VII DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE
Anno B - Rito Ambrosiano – 11 ottobre 2009
Il Signore custodisce la vita del suo popolo

Duccio di Buoninsegna, l’incredulità di Tommaso
(particolare de La Maestà, Siena museo dell’Opera del Duomo)
Lettura: Isaia 43,10-21 - Sl 120 (121) – Il Signore custodisce la vita del suo popolo.
Epistola: 2 Corinzi 3,6-13
Vangelo: Matteo 13,24-43
In quel tempo. Il Signore Gesù 24espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. 25Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 26Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. 27Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. 28Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. 29“No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. 30Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio”».
31Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. 32Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
33Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
34Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.
36Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. 38Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno 39e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. 40Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità 42e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 43Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
Cari amici e care amiche
Gesù, nel brano evangelico della VII Domenica dopo il Martirio di Giovanni Battista (11 ottobre 2009) ci racconta ancora delle parabole, riprese questa volta dal terzo dei cinque discorsi che compongono il Vangelo di Matteo, al capitolo XIII. E’ interessante notare che sempre le parabole sono introdotte da questa espressione: “Il regno dei cieli è simile…”. Ma cos’è il Regno dei cieli?
Regno dei cieli, regno di Dio
Le espressioni Regno di Dio e Regno dei Cieli non si trovano nell’Antico Testamento, ma sono state sviluppati in seguito. Forse lo stesso comandamento di non pronunciare invano il nome del Signore aveva indotto molti a utilizzare degli eufemismi per dire Dio. Così anche Gesù usa talvolta la parola Cieli come sinonimo di Dio, un po’ come anche oggi si dice talvolta: “ringrazio il cielo”!
Per dire cosa? Per affermare il governo di Dio sopra una persona che intende seriamente osservare i comandamenti di Dio. Come dice anche Gesù: “non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt7:21) o come ci insegna a ripetere nel Padre nostro: “venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà in terra come in cielo” (Mt 6,10). Cioè: si entra nel regno di Dio quando si accoglie l’autorità di Dio, facendo la Sua volontà.
Anche nella prima lettura di oggi Dio dice qualcosa di simile: “Io sono il Signore, il vostro Santo, il creatore d’Israele, il vostro re”. Dio desidera, infatti, intrattenere una relazione così intensa ed esclusiva col Suo popolo che esso impara a sentire di appartenere anzitutto e solo a Dio.
Azione di Dio e operosità dei servi
Paolo, nel brano dell’Epistola odierna, mette poi l’accento sul fatto che si sta all’interno del regno di Dio in modo operoso e attivo: “io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio”.
Ma ciò che importa evidenziare è che l’azione complessiva svolta all’interno del Regno di Dio comporta il riconoscimento di un primato operativo. C’è chi pianta, chi irriga, ma è propriamente Dio che fa crescere. L’azione principale all’interno della realtà del regno di Dio attiene anzitutto a Dio e alcuni, secondo la posizione ministeriale o di servi e collaboratori del Signore, piantano e irrigano, mentre il mondo diventa lo spazio e il luogo dove tutta questa operatività viene attuata, come in un campo o nella costruzione di un edificio.
Il primato dell’azione di Dio in rapporto al Suo Regno è stata messa in evidenza anche in un’altra parabola di Gesù: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorme o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa” (Mc 4,26-29). Come anche nelle parabole del brano evangelico odierno: c’è chi semina e chi fa crescere; un granello di senape è seminato nella terra, ma la sua crescita smisurata avviene in modo del tutto autonomo; altro è l’impasto calcolato fatto dalla massaia e altro la forza propria del lievito che fa aumentare la pasta. Il Regno di Dio, infatti, è simile “a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo”; “a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo”; “al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata”.
Pazienza e prudenza
Servire in modo corretto il Regno di Dio comporta alcune attenzioni, delle virtù specifiche.
Anzitutto la pazienza. Dove noi saremmo tentati di abbandonare tutto, l’esercizio della pazienza ci fa convivere con ciò che rende amara la vita (la zizzania), permettendoci di comprendere che ciò che chiamiamo giustamente "male" è l’occasione per introdurci a un forte cambiamento interiore. Se si lavora con tenacia e pazienza, il "male" può essere sconfitto. Ma per questo dobbiamo imparare a usare con noi stessi e con gli altri l’ampiezza dello sguardo di Dio e la larghezza del Suo cuore misericordioso, che sa sperare contro ogni nostra previsione catastrofica e negativa.
Una seconda virtù decisiva è la prudenza. Da non intendere anzitutto come la capacità di mettere in campo un atteggiamento tattico, calcolato e attendistico, ma l’esercizio continuo a individuare e custodire da parte dei servi del Signore la profonda verità delle cose e delle persone (cf. Benedetto XVI a cinque nuovi vescovi: “Dio ci chiede fedeltà, prudenza e bontà”, discorso del 12 settembre 2009). Mentre i servi avrebbero strappato subito la zizzania, col rischio di cogliere anche il grano buono, la prudenza evangelica si premura di cercare e individuare, nella logica dei tempi lunghi, il tempo nel quale certamente la verità si potrà distinguere in modo netto e chiaro dalla menzogna.
Stupore
Infine Gesù ci invita a saperci, ancora e sempre, stupire davanti al miracolo del regno di Dio che cresce secondo delle dinamiche che sanno di miracoloso. Spesso estranee proprio alle nostre strategie più evidenti e alle nostre metodologie più sofisticate. Dio, infatti, continua ad operare nella storia degli uomini facendo sì che anche il più piccolo di tutti semi, una volta piantato, diventi il “più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami”; proprio come un pezzetto di lievito, impastato “in tre misure di farina”, fa fermentare tutta la pasta.
Se lo stupore, come dicevano gli antichi filosofi, è l’inizio della vera conoscenza, cioè del sapere, Gregorio di Nissa ci mette in guardia dicendo: “i concetti creano gli idoli. Solo lo stupore conosce”. Anzi, importa saper riscoprire lo stupore di appartenere al regno di Dio proprio stando dentro la realtà della chiesa, consapevoli anche del fatto che “il vero dramma della chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole” (Card. A. Luciani, poi Giovanni Paolo I).
Mentre resta vero che “lo stupore vero è fatto di memoria, non di novità” (C. Pavese, Diario), i cristiani hanno il compito di ripetere commossi a se stessi e al mondo: “Jesus, dulcis memoria, dans vera cordis gaudia, sed super mel et omnia, eius dulcis praesentia” - Gesù, dolce memoria che dai la vera gioia al cuore, più del miele e di ogni cosa la sua presenza è dolce (dalla Liturgia romana).
don Walter Magni