12. SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIAE GUSEPPE (31 gennaio 2010)

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Alberto Marsiglio

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Jan 28, 2010, 12:36:58 PM1/28/10
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Carissimi,
vi inoltro il commento alla liturgia di domenica prossima a cura di don Walter Magni, già cappellano universitario presso la Bocconi di Milano.
Vi auguro un buon fine settimana.
don Alberto

 

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ,

MARIA E GIUSEPPE

 

31 gennaio 2010 (ultima domenica di gennaio) - Rito Ambrosiano –  Anno C

 

Beato chi abita la tua casa, Signore

Santa Famiglia (Elena Lollini, scritta nel novembre 2008)

 

LETTURA – Siracide 44, 23 – 45, 1a. 2-5:  In quei giorni. 44,23La benedizione di tutti gli uomini e la sua alleanza Dio fece posare sul capo di Giacobbe; lo confermò nelle sue benedizioni, gli diede il paese in eredità: lo divise in varie parti, assegnandole alle dodici tribù. Da lui fece sorgere un uomo mite, che incontrò favore agli occhi di tutti, 45,1amato da Dio e dagli uomini: Mosè, il cui ricordo è in benedizione. 2Gli diede gloria pari a quella dei santi e lo rese grande fra i terrori dei nemici. 3Per le sue parole fece cessare i prodigi e lo glorificò davanti ai re; gli diede autorità sul suo popolo e gli mostrò parte della sua gloria. 4Lo santificò nella fedeltà e nella mitezza, lo scelse fra tutti gli uomini. 5Gli fece udire la sua voce, lo fece entrare nella nube oscura e gli diede faccia a faccia i comandamenti, legge di vita e d’intelligenza, perché insegnasse a Giacobbe l’alleanza, i suoi decreti a Israele.

SALMO RESPONSORIALE – 111 (112): Beato l’uomo che teme il Signore.

EPISTOLA – Efesini 5, 33-6, 4: Fratelli, 5,33ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito. 6,1Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. 2Onora tuo padre e tua madre! Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: 3perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra. 4E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore.

VANGELO –Matteo 2, 19-23:  In quel tempo. 19Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto 20e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». 21Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. 22Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea 23e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

 

Cari amici e care amiche,

l’ultima domenica di gennaio la liturgia ambrosiana celebra la Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Si rompe la sequenza dei segni riguardanti la divinità di Gesù di Nazaret (il vino delle nozze di Cana, la moltiplicazione dei pani e dei pesci) e si evidenzia, nei termini di una vera e propria adorazione del mistero nascosto nel bambino Gesù, la cura singolare messa in atto da Maria e da Giuseppe. Assume così un significato particolare l’indicazione pastorale (del card. Dionigi Tettamanzi) a celebrare nelle prossime domeniche l’amore di Dio nella vita quotidiana. Fissando l’attenzione sulla presenza di Dio nella famiglia (domenica 31 gennaio), nel mistero grande della vita (domenica 7 febbraio, Giornata della Vita), nella realtà della malattia e della sofferenza (l’11 febbraio, Giornata del malato) e del lavoro (domenica 14 febbraio, Giornata della solidarietà).

 

Uomo silenzioso e concreto

 

L’attenzione della Parola di Dio in questa domenica è decisamente più maschile. Non solo il Siracide ci parla della benedizione che passa da Giacobbe a Mosè, ma è il brano evangelico che si fissa sulla figura di Giuseppe. Abituati tradizionalmente, in occasione della festa della Santa Famiglia, a confrontarci con la vivacità di Gesù dodicenne che si perde nel Tempio e con la reazione sorpresa e forte di Sua madre (Lc 3,41-52), l’accentuazione sulla figura paterna e il ruolo di Giuseppe risulta curiosa e accattivante. Soprattutto affascina la sua discrezione e la concretezza delle azioni nei confronti del mistero che si nasconde in Gesù bambino. Giuseppe viene a essere centrale suo malgrado. Determinante in ragione del suo atteggiamento umile, discreto e silenzioso. Soprattutto se confrontato con Maria, sua sposa, che, per quanto estremamente attenta, già in occasione dell’annuncio dell’angelo Gabriele, risponde e domanda. Osando persino nei confronti del figlio Gesù espressioni di rimprovero –“Figlio, perché ci hai fatto così?...ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo...” (Lc 3,48) – o di amabile esortazione: “Non hanno vino” (Gv 2,3).  Giuseppe, invece, davanti a Gesù, si è esercitato in una operatività silenziosa e schietta.  

 

In ascolto dei sogni

 

Come? Imparando a leggere i segni, cioè ascoltando un angelo, un preciso annuncio, che deriva dai sogni. A Giuseppe, abituato a un ascolto obbediente (ob-audire), non resta che scrutare nei sogni notturni il senso profondo delle cose e della realtà. Assomiglia a tanti giovani della sua età che si ritrovano – perché così va il mondo – tra il desiderio sincero di una propria famiglia e la sorpresa di sentirsi continuamente spiazzati nei propri desideri più veri. Per un verso, avrebbe desiderato avere a che fare con un figlio tutto suo; per un altro, così innamorato di Maria, un figlio se lo ritrova, senza aver fatto nulla per metterlo al mondo. E’ a questo punto che si fa largo nella sua esistenza, senza cedere a pericolose gelosie o risentimenti, un senso della realtà che si lascia abitare dai colori del mistero dell’alterità e della sorpresa del divino. Così si abbandona fiducioso al sonno, fidandosi di Dio e, soprattutto, lasciandoLo parlare. Non è tanto preoccupato di farsene una ragione, ma semplicemente di accogliere facendo solo quanto gli viene detto. A Maria l’angelo Gabriele annuncia una nuova teologia, a Giuseppe l’angelo indica un insieme di azioni da compiere. E lui fa senza controbattere. Per questo non diventerà muto come Zaccaria che voleva a tutti costi replicare dicendo la sua (Lc 1,18). Così Giuseppe prima se ve in Egitto, poi riprende la strada del ritorno, avendo l’accortezza di non fermarsi in Giudea, proseguendo diritto fino a Nazaret di Galilea. Giuseppe, sognatore con i piedi per terra, sta così a suo modo davanti al mistero di Dio che avanza nella storia degli uomini. Come il grande patriarca Giuseppe che, seguendo nei suoi sogni il sogno di Dio, diventa così vicerè d’Egitto per avviare e salvare gli inizi gloriosi del popolo di Israele.

 

Custode di Gesù

 

C’è soprattutto un dato che fa di Giuseppe un santo: tutto il suo andare, tutto il suo obbedire mira a farsi carico, in tutto e per tutto, del bambino Gesù con Sua madre: “Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre”. Questa operazione di custodia mette in evidenza che l’invito fatto a Giuseppe da parte dell’angelo nel sogno è a concentrare le sue attenzioni non soltanto sulla madre e, di conseguenza, sul suo bambino, ma a farsi carico di entrambi, come un tutt’uno, inscindibile.

Che coscienza aveva Giuseppe del misterioso rapporto di quel bambino con la Madre Sua? Giuseppe prende su di sé il mistero di Dio nella storia degli uomini così come gli si para davanti. Nella consapevolezza che amare il bambino vuol dire amare anche Sua madre e che non gli è possibile amare Maria senza farsi carico anche di quel bambino. E’ l’assunzione della complessità del reale, così come si presenta ai suoi occhi, che gli permette di stare davanti al mistero di Dio senza semplificarlo. Senza ricondurlo in schemi semplicemente psicologici o affettivi. Farsi carico delle situazioni complesse che la vita con le sue vicissitudine predispone significa di fatto caricarsi sulle spalle concretamente Dio così com’è. Così come ha voluto essere e divenire tra gli uomini. Senza distinguere, senza scegliere, senza patteggiare. Anche questa è santità. Forse la santità più diffusa tra gli uomini, forse anche la più vera.  

 

La spiritualità di Nazaret

 

C’è un ultimo aspetto da evidenziare: “e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno»”. Fidarsi dei sogni, custodendo il mistero dell’altro, significa alla fine abitare nel trascorrere del tempo col Figlio di Dio. La casa di Nazaret racchiude una ricchezza insondabile e inesauribile.

Certamente si potrebbe cercare di scandagliare il mistero di Nazaret nella prospettiva della crescita, della educazione e della formazione del Figlio di Dio (il bambino infatti “cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”, Lc 2,52). Ma, guardando tutto dalla parte di Giuseppe e di Maria, si può anche intuire la singolare opportunità data a due sposi di crescere pure loro nella fede, tenendo per mano il Figlio di Dio. Scorgendo in Lui un inizio più radicale e profondo (“generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”, come diciamo nel Credo), una relazione di paternità che affonda le sue radici nel cuore di Dio.

Non sappiamo quando e come Giuseppe morì. In lui comunque si compie quanto Gesù aveva detto un giorno al termine di una parabola: “Così anche voi quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10). Se hai semplicemente cercato di fare la volontà di Dio, la fede e la santità è anche lasciare il campo a chi deve venire dopo di te e in ragione di quanto hai cercato di fare. Questo è proprio il senso di un figlio. Provando la gioia che nasce dalla fedeltà di scorgere il compiersi della vocazione ricevuta.   

 

don Walter Magni

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