emettono sentenze e interpretazioni rigide e moralistiche della Legge e per un altro ritengono di sapere bene chi è Gesù, il significato della Sua persona e il valore delle Sue parole, della Sua predicazione e dei suoi prodigi. Gesù si guarda intorno e, preso da un fremito interiore profondo reagisce a tutta quella commercializzazione del sacro che nulla aveva a che fare col volto misericordioso di Dio suo Padre. “scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: ‘Sta scritto:/La mia casa sarà chiamata casa di preghiera./Voi invece ne fate un covo di ladri’”.
“Ricostruisci la mia Chiesa” chiese Gesù ottocento anni fa a Francesco d’Assisi, così come sta chiedendo di nuovo a Papa Francesco oggi. Ce ne siamo accorti ascoltandolo in occasione del raduno mondiale dei giovani di tutto il mondo a Rio dei Janeiro alla fine del luglio scorso. La Chiesa anche oggi è ferita e mostra anche le sue fragilità. Serve tornare con urgenza a Gesù e all’essenziale, con semplicità, umiltà e amore misericordioso. Rispondendo alle aspettative dei cristiani e di tutti, che hanno bisogno di sentirsi amati e accolti come figli. Chiedono un Papa meno maestro e più padre, che sappia ascoltare, amare, incoraggiare e indicare il cammino.
Imparare a ringraziare nella chiesa
Non è scontato amare la Chiesa. Eppure Paolo, per amore di Cristo, stando all’Epistola odierna, organizza tra i pagani una raccolta per i poveri della chiesa di Gerusalemme. Squisita forma di solidarietà e di comunione che dice la riconoscenza di coloro che sono diventati cristiani in ragione anche dei beni spirituali ricevuti dalla sinagoga ebraica. C’è ancora tanto bene nella Chiesa e c’è anche tanta solidarietà tra le chiese. Non ci resta che ringraziare. Ricordo un episodio che raccontava il card. Martini: “ricordo che quando facevo le visite pastorali di solito il Consiglio pastorale cominciava così: ‘Purtroppo siamo pochi, siamo sempre gli stessi, non riusciamo a fare quello che ci proponiamo, ci mancano i giovani, ecc.’; e io dicevo: ‘Ma non avete niente da ringraziare Dio? Non capite che il solo fatto di vivere la fede in un contesto così pagano è un dono immenso di Dio?’. Anzitutto ringraziamo Dio per questa Chiesa, per questo Papa, per queste realtà, anche se poi abbiamo certamente qualcosa da criticare. Poniamo sempre tutto in un quadro di ringraziamento. Ringraziamo Dio per ciò che siamo, per ciò che ci ha dato, per la nostra Chiesa, per la nostra Comunità, per la nostra Parrocchia. Sarebbe bello se un prete andasse sul pulpito e dicesse: ‘Ringrazio Dio perchè ci siete, ringrazio Dio per la vostra fede, pazienza, perseveranza’” (C.M. Martini, Le ali della libertà, 2009, p. 25).
Curiosa la conclusione del Vangelo odierno: “Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì. Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedendo le meraviglie che aveva fatto e i fanciulli che acclamavano nel tempio: ‘Osanna al figlio di Davide!’, si sdegnarono, e gli dissero: ‘Non senti quello che dicono costoro?’. Gesù rispose loro: ‘Sì! Non avete mai letto: / Dalla bocca di bambini e di lattanti / hai tratto per te una lode’?”. Se non ci dovessimo arrivare noi ad amare questa Chiesa restano i giovani e i bambini, che della Chiesa si stanno a loro modo accorgendo, grazie a Dio.
don Walter Magni
Perché amare ancora questa Chiesa? Risposta breve: “Perché è la mia famiglia e la mia patria, perché in essa sto a mensa con il Signore e con i fratelli, perché nello scambio con i suoi santi visibili e nascosti si ravviva la mia fede nel Dio di Gesù Cristo e apprendo a cogliere i segni della presenza del suo amore nell’umanità di oggi, che ne ha grande bisogno”. Lettore mio non temere, non mi sono montato la testa. So che grandi uomini negli ultimi decenni, specie a partire dal turbolento ’68, hanno scritto dei testi intitolati Perché sono ancora nella Chiesa (Joseph Ratzinger, Queriniana 1971), Perché rimango nella Chiesa (Hans Urs Von Balthasar, ultimo capitolo del volume Punti fermi, Rusconi 1971), Perché resto nella Chiesa (Hans Kueng, primo capitolo del volume Conservare la speranza, Rizzoli 1990), Perché restare?(Timothy Radcliffe, in “La Croix” del 31 marzo 2009). Non mi sogno di dire meglio ma sento di doverlo dire con parole mie.
(L. Accattoli, http://www.luigiaccattoli.it/blog/?page_id=6288).
Come si fa a non amare questa Chiesa, così vulnerabile, indifesa, così umanamente povera da rendere evidentissimo che è sorretta dalla presenza formidabile di un Altro. Altrimenti mai avrebbe potuto arrivare al XX secolo e abbracciare il mondo intero e continuare a far innamorare tanti cuori di quel volto. Del Salvatore. Lei, la Chiesa di Cristo, la Santa Chiesa, che ha subito fin dalla sua nascita le più feroci persecuzioni e che nel XX secolo ha dovuto sopportare il più oceanico macello della sua storia (45 milioni di credenti che hanno perduto la vita, in modo diretto o indiretto a causa della loro fede …), lei che è stata perseguitata a tutte le latitudini, sotto tutti i regimi (…), lei che ha subìto il primo genocidio del Novecento, quello degli armeni. Ma non interessano a nessuno i morti cristiani, le suore rapite, i missionari uccisi, i cristiani cacciati da tanti Paesi. E’ forse interessato a qualcuno il lungo genocidio consumatosi a Timor Est o quello ventennale del Sudan ad opera del regime jihadista contro i cristiani del Sud, con due milioni di morti, quattro milioni di profughi e centinaia di migliaia di donne e bambini catturati e venduti come schiavi al Nord? (...)” (A. Socci, Amare questa Chiesa infangata, ‘Il Foglio’, 4.02.2009).