X DOMENICA DOPO PENTECOSTE
Anno C – Rito Ambrosiano – 28 luglio 2013
Concedi al tuo servo un cuore docile

Il re Salomone chiede a Dio il dono della saggezza, Mosaico a cura del Centro Aletti
(Cappella del Collegio universitario San Stanislao Ljubljana-Šentvid – Slovenia, 2004)
Lettura del Primo libro dei Re 3, 5-15
SALMO 71 (72) - ® Benedetto il Signore, Dio d’Israele
Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 3, 18-23
Lettura del Vangelo secondo Luca 18,24b-30 - In quel tempo. 24 Quando Gesù lo vide così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. 25 È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!». 26 Quelli che ascoltavano dissero: «E chi può essere salvato?». 27 Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio». 28 Pietro allora disse: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito». 29 Ed egli rispose: «In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30 che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà»
Cari amici e care amiche,
in questa X domenica dopo Pentecoste (28 luglio 2013) la Parola di Dio affronta il tema della Sapienza. Il giovane re Salomone, che succede a Davide suo padre, chiede a Dio il dono della sapienza: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?”. E Signore, compiaciuto, gli risponde: “Ti concedo un cuore saggio e intelligente”. E anche Paolo affronta la questione: "nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio". Di che sapienza stiamo propriamente parlando?
La sapienza del cuore
La Sapienza è uno dei sette doni dello Spirito santo. ma già i salmi ce ne parlano: "Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore" (Sl 89,12). Qualche mese fa il monaco Enzo Bianchi ha compiuto 70 anni e i suoi amici per festeggiarlo hanno scritto un libro a più mani dal titolo: La sapienza del cuore (Einaudi 2013). È bello rileggere la vita di un amico come attraversata e sostenuta da un cuore sapiente e intelligente secondo il cuore di Dio. Questo profeta del nostro tempo, grazie soprattutto all'ascolto attento della Parola, ha saputo e ancora si esercita a capire la realtà complessa degli uomini del nostro tempo, cercando i illuminare i nodi nevralgici e problematici dell'oggi. Mi viene anche in mente quanto disse una donna tempo fa in ospedale. Aveva cominciato a piangere, dopo che le era stato detto che aveva un cancro già in metastasi avanzata. All'amica che cercava di consolarla rispose: "Non piango perché mi resta poco da vivere. Piango perché non ho mai vissuto". Cioè: avrei potuto vivere meglio, comportarmi e scegliendo diversamente in certe situazioni della vita! Anche il pensiero della morte e della nostra fragilità può introdurci ad una maggiore saggezza, inducendoci a vivere in modo meno superficiale. Viviamo respirando una cultura che ha paura di affrontare certi temi: dobbiamo essere tutti sani, con un fisico invidiabile, autosufficienti, sperperando gli anni ricercando l'approvazione altrui, uniformandoci ai loro modi di pensare e ai loro valori. Eppure Dio non la pensa così e accorgerci di questo non ci rende necessariamente musoni e tristi.
Il timor di Dio
Cartesio, grande filosofo e matematico del XVI secolo, scriveva che "Il dubbio è l'inizio della sapienza" (Dubium sapientiae initium), ma a me viene in mente anche la citazione di un altro salmo che il mio vecchio parroco, don Giuseppe, aveva fatto incedere nel marmo a lettere cubitali all'ingresso dell'oratorio: "Initium sapientiae est timor Domini" , cioè: il principio, l'"inizio della sapienza sta nel timore del Signore" (Sl 111,10); Come dice anche Giobbe: "Ecco, temere il Signore, questa è saggezza” (Gb 28:28). Anzi il libro del Qoelèt conclude così le sue curiose riflessioni: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo" (12:15,16). Come dovessimo imparare nuovamente a passare dal dubbio, che tanto caratterizza la nostra cultura in Occidente, al timor di Dio, come si diceva un tempo. Per un verso non si tratta di tornare ad avere paura di Dio, perché il senso biblico del timore nei confronti di Dio non è il terrore, ma il riconoscimento della sua presenza. Inoltre avere il senso di Dio, non ci esime dallo sperimentare dubbi, domande e discussioni a riguardo di lui. Avere il senso di Dio, accogliendolo per quello che è e così come a noi si è rivelato in Gesù, non contrasta affatto con quello che siamo o con gli interrogativi che ci facciamo a Suo riguardo. Un atto di fiducia e di affidamento nei confronti di un altro, dell'altro che è Dio, è quanto di più naturale un uomo possa fare, senza rinnegare sé stesso e la propria identità. Il timor di Dio ci aiuta a stare davanti a Dio, riconoscendolo semplicemente. Sentendoci da lui riconosciuti e amati.
La sapienza della croce
Ma ai credenti in Cristo, si discepoli dl Signore è chiesta una sapienza particolare. Alla quale non si è sottratto Paolo e alla quale si sono a lungo conformati i santi. Si tratta della sapienza della croce. Scrive Paolo ai Corinzi: “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,22-25). Questa sapienza non è certo qualcosa che si acquista con l'esercizio della mente, ma stando alla diretta sequela del Signore. È una sapienza messa in atto da Qualcuno. Chiedere la sapienza in questo senso significa anzitutto chiedere non di avere qualcosa, ma di saperci relazionare a Qualcuno. Il nostro grande unico tesoro. Il messaggio della croce è una contraddizione per gli uomini, folle e assurda per alcuni e sapientemente efficace per altri. E’ questa tesi che ci introduce a un cristianesimo nuovo. La croce di Gesù ci spoglia di molte false sicurezze e ci mette senza false sicurezze di fronte ai fallimenti e alla solitudine delle molte croci che abitano il mondo. E’ la follia lì si esprime con il nuovo linguaggio della fede, la sapienza che stupisce: ”Dio si lascia espellere dal mondo e appendere in Croce. Dio è impotente e debole nel mondo e proprio così, soltanto così, egli è vicino a noi e ci è di aiuto. Cristo non ci aiuta in forza della sua onnipotenza ,ma mediante la sua debolezza con la sua passione… soltanto il Dio sofferente è in grado di prestare aiuto. Questa è l’inversione di tutto ciò che l’uomo religioso da Dio si attende. L’uomo è chiamato a partecipare della passione di Dio di fronte al mondo" (D. Bonhoeffer).
Se ne era reso conto anche Pietro che, nel contesto della discussione sul giovane ricco, stando Vangelo odierno, domanda a Gesù che cosa ne sarà di tutti coloro che avendo lasciato tutto Lo hanno seguito. "Ed egli rispose: 'In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà'.
don Walter Magni
Dalla collatio tenuta con i movimenti ecclesiali nella vigilia della Pentecoste (18 maggio 2013), papa Francesco ha affermato: «Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose... ma sapete che cosa succede? Quando la chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala ... La chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire ... Preferisco mille volte una chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una chiesa ammalata per chiusura!».
Di seguito ha offerto una vera e propria “perla” di interpretazione delle parole del Signore Gesù in Ap 3,20 («Ecco, io sto alla porta e busso »). «Fatevi questa domanda: quante volte Gesù è dentro e bussa alla porta per uscire, per uscire fuori, e noi non lo lasciamo uscire, per le nostre sicurezze, perché tante volte siamo chiusi in strutture caduche, che servono soltanto per farci schiavi, e non liberi figli di Dio? In questa “uscita” è importante andare incontro; questa parola per me è molto importante: l’incontro con gli altri».