DOMENICA DELLA SAMARITANAAnno C – II di Quaresima - Rito Ambrosiano – 24 febbraio 2013Signore, tu solo hai parole di vita eternaGesù e la Samaritana- Icona
LETTURA: Deuteronomio 6, 4a; 11,18-28 - SALMO 18 (19) Signore, tu solo hai parole di vita eterna - EPISTOLA: Galati 6,1-10.
VANGELO: Giovanni 4,5-42 - In quel tempo. Il Signore Gesù 5giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunse una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete: 14ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». 15«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». 27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui. 31Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro: «Io ha da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». 39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Cari amici e care amiche,
all’inizio della Quaresima ci siamo lasciati condurre dallo Spirito nel deserto seguendo Gesù. Con la II domenica di Quaresima (della Samaritana, 24 febbraio 2013) Gesù ci conduce nei pressi di “una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe”.
Faccio mia la tua sete
È mezzogiorno. Gesù più che fame ha molta sete. Del resto, domenica scorsa aveva detto: “non di solo pane vive l’uomo” (Mt 4,4), mentre all’inizio di quest’altro episodio i discepoli “erano andati in città a fare provvista di cibi”. Intanto Gesù, “affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo”. S’intuisce la stanchezza; va ben compresa la sete. Non è ancora la sete del Crocifisso (“Ho sete” Gv 19,28). Intanto, ecco arrivare “una donna samaritana ad attingere acqua”. Gesù fa sua la sete di quella donna e così la trasforma, rompendo convenzioni e antiche rivalità etniche: “le dice Gesù: ‘Dammi da bere’”. Siamo ad una sete più profonda. Non è più questione d’acqua di pozzo, ma di un’acqua “che zampilla per la vita eterna”.
“Rimini 1974. Con Don Oreste Benzi nella città della notte, per i viali della periferia dove le auto rallentano accanto ai falò. Lui tonaca nera, 79 anni, non ha paura di niente. A un incrocio due donne: una dell'Est, giovane e bionda. L’altra ha ben più di sessant'anni, e così vestita e pesantemente truccata sembra una maschera tragica. La bionda è infastidita dal prete che le allontana i clienti. La vecchia, è come se non le interessasse più niente. Don Benzi le chiede di dov’è, e dove vive. Quella risponde, prima laconica, poi, stupita che qualcuno l’ascolti, più loquace, come reduce da un troppo lungo silenzio. Una vita di abbandoni e solitudine; e ancora qui, stanotte, sulle labbra quel rossetto sgargiante. Dietro di noi le auto passano, rallentano, se ne vanno. Don Oreste: ‘Ascolta, se vuoi, io ti porto via di qui, ti aiuto’. La donna dubbiosa, diffidente, espira una boccata di fumo. Guarda ancora la faccia di quello strano prete. Poi: ‘Vabbè, dammi il tuo numero, magari, guarda, domani ti chiamo’. Non l’avrei mai detto. Come riesce a parlare con tutti, quest’uomo? Forse è per quello che mi confida nella calca notturna del lungomare, tra la folla dell'estate, vociante, ebbra, ridente: “Io contemplo Cristo, nella faccia di tutti quelli che incontro” (Sui viali del falò, Marina Corradi, Avvenire 19.2.2013).
Il pozzo dei corteggiamenti
Simone Weil scriveva: “Una delle verità fondamentali del cristianesimo, verità troppo spesso misconosciuta, è questa: ciò che salva è lo sguardo”. Anche lo sguardo di Gesù non è aggressivo o moralistico. Con scioltezza e maestria arriva diritto al cuore di questa donna, senza assediarla con toni da tribunali, ma aprendola alla speranza. Non Gli interessa il passato, gli preme il suo futuro. Sciogliendola dalle pastoie del suo peccato, le fa intravvedere la bellezza del volto di un Dio inedito: “Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre (…). Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”. Lei, più libera e sciolta, non solo parla e domanda, ma, lasciata l’anfora ai bordi del pozzo, “andò in città e disse alla gente: ‘Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?’”. Alle soglie della fede, s’apre alla testimonianza. Ogni uomo, ogni donna si porta in cuore “un crepaccio assetato di Infinito” (Kierkegaard). In questo crepaccio Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, ama sostare, generando in chi l’accoglie il gusto pieno della vita: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, (come dice la scrittura) fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7,37). “La Salvezza è una mano che afferra un’altra mano, un passo che si arresta quando un altro si arresta, un passo che s’affretta se l’altro si affretta” (don Primo Mazzolari). In questi anni si è parlato di cattedra dei non credenti (C.M. Martini) e del cortile dei gentili (G. Ravasi). L’episodio della Samaritana gira tutto attorno al pozzo di Sicar, strumento di un corteggiamento unico e singolare di Gesù nei confronti di una donna che, ormai stanca, solo aspettava un amore vero.
Sconfinare nella relazione
Perché la fede non cade dall’alto e non si riduce a sapere il Credo. La fede in Gesù, che comincia ad abitare il cuore di questa donna è frutto di una relazione ben curata, anche nei particolari. Ne scaturisce qualche indicazione per tutti coloro che nella Chiesa, intendono seguire le orme di Gesù.
“Confidiamo nello stile di Gesù. Quello al pozzo di Sicar, nell’incontro con la donna samaritana. Non ci spetterebbe di sconfinare, come Gesù ha sconfinato? Prese quel giorno non la strada dritta, la tradizionale, per recarsi in Galilea. Deviò, sconfinò in terra di gente che nel giudizio del suo popolo aveva fama di razza religiosamente bastarda, popolo stupido agli occhi dei puri. Non dovremmo sconfinare anche noi e anziché parlare dalle cattedre, sedere al pozzo nell’ora più calda del giorno? Al pozzo di Sicar traspira la tenerezza di un amore più forte di ogni pregiudizio. Invece noi siamo lontani, lontanissimi dall’aver imparato la lezione del pozzo di Sicar. Di questo Gesù che passa i confini, il confine tra ortodossi e non ortodossi, tra puro e impuro, tra un monte dell’adorazione e un altro monte antagonista. Quale chiesa può far pulsare un fiotto di vita nelle vene dell’umanità? La chiesa che siede al pozzo, una chiesa mai stanca dell’umanità, mai stanca della compagnia degli uomini e delle donne del nostro tempo, una chiesa che parla sottovoce, come il rabbì alla donna del pozzo, una chiesa che sa chiedere un po’ d’acqua confessando il suo bisogno, una chiesa che parla delle cose della vita, una chiesa che non invade le coscienze, che fa emergere pazientemente le attese del cuore, scavando nel bene che rimane comunque in ogni cuore. Con che volto accostiamo l’altro, con che occhi lo guardiamo? Ci abita, dentro, lo sguardo del rabbì del pozzo per la donna samaritana? E sappiamo sognare, come faceva lui, il maestro?” (don Angelo Casati). “Si comincia dove uno si trova e si conclude in un approdo ecclesiale della fede che la conferma e la accoglie, ma in mezzo ci deve essere una relazione. La fede, quella cristiana, passa dalle relazioni. Si nutre di tutto, di ogni incontro e di ogni mezzo, ma non può non passare da relazioni personali, da rapporti che diventano mediazioni significative della maternità ecclesiale. Ritrovare la buona relazione con Dio passa attraverso la ripresa degli affetti feriti, la scoperta di una misericordia che guarisce e di una verità che non giudica, ma che riscatta e salva” (don Antonio Torresin).
don Walter Magni
“Giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano…” (don Divo Barsotti)
Il nostro apostolato, ed è l’apostolato più grande, è precisamente questo: far sì che gli uomini si accorgano di Dio in questo amore che ci levita, che ci solleva, che ci dilata. Mi ricordo sempre di quello che diceva Chesterton a proposito di S. Francesco: “La cosa più mirabile nella vita di Francesco anche per i non credenti è precisamente questa: non si può dubitare che per Francesco Gesù era una persona viva; viveva veramente un rapporto di amore con una persona vivente”. S. Francesco non sapeva nulla della sua povertà, non sapeva nulla della sua mortificazione, non sapeva nulla di nulla, non vedeva che Lui. Questa anche è la testimonianza che deve rendere ogni anima religiosa, perché ognuno di noi vive la sua vita religiosa in quanto vive questo rapporto di amore. Avete visto il Signore quando scendevate in refettorio? E quando andate a servire, andate con Lui? Lui è con voi? Questo debbono vedere coloro che vi vedono; non voi soltanto, ma con voi, Lui. La donna era sola quando è andata alla fontana e Gesù era solo quando gli apostoli l’avevano lasciato. E ora li vedono insieme; non vedono più l’Uno senza l’altra, non vedono l’una senza l’Altro. Così quando vedono voi, certo che devono vedere anche Nostro Signore, perché non vivete più che una vita comune con Lui. La vita religiosa è questa vita di amore, di amore, di amore vero perché come l’amore vero implica una donazione reale. La donna ha donato se stessa al Cristo e il Cristo ha donato se stesso alla donna. “Sono io che ti parlo”. Egli non si è rivelato a nessuno, si è rivelato a lei, perché giustamente una persona si fa conoscere soltanto in quanto ama: “Et continuo venerunt discipuli ejus, et mirabantur...”.
Camminare verso una fontana (Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, XXIII)“Buon giorno”, disse il piccolo principe.
“Buon giorno”, disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete.
Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
“Perché vendi questa roba?” disse il piccolo principe.
“È una grossa economia di tempo”, disse il mercante.
“Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatré minuti la settimana”.
“E che cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti?”
“Se ne fa quel che si vuole...”
“Io”, disse il piccolo principe, “se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana...”
Fare ancora un passo (Gabriel Ringlet)
“Penso sia venuto il momento di fare un ulteriore passo, di allargare la discussione, di incoraggiare un più ampio confronto e di dissipare, forse, qualche malinteso, di gettare dei ponti, stimolare la traversata: che dei cristiani abbiano il coraggio di andare più avanti in terra laica, che dei laici osino avventurarsi con maggior decisione in terra evangelica. È tempo di avvicinare i liberi pensatori e i liberi credenti”.