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C’è una domanda, semplice e spiazzante, che apre il terzo capitolo dell’enciclica Magnifica Humanitas: che cosa stiamo costruendo nel grande cantiere della nostra epoca? Babele o la Nuova Gerusalemme? Non è una domanda per teologi. È una domanda per tutti noi, che viviamo tra telefoni che rispondono da soli e macchine che imparano senza sapere cosa sia la gioia o il dolore.
L’enciclica ricorda che “l’umanità è magnifica nella sua dignità”. È una frase che potrebbe sembrare grande, troppo grande per i tempi che corrono. Eppure, basta guardare la vita quotidiana per capire che la posta in gioco è proprio questa: non perdere la misura dell’umano mentre la tecnica accelera, mentre l’efficienza diventa criterio di tutto, come già denunciava Laudato si’.
L’intelligenza artificiale è una delle forze che spingono più forte in questa direzione. Non perché sia cattiva come concetto in sé, ma perché è opaca, imprevedibile, coltivata più che costruita: “gli sviluppatori creano un’architettura e poi cercano di capire cosa vi cresce su”. E soprattutto perché vogliono farla decidere non essendo umana. Non ha corpo, non conosce dall’interno l’amore, il lavoro, l’amicizia, la responsabilità. Può imitare, ma non capire.
Il rischio non è la macchina. Il rischio siamo noi, quando ci abituiamo a delegare, a cercare risposte pronte, a rinunciare alla fatica del pensare. E quando dimentichiamo che ogni uso della tecnica è un atto morale, mai neutro.
Per questo l’enciclica insiste sull’accountability: sapere chi risponde delle decisioni prese da sistemi che nessuno controlla davvero. Senza regole chiare, la trasformazione sarà guidata dalle logiche della potenza e del profitto, non dal bene comune.
E quando dimentichiamo che ogni uso della tecnica è un atto morale, mai neutro.
Ma c’è un punto ancora più importante. “Custodire l’umano” non è uno slogan. È una scelta. E le strade per farlo sono diverse ma speriamo convergenti.
C’è l’umanesimo cristiano, che vede nell’uomo l’immagine di Dio e nel limite la condizione della creatura. C’è l’umanesimo della terrestrità, che ricorda la nostra appartenenza alla biosfera e la necessità di frenare le “tecnologie della potenza”. E c’è il pensiero della differenza femminista, che ci riporta al corpo, alla nascita, alla relazione come fondamento dell’umano, contro ogni illusione di neutralità e astrazione.
Tre vie diverse, ma tutte concordi nel dire che l’essere umano non è un algoritmo, non è un progetto di dominio, non è un calcolo da ottimizzare.
Non serve scegliere. Serve non dimenticare. Non dimenticare che la nostra grandezza non sta nella potenza, ma nella fragilità. Non sta nell’efficienza, ma nella responsabilità. Non sta nella corsa verso l’alto irraggiungibile, ma nella cura di ciò che abbiamo accanto con i piedi ben piantati sulla terra.
In fondo, custodire l’umano significa questo: non svendere ciò che siamo al potere tecnocratico. E continuare a vivere con quella sobrietà vigile che l’enciclica invoca, e che oggi è forse la forma più semplice e più necessaria di resistenza civile.