II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA
Anno B - Rito Ambrosiano (18 gennaio 2009)
Benedetto i Signore, Dio d’Israele, egli solo compie meraviglie

Le nozze di Cana – icona del monastero di Decani (Serbia)
Lettura del profeta Isaia 25,6-10a
Lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 2,1-10a
Lettura del Vangelo secondo Giovanni 2,1-11
In quel tempo. 1Vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». 4E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». 5Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta e centoventi litri. 7E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. 8Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo 10e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
11Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Fratelli e sorelle,
abbiamo da poco celebrato la solennità dell’Epifania secondo il racconto dei Magi (Matteo) e del Battesimo di Gesù al Giordano (nella redazione di Marco). Oggi l’Epifania di Gesù come Figlio di Dio ci viene ripresentata col racconto delle nozze di Cana, secondo la redazione del Vangelo di Giovanni 2,1-11. Infatti “questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”.
Noi pensiamo che la gloria di Dio, la sua manifestazione, sia da collegare a qualcosa di grandioso e straordinario. Gli stessi sconvolgimenti della natura li abbiamo identificati talvolta come manifestazione della potenza di Dio. Se stiamo alla buona notizia di oggi, la gloria di Dio giunge ad esprimersi in occasione della celebrazione dell’amore umano tra un uomo e una donna.
Anche S. Ireneo affermava che: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”. Cioè la gloria di Dio si manifesta là dove la vita dell’uomo si esprime al meglio. Nel profondo bisogno di festa e di gioia, come in un matrimonio. A partire dall’incarnazione di Dio in Gesù, Dio, in tutta la Sua manifestazione non incute più timore, ma Si innesta nel più profondo della nostra carne e della nostra gioia.
Con Gesù erano presenti pure alcuni discepoli che, prima di essere Suoi, erano stati discepoli di Giovanni Battista, emblema di ascesi e di penitenza. Al contrario, Gesù sa apprezzare le nostre gioie più semplici e famigliari. Il segno dell’acqua cambiata in vino, prima di alludere all’“ora” della Sua morte e risurrezione, esprime con immediatezza il piacere così umano di un buon bicchiere di vino.
Ma, ad un certo punto, Maria s’accorge che “Non hanno vino”. Se nel bel mezzo di una festa viene a mancare un elemento così determinante, che fare? Se, per un verso, il vino non identifica un matrimonio, la sua mancanza ne evidenzia il carattere essenziale per la riuscita della festa. Noi abbiamo ridotto il tempo della festa a tempo libero o di divertimento, riducendone perciò al contempo l'aspetto celebrativo. Come se della festa avessimo smarrito il senso profondo ed essenziale.
Non si tratta solo di uno smarrimento laico e culturale della festa, ma di un indebolimento del suo senso propriamente cristiano. E le festività natalizie da poco celebrate lo testimoniano ampiamente. Abbiamo perso Gesù e la gioia della Sua presenza. Il motivo profondo della gioia secondo il Vangelo è anzitutto la presenza di Gesù. Dal canto gioioso degli angeli a quella dei pastori, dalla gioia di Giovanni Battista che esulta nel seno di Elisabetta alla gioia di Maria che canta il Magnificat, dalla gioia di Maria di Magdala alla gioia dei discepoli nel Cenacolo.
Consideriamo ora l'elemento ‘vino’ che per sé percorre e attraversa l’intero racconto delle nozze di Cana. Pensate: ben seicento litri di vino buono – come dice il maestro di tavola agli sposi – non sono certo un dato trascurabile. Ma in questo matrimonio tra Dio e l’umanità è come se Dio ci volesse inebriare, quasi ubriacarci di Lui. Ed è interessante che per tale miracolo ci si serva delle giare destinate a contenere l’acqua per le abluzioni, per la purificazione. Ai tempi di Gesù ci si poteva presentare a Dio solo dopo essere lavati, purificati. Ma Gesù viene, Si manifesta: quest’acqua diventa vino e la nostra tristezza si trasforma in gioia senza fine.
E’ Gesù, dunque, la ragione della nostra gioia. In che termini? Nella misura della sua “ora”. Per un verso, rispondendo a sua Madre, Gesù afferma: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”; per un altro Gesù, Si manifesta pienamente come Figlio di Dio dando compimento alla Sua “ora”. L’ora della Sua morte e della Sua risurrezione: “Padre è giunta l’ora, glorifica tuo Figlio come tuo figlio glorifica te”.
Il paradosso della fede cristiana sta nell’accogliere, da un lato, tutta la gioia che ci deriva dalla presenza di Gesù e, dall'altro, nell'accettare di bere con Lui il calice della Sua passione e della Sua morte (Mc 10,38-39). Un aspetto decisivo e imprescindibile della fede cristiana consiste propriamente nel tenere insieme continuamente il nostro grande bisogno di gioia e di amore e il fatto che la ragione ultima della gioia cristiana scaturisce dal gesto d’amore della Sua morte in croce.
Scindere questi due aspetti comporta, per un verso, la celebrazione di feste ineccepibili dal punto di vista formale, ma senz’anima e senza sostanza; per un altro, l’affermazione astratta e retorica del valore decisivo per la nostra fede della Sua morte e risurrezione che tuttavia non abita concretamente la quotidianità della vita e le vicende della nostra storia.
In tutta questa vicenda non si può certo ignorare il ruolo determinante di Maria. Si potrebbe anche dire che Maria è la presenza che percorre interamente il brano, dall’inizio alla fine. Nel primo versetto si dice, ancor prima di menzionare Gesù, che al matrimonio “c’era anche la madre di Gesù”, anzitutto lei; poi Maria è la trama che accompagna il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino: introducendolo, provocandolo e quasi gestendolo dietro le quinte. “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” dirà ai servi piuttosto meravigliati.. Infine, si fa menzione di lei al termine del racconto: “Dopo questo fatto, scese a Cafarnao, insieme con sua madre” (Gv 2,12).
Come non è possibile dividere la nostra gioia, il nostro bisogno di gioia, dall’esperienza della morte e risurrezione di Gesù, così non è possibile distinguere il ruolo di Maria dall’“ora” di Gesù. Da questo primo segno dell’acqua trasformata in vino all’ultimo e supremo segno della croce: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Cleopa e Maria di Magdala (…) e da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv 19,25-27).
Il ruolo di Maria, nel cammino spirituale di un credente non è semplicemente devozionale. E’ determinante e decisivo. E’ lei che ci indirizza decisamente a Gesù: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Questo ci riempie di gioia vera e indicibile: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).
E’ di questi giorni una cattiva notizia che apparirà sugli autobus di Genova a partire dal prossimo 4 febbraio. “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”, versione italiana della campagna a favore dell’ateismo, lanciata dall’Unione atei e agnostici razionalisti (Uaar), “una specie di sfida atea in casa di Angelo Bagnasco, presidente della Cei”. Un messaggio “che vuole invitare a riflettere, con l'aggiunta di un pizzico di fiducia e ottimismo in chiave umanista” (Raffaele Carcano, Presidente dell’Uaar).
Al di là della provocazione, ciò che importa è notare che la ‘buona notizia’ è arrivata all’osso, dal punto di vista della sua comunicazione: o si tratta della gioiosa presenza di Gesù così come l’annuncia l’evangelo (buona notizia) o la ‘buona notizia’ è che di un dio così non abbiamo più bisogno. E’ urgente decidere da che parte stare.
don Walter Magni
Parrocchia Dio Padre di MilanoDue Segrate (Milano)