III Domenica di Avvento, 1 dicembre 2013

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Alberto Marsiglio

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Nov 30, 2013, 4:10:00 AM11/30/13
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Carissimi,
vi inoltro il consueto commento alla liturgia della Parola dell'Eucarestia di domani.
Buona domenica!
don Alberto
 

III DOMENICA DI AVVENTO

Anno A - Rito Ambrosiano – 1 dicembre 2013

 

Le profezie adempiute

 

 

Giovanni Battista in carcere (Battistero della Cattedrale di Padova)

 

LETTURA Isaia 35, 1-10 Ecco, il vostro Dio viene a salvarvi

SALMO  84 (85) -  8Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.

EPISTOLA Romani 11, 25-36 - I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili.

VANGELO Matteo 11, 2-15 - Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete. - In quel tempo 2Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò 3a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». 4Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: 5i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. 6E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».  7Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! 9Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. 10Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. 11In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. 12Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono. 13Tutti i Profeti e la Legge infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14E, se volete comprendere, è lui quell’Elia che deve venire. 15Chi ha orecchi, ascolti!».

 

Cari amici e care amiche,

per un verso stiamo vivendo liturgicamente il tempo dell’avvento, dell’attesa del Signore. “Maranathà”, Vieni presto, Signore Gesù; ti attendiamo, vieni presto! Ci attesta la Didachè, uno dei libri più antichi che riportano le tradizioni e le preghiere dei primi cristiani. Ma in un altro senso stiamo vivendo un tempo di crisi. Di valori, crisi, delle istituzioni, ecc. Persino crisi di fede e di vita ecclesiale. Un tempo di crisi anche nei confronti della stessa attesa del Signore, che proprio la liturgia invoca con forza. Atteniamoci al Vangelo della III domenica di Avvento (1 dicembre 2013).

 

La crisi di Giovanni il Precursore

 

Certo che se anche i grandi profeti vanno in crisi, la situazione si fa obiettivamente difficile. Le stesse domanda a riguardo del futuro si complicano. Cos’era avvenuto? Il Vangelo odierno registra due dati a riguardo di Giovanni Battista. Anzitutto era stato incarcerato da Erode, avendolo accusato pubblicamente d’essere un concubino, dato che s’era impadronito della moglie di suo fratello. Ma soprattutto Giovanni, stando in carcere, s’era reso conto che quel Gesù che lui stesso aveva identificato come il Cristo, il messia, non corrispondeva affatto alla messianicità alla quale stava pensando, investendoci tutta l’esistenza. Anzi, Gesù sembrava rappresentare in quel momento un messianismo un po’ contradditorio: ad un tempo di successo – visti i miracoli e la gente che Lo ammirava –, ma sin troppo sbilanciato sui poveri e i sofferenti: Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”.  La questione è comunque seria nella coscienza di un uomo che in carcere ha anche più tempo per pensare: l’evangelo di Gesù risponde al messianismo della Scrittura oppure siamo in presenza di un’illusione, di un falso profeta? Anche lui s’era dovuto difendere da una pericolosa interpretazione messianica: “Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo” (Lc 3,15).

 

Gesù, suo vero interlocutore

 

A Giovanni non resta che rivolgersi a Gesù: “per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: ‘Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?’”. Giovanni non resta chiuso nei suoi pensieri e non fa neppure un assoluto della sua più ovvia interpretazione della Scrittura e dei profeti. Avvalendosi della mediazione certa dei suoi discepoli, si rivolge direttamente a Gesù. Pretendendo una risposta chiara e non retorica. Va sicuramente riconosciuta una dirittura morale, una profonda onestà in questo suo modo di agire, rivolgendosi direttamente a Gesù. Ma c’è soprattutto una relazione spirituale profonda e singolare tra lui e Gesù. Una sorta di sguardo, di incontro, che fa intravedere un vero e proprio convenire in senso teologico. Che affonda le radici nell’incontro tra loro rappresentato da Maria, la madre di Gesù, ed Elisabetta, madre di Giovanni, che, vedendo Maria venirle incontro, sente il bambino muoversi di gioia dentro di lei (Lc 1,41); fino a quell’altra espressione usata da Giovanni che “vedendo Gesù venire verso di lui, disse: ‘Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!’” (Gv 1,29).  Giovanni, anche dal carcere, resta sempre l’amico dello sposo (Gv 3,29-30), il credente, l’ultimo tra i profeti ancora capace di sperare contro ogni speranza. Per questo anche Gesù ne ha un elogio appassionato: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta”

 

“Beato colui che non trova in me motivo di scandalo

 

A questo punto Gesù, dopo aver proclamato l’evangelo dei poveri, pensando a Giovanni in carcere, proclama anche la sua beatitudine: “beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”. Anche Gesù non Si ferma all’apparenza. Sa bene che la folla che oggi Lo acclama, domani, girando il vento del successo e dell’immagine, potrebbe gridare senza pietà e sempre più forte: “sia crocifisso” (Mt 27,23). A quale Gesù ci stiamo affidando, in quale messia confidiamo? A una superstar o a un ebreo marginale? Ogni epoca ha dipinto il suo Gesù, dandogli i tratti a essa più congeniali: maestro di saggezza, profeta rivoluzionario, innocuo sognatore, filosofo itinerante. Ogni epoca ha proiettato sull’uomo di Nazareth le sue aspirazioni, i suoi sogni e, talvolta, le sue paure. E allora, perché non la nostra? “Ogni epoca ha ricreato la figura di Gesù secondo la propria personalità” (Albert Schweitzer). Riandare continuamente a Gesù, senza mai scandalizzarsi di Lui è l’esercizio al quale la Sua chiesa, non potrà e non dovrà mai rinunciare a mettere in atto. Giovanni Battista ripropone a un tempo, stando all’esegesi che di lui ne ha fatto Gesù, tutta la ricchezza della profezia antica, che in Elia trovava fondamento certo e profondo, come anche il raggiungimento della estrema testimonianza sino a morire “nel Suo nome”. Se Giovanni non dona ancora la sua vita per Gesù Signore, di certo muore testimoniandoLo. Avendo ormai sulle labbra il Suo nome, morendo nella ricerca appassionata del Suo nome più vero. Per la fede cristiana, infatti, quel rabbi che amava i banchetti, amico di persone poco raccomandabili, di prostitute e di pubblicani, è la pietra di inciampo, non un profeta tra i tanti o un filosofo eccentrico, non un maestro di vita vagamente New Age, un inoffensivo dispensatore di saggezza, bensì il Vivente, il liberatore. Ci assicura sant’Ambrogio: “Nessuno può strappare da te Cristo, se tu stesso non ti strappi da lui”.

 

don Walter Magni

 

Tre poesie di Dietrich Bonhoeffer

CHI SONO? (scritta nel carcere di Tegel, a Berlino)

Chi sono? Spesso mi dicono
che esco dalla mia cella
sciolto e sereno e saldo
come un signore dal suo castello

Chi sono? Spesso mi dicono
che parlo con i sorveglianti
libero e cordiale e franco
come se avessi da comandare.

Chi sono? Mi dicono anche
che i giorni porto della malasorte
imperturbabile, sorridente e fiero,
come chi è uso alle vittorie.

Davvero sono quello che altri di me dicono?
O son soltanto ciò che io stesso di me so?
Inquieto, nostalgico, malato, come un uccello in gabbia,
boccheggiante per un soffio di vita, come se mi strozzassero,
affamato di fiori, di colori, cinguettii,
assetato di buone parole, di calore umano,
tremante d’ira per l’arbitrio e la minima offesa,
tormentato dall’attesa di grandi cose,
invano trepidante per amici a distanza infinita,
stanco e troppo vuoto per pregare, per pensare, per fare,
fiacco e pronto a dire addio a tutto?
Chi sono? Questo o quello?
Sono forse oggi questo e domani un altro?
Sono entrambi al contempo? Dinanzi agli uomini un ipocrita
e per me stesso un debole piagnucoloso degno di disprezzo?
O forse ciò che è ancora in me assomiglia all’esercito in rotta
che arretra confuso dinanzi a vittoria già ottenuta?

Chi sono? Solitario porsi domande si fa beffe di me.
Chiunque io sia, Tu mi conosci, Tuo sono, o Dio!

 

CRISTIANI E PAGANI (risale allo stesso periodo di Chi sono? Si ritrova il Dio bisognoso di aiuto al quale parla Etty Hillesum nel suo Diario (annotazione del 12 luglio 1942)

Da Dio gli uomini vanno quando hanno bisogno
aiuto implorano, chiedono pane e buona sorte,
d’essere liberati da malattia, da colpa e morte.
Così fan tutti, cristiani e pagani.

Da Dio gli uomini vanno quando Lui ha bisogno,
lo trovan povero, oltraggiato, senza pane e dimora,
vedono come il peccato lo divora,
debolezza e morte.

Dio va da tutti quando hanno bisogno,
sazia il corpo e l’anima con il Suo pane
morte di croce muore per cristiani e pagani
e perdona entrambi.

 

LUCE (qui il contrasto tra la limitatezza umana e l’anelito al divino possa risolversi nell’abbandono fiducioso è svelato già dal titolo)

In me è buio, ma da te c’è luce,
io sono solo, ma tu non mi lasci
son pusillanime, ma da te c’è aiuto
sono irrequieto, ma da te c’è pace
in me c’è amarezza, ma da te pazienza
le tue vie non comprendo, ma tu conosci
la retta via per me
.

 

Dietrich Bonhoeffer nacque a Breslavia il 4 febbraio 1906. Dotato di una mentalità aperta, diciottenne, nel 1924, colse a Roma "la serietà spirituale del cattolicesimo", e fu sensibile all'ideale monastico con cui venne a contatto nella chiesa anglicana, durante i suoi viaggi in Inghilterra. Oltre che in Italia e in Inghilterra, visse un anno a Barcelona e anche negli Stati Uniti. Pur potendo allontanarsi dalla Germania e aiutare comunque l'opposizione al regime nazista, che mostrò fin da subito il suo volto violento, restò nella sua patria per partecipare direttamente alla resistenza morale e religiosa al regime attuata, col seminario di predicazione di Finkenwalde, dalla Chiesa confessante che si opponeva alla titubanza che la Chiesa luterana ufficiale mostrava verso il nazismo, dalla quale titubanza poté nascere, prima, il gruppo filonazista dei "cristiano-tedeschi", e poi la "Chiesa del Reich", perfettamente allineata al regime. La reazione repressiva del nazismo fu pressoché immediata, e fin dal 1935 il seminario di Finkenwalde fu osteggiato e quindi chiuso nel 1937. Bonhoeffer, che nel frattempo era stato anche privato dell'autorizzazione ad insegnare all'università, continuò a lavorare clandestinamente alla formazione dei pastori della chiesa confessante e a predicare, finche' gli venne proibita anche quest'ultima attività nel 1940 (nel 1941 gli verrà proibito anche di pubblicare). Nel frattempo, a guerra iniziata, grazie alle parentele acquisite con i matrimoni delle sorelle, Bonhoeffer era entrato in contatto con alcuni alti ufficiali, tra cui l'ammiraglio Canaris, e funzionari che miravano in primo luogo a convincere lo stato maggiore dell'esercito ad attuare un colpo di stato per porre fine alla guerra e alla dittatura. Bonhoeffer, grazie alle sue conoscenze all'estero, specialmente in Inghilterra, si impegnò a svolgere una attività di collegamento che lo portò più volte in Svizzera (anche per recare al sicuro un gruppo di Ebrei) e in Norvegia. Invano, perché inglesi e americani pensavano che le notizie di una resistenza interna al nazismo fossero un trucco del regime, e lasciarono perdere. Il 5 aprile 1943, Bonhoeffer fu arrestato insieme ad altre persone anche della sua famiglia e per due anni resterà detenuto, senza processo, prima a Berlino e infine nel lager di Buchenwald. Il fallimento dell'attentato a Hitler del 20 luglio 1944 segnò la fine di ogni speranza. Bonhoeffer muore per impiccagione nel lager di Flossenbuerg, all'alba del lunedì 9 aprile 1945.

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