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Dalla parte della continuazione della Storia dopo Hiroshima e Nagasaki. Riflessioni sulla pace disarmata e sulla coscienza dell'essere umano dinanzi alla barbarie atomica
di Alfonso Navarra - coordinatore dei Disarmisti esigenti (cell. 340-0736871 - www.disarmistiesigenti.org)
Il mondo commemora l'ottantunesimo anniversario di Hiroshima e Nagasaki. È un tempo di silenzi e di memorie che rischiano pericolosamente di sbiadire nel rumore quotidiano, se non sappiamo farne occasione viva per riflettere sulla nonviolenza come unica alternativa possibile, capace di nutrire una pace che, come auspica Papa Leone, sia finalmente disarmata e disarmante. Lo facciamo nel segno solenne delle vittime e dei loro discendenti che ancora soffrono nei corpi e nelle coscienze gli effetti indelebili delle bombe esplose nel 1945, e nel ricordo di quegli scienziati che, pentiti troppo tardi, compresero la mostruosità dell'energia scatenata contro l'umanità. Guardiamo attorno a noi la gente che ama le piccole cose della vita terrena, la bellezza fragile delle relazioni umane, delle case, delle città e dei territori; e ci accorgiamo, con un senso di sgomento e di pietà, di quanto tutto questo sia quotidianamente minacciato da una follia fredda e calcolatrice.
Bisogna avere il coraggio morale di smantellare le tecnologie della potenza, a cominciare da quel nucleare che continua ad ammantarsi di un falso lato civile, ingannando le coscienze degli uomini e anestetizzando il senso critico. E allo stesso modo dobbiamo guardare con estremo sospetto all'intelligenza artificiale: un congegno privo di anima e di coscienza morale, che rischia di farsi specchio fedele ed efficiente dell'élite che lo possiede e lo progetta, interamente teso all'egemonia geopolitica, all'economia del riarmo giustificata con la dottrina cinica della deterrenza e dunque fondata unicamente sulla paura reciproca. La deterrenza non è pace; la deterrenza è soltanto la tregua armata tra due catastrofi incombenti.
La vera alternativa non risiede nei calcoli strategici della diplomazia istituzionale con i suoi segreti impenetrabili, ma in un mutamento dell'essere umano insieme alle strutture sociali in cui si svolge la sua attività. Dobbiamo investire con coraggio nella formazione della coscienza, nella consapevolezza limpida che ogni cambiamento autentico nasce soltanto dalla riscoperta degli altri come sorelle e fratelli, membra di un'unica famiglia umana, fragile e preziosa, figlia di questa nostra unica Madre Terra. Commemorare non può e non deve ridursi a un rito stanco, a una ricorrenza annuale buona soltanto per i discorsi ufficiali dei potenti. Se la memoria non si fa coscienza vigile e opposizione morale e politica nel presente, essa decade in mera nostalgia.
"La pace non si costruisce attraverso l'equilibrio del terrore o la perfezione dei congegni di distruzione, ma attraverso il rifiuto radicale della violenza e il coraggio inerme di affidarsi alla dignità dell'uomo."
Il rischio che corriamo oggi è più alto, più sottile e insidioso di quanto non sia stato per decenni durante la Guerra Fredda. Non si tratta soltanto del pericolo remoto di un lancio voluto e premeditato, quanto piuttosto della probabilità sempre più concreta e statistica di un errore di calcolo, di una escalation incontrollata, o di quell'uso cosiddetto "tattico" delle armi atomiche che sdogana l'impensabile, rendendo accettabile ciò che per definizione è l'annientamento dell'umano.
Anche i vecchi trattati sulla non proliferazione sono stati di fatto stracciati, spazzati via dalle guerre in corso per l’egemonia e il dominio. Di recente, l’amministrazione americana di Trump ha di fatto riconosciuto all’Arabia Saudita il diritto di entrare nel “circolo dei Paesi nucleari”. Non passerà molto tempo prima che qualche Stato africano, sudamericano o dell’Estremo Oriente — penso al Giappone e all’Australia — e perché no anche qualche Paese europeo — come Germania, Svezia o Finlandia —si dia da fare per dotarsi a sua volta dell’arma di distruzione di massa. E se non saranno gli Stati, saranno i grandi miliardari della Silicon Valley e dei colossi digitali affini, quei nuovi Elon Musk senza freni, ammaliati in modo irreversibile dal fascino perverso di poter decidere della vita e della morte e di regnare su tutti.
Siamo messi male: con il riarmo e il militarismo che imperversano ovunque, la deterrenza prima rappresentata dall'arma atomica è ora divenuta una minaccia di uso corrente. Assistiamo oggi a un riarmo generalizzato e a una modernizzazione sistematica e spietata: tutti i nove Stati nucleari del pianeta — Stati Uniti, Russia, Francia, Regno Unito, Cina, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord — stanno rinnovando e potenziando i propri arsenali con una determinazione che fa raggelare il sangue. Le crisi geopolitiche si moltiplicano contemporaneamente su più fronti caldi e, in ciascuno di questi teatri di morte, il nucleare è entrato stabilmente nel linguaggio quotidiano della politica come minaccia esplicita e ricatto estremo. Come attesta autorevolmente l'istituto SIPRI, per la prima volta dagli anni Novanta il numero delle testate nucleari in servizio attivo è tornato a salire in modo preoccupante.
A questa scivolata verso il peggio si somma anche il rischio concreto di un ritorno al nucleare spacciato per "civile". L’Europa sta andando dietro a questo piano e anche l’Italia del governo Meloni ci si accoda, spinta da un palese delirio di grandezza e da una cecità politica impressionante. Basta guardare cosa sta accadendo in piena emergenza climatica, che si continua colpevolmente a ignorare: decine di centrali nucleari in Francia, Spagna e Ungheria hanno dovuto fermare i reattori proprio perché non c’era più abbastanza acqua per raffreddarle, mentre le ondate di caldo e la siccità stanno già mettendo in ginocchio la sicurezza alimentare e la tenuta dei territori.La stessa fine toccherà ai mega data center dell’intelligenza artificiale e alla loro crescita senza controllo: strutture che divorano fiumi d’acqua per il raffreddamento e quantità enormi di energia, che i tecnocrati pensano ingenuamente di poter garantire proprio con il nucleare. Un’intelligenza artificiale a cui chi la gestisce consegna in modo sempre più crudele le decisioni sulla guerra e sul futuro dell’umanità.In un quadro così cupo e regressivo, dopo anni di battaglie per cambiare la società e lasciare un mondo migliore alle nuove generazioni, ci ritroviamo sgomenti a subire tutto questo come se fosse inevitabile. A meno che, arrivati sull’orlo del baratro e al punto di non ritorno, l’umanità non trovi la forza di rialzarsi insieme e ribellarsi a questa drammatica realtà. Il segnale forte venuto dal movimento internazionale a sostegno della popolazione palestinese, se depurato da derive fondamentaliste, può diventare una spinta decisiva e un volano per allargare una mobilitazione mondiale contro la guerra, il riarmo e il nucleare.
In questo panorama generale dominato dall'ombra e dal cinismo, vi è tuttavia un punto specifico che merita di essere focalizzato con estrema attenzione e lucidità. La Cina rappresenta l'unico Stato, tra i cinque ufficialmente riconosciuti dal Trattato di Non Proliferazione (TNP), a mantenere formalmente e costantemente la dottrina del "No First Use", ovvero il rigoroso principio del non primo uso. La formula è limpida nella sua semplicità disarmante: "Non useremo armi nucleari per primi in nessuna circostanza, né in tempo di pace né in tempo di guerra".
È una posizione che Pechino ribadisce coerentemente da decenni e che oggi, in un contesto di riarmo globale sfrenato e privo di regole, suona quasi rivoluzionaria. La via d'uscita rispetto a questo abisso incombente passa attraverso una campagna mirata e inflessibile per il riconoscimento universale di questo principio. L'incontro dei disarmisti con la rappresentanza diplomatica di Pechino a Ginevra, che stiamo faticosamente organizzando, va esattamente in questa direzione: la Cina può fungere da apripista e da garante autorevole, sapendo benissimo che senza l'asse e il dialogo tra Pechino e Washington nessun trattato di pace duratura potrà mai reggere su questo pianeta.
Il motto severo che dobbiamo fare nostro in quest'ora buia è implacabile: stare dalla parte della continuazione della Storia. La logica perversa della deterrenza ripete incessantemente la sua illusione rassicurante e menzognera: "Se minacciamo tutti la distruzione reciproca, nessuno oserá mai premere il bottone". Ma questa è una scommessa cinica, folle e disperata sull'assenza assoluta dell'errore umano.
Oggi più che mai, il lato giusto della Storia sta dalla parte di chi ha l’onestà morale di dire chiaro e semplice che la sopravvivenza di tutta l’umanità conta più di qualsiasi successo nella corsa al predominio tra le grandi potenze. Proprio per questo, richiamandoci all’eredità della grande battaglia antinucleare italiana — quella che ha visto in campo più generazioni e due referendum vinti, che fecero del nostro Paese il primo al mondo a dire no al nucleare — dobbiamo spingere per la rinascita di un nuovo Movimento Antinucleare. Un movimento in grado di coinvolgere i giovani, smontare le bugie sul “nucleare sostenibile” e battere le grandi multinazionali dell’energia, della guerra e del riarmo.
Ogni sei e nove agosto commemoriamo con commozione profonda le vittime innocenti di quella barbarie indicibile; e subito dopo, senza concederci tregua, rimbocchiamoci le maniche per lavorare ovunque sia possibile: da Ginevra a New York, affinché la Terra non si trasformi mai in un'unica, desolata coperta di cenere radioattiva. La pace non è un dono che ci viene calato dall'alto dei cieli o concesso dai potenti della terra; è una conquista quotidiana della coscienza umana. Ognuno di noi, nel proprio piccolo e nelle dimensioni ampie dell'azione collettiva, ha il dovere morale di rifiutare la logica della violenza, di educare alla forza della verità e dell'amore, di pretendere che la politica torni a occuparsi della vita degli uomini e non della loro distruzione. Solo così la Storia potrà continuare il suo cammino.