ULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA
Anno A – Rito Ambrosiano – 6 marzo 2011
detta «del perdono»

Giorgio de Chirico, Il figliol prodigo (1922)
LETTURA Osea 1, 9a; 2, 7a.b-10. 16-18. 21-22 L’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. - 1,9Il Signore disse a Osea: 2,7«La loro madre, ha detto: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande”. 8Perciò ecco, ti chiuderò la strada con spine, la sbarrerò con barriere e non ritroverà i suoi sentieri. 9Inseguirà i suoi amanti, ma non li raggiungerà, li cercherà senza trovarli. Allora dirà: “Ritornerò al mio marito di prima, perché stavo meglio di adesso”. 10Non capì che io le davo grano, vino nuovo e olio, e la coprivo d’argento e d’oro, che hanno usato per Baal. 16Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. 17Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto. 18E avverrà, in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: “Marito mio”, e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”. 21Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, 22ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore».
SALMO 102 (103) Il Signore è buono e grande nell’amore.
1Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. 2Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici. R.
3Egli perdona tutte le sue colpe, guarisce tutte le tue infermità, 4salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia. R.
8Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. 10Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe. R.
EPISTOLA Romani 8, 1-4 Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo. - Fratelli, 1non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. 2Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 3Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, 4perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito.
VANGELO Luca 15, 11-32 Il figlio perduto e ritrovato. In quel tempo. Il Signore Gesù 11disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. 25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Cari amici e care amiche,
siamo all’ultima domenica dopo l’Epifania (6 marzo 2011), detta del perdono, dopo la domenica della divina clemenza. Misericordia e perdono ci introducono al senso profondo del tempo di Quaresima che ci porterà così a celebrare bene la Pasqua del Signore. Ritorna in questo contesto una pagina evangelica tra le più conosciute: la parabola del Padre Misericordioso.
Perdonismo e perdono
Ci sono storie estreme di violenza, di cattiveria e di malvagità senza limite, dove il male si presenta come assoluto e inconcepibile. Come può un sopravvissuto dell’olocausto perdonare il suo aguzzino nazista? Di fatto esiste oggi un equivoco tra perdono cristiano e perdonismo a buon mercato. Qualcosa va davvero chiarito. Forse ricordate l’urlo della madre Rita, che reagendo alle parole di perdono del parroco durante le esequie di sua figlia ammazzata, gridava: “no, questo mai!”. Il perdono cristiano non è ci sta in tasca, non è mai a portata di mano. Si poggia piuttosto sulle nostre spalle al posto della croce. Ci sono, invece, persone che, all’appuntamento improvviso e perturbante con certe forme di violenza omicida, arrivano più preparate. Ricordate Carlo Castagna e il caso Erba? La compostezza degli abitanti di Brembate? Certe persone sanno perdonare perché hanno avuto la grazia di coltivare questo stile evangelico negli anni. Giungendo a stupire, persino suscitando qualche perplessità tra gli stessi credenti e qualche ecclesiastico. Si può, invece, comprendere perché chi, preso d’improvviso alle spalle da certe esperienze, sentendosi profondamente smarrito, gridi tutta la sua umanissima ribellione. Come dovessimo ascoltare “quel mai di Rita, sentendoci dentro l’eco di un non ancora” (F. Ognibene, in Avvenire, 4.05.2007). Don Primo Mazzolari affermava che “se tutti i capitoli evangelici andassero smarriti e si salvasse dalla catastrofe solo questa parabola, il nucleo centrale del Vangelo sarebbe salvo”. Tutto sta nell’intuire in cosa consista il perdono cristiano, senza arrendersi impotenti davanti alle sue alte pretese, ma difendendone la qualità semplicemente divina. Gesù stesso aveva osato ricordarci: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).
Il perdono di un Padre
Questa parabola era conosciuta come la parabola del Figlio prodigo. Leggendola attentamente ci si accorge tuttavia che la prodigalità e la dissipazione del figlio minore dice solo un aspetto negativo e marginale del racconto. E’ più corretto evidenziarla nella vicenda di un Padre Misericordioso. Si parla, infatti, di due figli, riconosciuti tali in ragione della loro relazione col padre. Sia quello minore, che se ne va di casa, sia il maggiore, che da quella casa sembra non volersene andare, vivono entrambi una relazione complessa col padrone di casa. Del resto, proprio il termine padre ricorre per 12 volte nell’intero racconto. Tutto, dunque, sembra concludersi nella pretesa di riuscire a comprendere in cosa consista propriamente la sua misericordia, questo suo insistente e caparbio perdono. Se la misericordia è un sentimento generato dalla compassione per la condizione di miseria di qualcuno, esercitando dunque il proprio cuore ad avere compassione, il perdono è propriamente un superlativo, cioè la testimonianza evidente di un super-dono. Il cristiano, infatti, sa di non esser chiamato soltanto a donare qualcosa di grande in senso quantitativo, ma anzitutto a regalare se stesso, facendo della propria vita un dono. Così ci ha insegnato Gesù. E a ricordarci che il perdono evangelico non è anzitutto il risultato di qualche tentativo che potrebbe anche non riuscire nell’intento, Pietro stesso aveva chiesto un giorno a Gesù: “‘quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?’. E Gesù gli rispose: ‘Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette’” (Mt 18,21).
Senza badare a spese
Un dato sconcerta, soprattutto se applicato al cuore di Dio. Davanti a un figlio, con qualche evidente fatica a sostenere una relazione equilibrata col padre, questi non sembra badare a spese. Una esperienza possibile anche sul nostro piccolo fronte, quando dovessimo appassionarci a qualcuno. Ci sono ancora genitori che vengono travolti da un istinto affettivo primordiale, disposti davvero a tutto per il proprio figlio. Il padre di questo racconto sembra volersi prendere qualche soddisfazione perdendo la faccia addirittura con se stesso. Quasi saltando il guado del nostro buon senso, senza minimamente preoccuparsi di dover rivestire il ruolo del padre fermo e autorevole. Prima gli anticipa mezza eredità – “metà della sua vita”, direbbe una traduzione letterale! –, poi, vedendoselo tornare a casa, gli argini emotivi si spezzano e s’inventa la festa più bella che mai avrebbe potuto fare: “Ma il padre disse ai servi: ‘Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’. E cominciarono a far festa”. In questo, infatti, consiste l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma Lui ha amato noi. Non l’abbiamo inventato noi l’amore. L’amore, anche quello del quale noi viviamo ogni giorno, è anzitutto frutto della fantasia appassionata di Dio: “Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il Suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Gv 3,16).
Entrare alla festa
Arrivati a questo punto, ci si potrebbe persino domandare se non sia più prodigo e scialacquatore un padre fatto così oppure suo figlio, che del resto è riuscito a dilapidargli mezzo patrimonio! Soprattutto un dubbio rimane, come un segnale drammatico da sopportare: questo secondogenito, che di fatica per guadagnarsi il pane non ne dovrebbe aver fatta molta, avrà davvero compreso l’amore di un padre così? Una questione che si scontra con le pretese, spesso omnicomprensive e riduttive della nostra razionalità. Altro, infatti , è amare e altro è pretendere di sapere perché si ama. Altro è obbedire all’invito che ci viene da Gesù a perdonare, perdonando sempre senza stancarsi mai, e altro è cercare di spiegare pretenziosamente perché vale ancora la pena percorrere questa strada: “Non chi dice Signore, Signore entrerà nel Regno, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Un’autentica esperienza dell’amore, secondo il Vangelo di Gesù, l’autentico Figlio unigenito, richiede anzitutto l’affidamento proprio di chi semplicemente si dona, senza pretendere d’essere compreso, chiedendo in cambio chissà quale gratificante ritorno. Sino addirittura allo smacco del non riconoscimento. Perchè “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Si tratta ormai, più semplicemente, di saper accogliere l’invito che il padre, uscendo, fa al figlio maggiore ad entrare a far festa: “Suo padre allora uscì a supplicarlo”. Infatti “bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
don Walter Magni
Traduzione dal greco di Padre Silvano Fausti SJ
Ora disse: Un uomo aveva due figli; e disse il più giovane di loro al padre: “Padre, da' a me la parte della sostanza che mi tocca”. Egli poi divise tra loro la vita. E, non molti giorni dopo, raccolte tutte le sue cose, il figlio più giovane emigrò in paese lontano; e là sperperò la sua sostanza vivendo insalvabilmente. Ora, dilapidate tutte le sue cose, venne una carestia forte per quel paese; ed egli cominciò ad essere nell'indigenza e andò a incollarsi a uno dei cittadini di quel paese; e lo mandò nei suoi campi a pascere i porci. E desiderava saziarsi delle carrube che mangiavano i porci e nessuno gliene dava. Ora, venuto in se stesso, disse: Quanti salariati del padre mio sovrabbondano di pani; io, invece, di carestia qui perisco. Mi leverò e andrò da mio padre e dirò a lui: Padre, peccai verso il cielo e al tuo cospetto;non sono più degno di essere chiamato tuo figlio: fa' me come uno dei tuoi salariati. E, levatosi, venne da suo padre. Ora, mentre ancora distava lontano, lo vide suo padre e si commosse e correndo cadde sul suo collo e lo baciò. Ora disse il figlio a lui: Padre, peccai verso il cielo e al tuo cospetto; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ora il padre disse ai suoi servi: “Presto portate fuori una veste, la prima, e vestitelo; e date un anello alla sua mano e sandali ai piedi e portate il vitello, quello di grano, immolatelo e, mangiando, facciamo festa, perché costui, il figlio mio, era morto e rivive, era perduto e fu ritrovato. E cominciarono a far festa. Ora il suo figlio, il più vecchio, era in campagna. E quando, venendo, si avvicinò alla casa, udì sinfonie e danze. E, richiamato uno dei servi, s'informava che mai fosse ciò. Ora egli disse a lui: II tuo fratello venne e tuo padre sacrificò il vitello di grano perché sano lo riprese. Ora si adirò e non voleva entrare. Ora il padre suo, uscito, lo consolava. Ora, rispondendo, disse a suo padre: Ecco: da così tanti anni ti sono schiavo e non trasgredii mai un tuo ordine; e a me non desti mai un capretto perché facessi festa con i miei amici. Ma ora quando venne il figlio tuo, costui, che divorò la tua vita con le meretrici, immolasti per lui il vitello di grano. Ora egli disse a lui: Figlio, tu sei sempre con me e tutte le cose mie sono tue. Ora bisognava far festa e gioire perché il fratello tuo, era morto e visse.
Davanti al Figliol prodigo di Giorgio De Chirico
(riflessione a cura di Maria Teresa Bandini)
Una delle opere che mi ha lasciato maggiormente il segno visitando il Museo del ‘900 in questi giorni è il figliol prodigo di Giorgio De Chirico. Non è che io impazzisca per quel genere di pittura, ma mi è piaciuta moltissimo la rappresentazione: il padre è la statua, il figlio minore è il manichino. Tutti soggetti cari a un artista, va da sé. E chissà cosa voleva dire. Probabilmente il figlio rappresenta l'artista stesso che torna per un motivo o per un altro, questo a me interessa poco. Applicando l'opera alla parabola, io la trovo una rappresentazione eccezionale.
Il padre, ovverosia la statua: la statua è scesa dal piedistallo che si vede all'estremità destra. Dunque, è rimasto sul piedistallo, cioè in posizione sopraelevata per guardare l'orizzonte, in attesa di rivedere il figlio. Appena lo scorge, scende per mettersi allo stesso livello del figlio. E' chiaramente un uomo anziano, un po' goffo, un po' ingobbito forse dall'età o forse perché si è psicologicamente chiuso nel suo dolore, ma è capace di fare un'operazione che comporta qualche rischio: non è facile scendere da un piedistallo senza avere qualcosa cui appoggiarsi, si rischia di cadere. Pur di andare incontro al figlio, corre tutti i rischi. Una statua che scende per amore, contrapposta a quella del Commendatore che scende per fare tragicamente i conti con don Giovanni.
Il figlio, ovverosia il manichino: non ha viso, ma si vede che è giovane. E' un manichino, non ha una sua fisionomia, è uno dei tanti, uno che si comporta come tanti: prende tutto quello che si può prendere, spende tutto quello che ha per saziare i suoi desideri, magari fa anche qualche debito, senza un pensiero profondo, fa come fa il mondo. Non sappiamo se sia veramente pentito, ma ha fame e torna. Forse pensa di doversi inchinare di fronte alla statua sul piedistallo, ma la statua è scesa, pronta ad accoglierlo.
E, una volta l'uno di fronte all'altro, comincia una scena bellissima: praticamente comincia una danza dove è il padre che, abbracciando il figlio, agisce da cavaliere, invitando il figlio a seguirlo in un ballo di riconciliazione. E il figlio maggiore? Quello siamo noi e starà a noi decidere se arrabbiarci, come il figlio della parabola, o gioire perché abbiamo ritrovato il fratello..
Rita Borsellino – Cosa significa perdonare
Oggi parlo di perdono in maniera diversa da come ne parlai all'indomani della morte di Paolo. Ricordo che in mezzo alle macerie di via D'Amelio, mi si avvicinò un giornalista con il microfono in mano, me lo mise sotto il naso e mi chiese: “Ma lei perdona gli assassini di suo fratello?”. E io, per togliermelo di mezzo, per non rispondergli in maniera violenta - anche perché non ne sono capace, perché davanti ad una domanda di questo genere, davvero cascano le braccia - gli risposi istintivamente di sì. Forse me lo ha detto la mia educazione, il mio essere cattolica, quasi fosse obbligatorio perdonare chi ti ha fatto del male. Perché è un po' questa l'idea corrente, se si chiede a un familiare di qualcuno o a chi ha subito violenza di qualsiasi genere, se perdona oppure no. Tu ti aspetti che dica di sì, perché se quello ti dice di no, tu ci resti pure male, perché è quasi obbligatorio che quello li perdoni. Davvero ci si resta così.
Io quando sento queste domande e ricordo quello che ho provato io, quando mi è stata posta, mi viene voglia di prenderli a schiaffi questi qui, di svegliarli, di dirgli: “Aspetta di provarlo tu e poi capirai la violenza che fa una domanda di questo genere”. Ma come fai in quei momenti in cui non ti rendi neanche conto di quello che ti è successo, in cui fai fatica veramente a prendere coscienza, a capire, in cui cerchi soltanto di rimuovere quello che ti fa male, quello che ti ha fatto del male, in cui sono tante le sensazioni che ti attanagliano, che l'ultima cosa che puoi fare è ragionare, ma come fai a rispondere? Io, ripeto, risposi istintivamente di sì, però devo dare un merito a questo giornalista - e ne abbiamo parlato in seguito, perché è anche una persona seria, lo fanno per mestiere, forse non è neanche colpa loro, è questo che gli chiede poi, l'esigenza della cronaca. Gli dissi: “Io ti ringrazio, perché mi hai fatto riflettere, perché non mi aveva neanche sfiorato quest'idea, non ne ho avuto il tempo, né la possibilità.. Ma dopo che tu me lo hai chiesto, ho cominciato a pensarci su e ho seguito un percorso, un ragionamento che mi ha portato poi a rispondere in maniera consapevole a questa domanda, a rispondere a me prima di tutto, perché era questo che volevo capire io, rendermi conto io. E' un percorso, un ragionamento difficile, complicato, pieno d'insidie anche, pieno di sì e di no che ti tirano da una parte e dall'altra. Mi sono resa conto che per dare una risposta a questa domanda, devi mettere insieme la testa e il cuore. Non puoi rispondere solo con la testa, non puoi sentire solo quello che ti dice il cuore perché altrimenti, quello che tu dici poi in quel momento, resta incompleto, mutilato.
E' un percorso che io credo non finisca mai, perché puoi dire un momento o pensare un momento una cosa e il momento dopo sentirti sopraffare dal dolore, dall'assenza della persona che ti era cara, dal risentimento davanti a qualcosa che vedi, che senti o che ti porta da tutt'altra parte. E' un percorso che credo non finisca mai, un percorso difficile e complicato, ma che ti fa prendere coscienza. Io ci ho ragionato sopra e mi sono resa conto che, come vi dicevo prima, che se è vero che io ho ricevuto, il dono di non odiare, il dono di non cercare vendetta, è un dono che ho ricevuto da Dio ed un dono che io devo condividere con qualcun altro.. Non posso tenerlo stretto per me e se c'è qualcuno con cui devo condividerlo, è proprio con chi mi ha fatto del male. Perché altrimenti non è vero, non è sincero tutto questo. E' facile stare da una parte, isolandosi completamente da quell'altra. Tu devi metterti davvero davanti a chi ti ha fatto del male e rifare questo ragionamento, lo devi verificare in qualche modo, collaudare.
E ancora una volta ho trovato un grande aiuto in questo percorso così complicato e così tormentato.
Ero davanti alla televisione dove proiettavano le immagini della cattura di Totò Riina, questo ometto fotografato quasi per scherno sotto le fotografie di Paolo e Giovanni, nei locali della Questura di Palermo - non so quanti di voi lo ricordano - un ometto dimesso, piccolo, malvestito, quasi impacciato, che non sapeva dove mettere le mani, ma con uno sguardo che balenava sotto le palpebre che dava davvero i brividi. E mi chiedevo in maniera molto sofferta e quasi con paura cosa provavo nei confronti di questa persona, perché, vedete, altro è dire che non si odia, che non si prova rancore nei confronti di qualcuno che non conosci e altro è poi vederlo in faccia, materializzato. Allora è un po' diverso. Lo guardavo quasi con timore che affiorasse qualcosa che mi faceva paura. Allora ho sentito che dietro di me, piano piano, si era avvicinata mia madre. Mia madre aveva 86 anni, aveva visto morire suo figlio, perché Paolo veniva quel giorno a casa mia a trovare mia madre che non stava bene. C'era un rapporto fortissimo tra loro, aveva telefonato anche lui dicendo: “Sto venendo” e poi aveva avuto soltanto il tempo di pigiare il campanello del portone di casa. Mia madre aveva sentito il suono, sapeva che era Paolo, ed era scoppiato il finimondo. Muri che crollavano, tetti che si sbriciolavano, schegge da tutte le parti, pareti che si aprivano, sirene impazzite, fiamme dovunque. Mia madre sapeva che in tutto questo Paolo moriva.
Mia madre si avvicinò a piccoli passi, non l'avevo sentita, sentii dietro di me la sua voce che diceva: “Che pena mi fa quell'uomo!”. E' stato per me un messaggio straordinario. Mia madre aveva visto l'uomo. Io ancora me lo chiedevo, non c'ero riuscita. Mamma con lo stesso sguardo di Paolo, aveva visto l'uomo dentro Totò Riina e aveva visto un uomo che le faceva pena, ma perché le faceva pena? Perché si chiedeva come quell'uomo si era potuto ridurre così, come quell'uomo aveva spento, aveva rischiato di spegnere quella scintilla umana che aveva dentro, quella scintilla divina che aveva dentro. Come aveva fatto? Erano le stesse domande che si faceva Paolo, quando chiedeva: “Chi sei, come giocavi, cosa facevano i tuoi genitori, perché non sei andato più a scuola?”. L'aveva racchiuso in una parola sola, mia madre, e io l'ho assorbito, l'ho penetrato, ho capito quello che lei istintivamente in quel momento mi aveva trasmesso.
(intervento pronunciato in occasione della La veglia "Se vuoi Pace, costruisci Pace" in cui si fece anche memoria dei 10 anni dell'uccisione dei giudici siciliani Borsellino e Falcone).