Steven
unread,Dec 5, 2008, 6:03:36 PM12/5/08Sign in to reply to author
Sign in to forward
You do not have permission to delete messages in this group
Either email addresses are anonymous for this group or you need the view member email addresses permission to view the original message
to Castello Dimenticato
Salve creature e ospiti del Castello Dimenticato,
quest'oggi vorrei tediarvi con un mio "piccolo" componimento. Le rime
lasciano spesso a desiderare e la metrica... beh, lasciamo perdere. Ma
l'ho scritto con il cuore.
Spero possiate gradirne l'ironia e rabbrividire, subito dopo, all'eco
delle vostre stesse risate.
Buona lettura.
***
«Storia dell'omino che cercava compagnia»
C'è una donna che ho amato tanto,
poi è morta e altrettanto ho pianto;
c'era un pesce rosso in una vaschetta:
è morto schiacciato da una barchetta.
Giù in giardino l'ho seppellito
vicino a colei di cui fui il marito.
I giorni da allora scorrevano lenti
e passarono dieci anni forse anche venti.
Da solo vissi senza volermi più risposare
pensando soltanto a dormire e a mangiare;
ma un giorno per caso trovai un gattino,
mi venne incontro col suo bel vocino.
Altre volte lo vidi aggirarsi pei parchi,
rasente i muri, ché non aveva più gl'occhi;
mi fece le fusa e io a lui una carezza,
dal nord spirava una gelida brezza...
"Povero piccino, morirai assiderato!
Ti porterò a casa e lì sarai curato"
dissi commosso al tenero micetto
che vagava da mesi ormai senza tetto.
Era il gatto di donna Rosa, la vecchina del paese
che morì a ottant'anni mentre andava a fare spese.
Finalmente a casa davanti al camino
mangiammo e ci ristorammo un pochino,
ascoltammo la vecchia radio suonare
e prima di dormire ci mettemmo a giocare.
Non ero più solo mi dissi contento,
ma ecco che grido al gatto "stai attento!"
che per afferrare la pallina in corsa
finì nel fuoco e nella sua orribile morsa.
Di lui restarono a stento le ossa
e in giardino finì, nella gelida fossa;
con mia moglie e il pesce rosso
adesso starà certamente giocando a più non posso.
E ancora una volta solo restai,
triste vissi pensando ai miei guai,
a quant'era bello l'amore che avevo,
il pesce rosso che tanto volevo
e il gattino al quale chissà come
per la gran fretta non avevo dato un nome.
Intanto che stavo lì a pensare bel bello
in casa mi vedo entrare un pipistrello!
Mi fece paura con tutto quello sbattere d'ali
e con una scopa pensai di porre fine ai suoi natali,
ma per sbaglio spensi la luce toccando l'interruttore
e la creatura notturna ritrovò il suo "chiarore".
Quindi lo vidi uscire dalla finestra
per poi tornare con in bocca una ginestra.
Dunque capii che gli ero simpatico
e venni preso da grande rammarico.
"Scusami amico, mi hai messo paura"
dissi al pipistrello con grande premura.
Ma le mie scuse non sembrarono interessargli
e sul maglione si arrampicò usando gli artigli.
Era nata davvero una nuova amicizia
e di nuovo venni colto da grande letizia.
Commosso gli accarezzai la testolina
lui per ringraziare vibrò la zampina
Pensavo così a come lo avrei chiamato
"Squit" rispose come se interpellato
"E sia, ordunque, Squit ti chiamerò"
e lui sorridendo i canini mostrò,
saettò via e nel bagliore lunare
come danzante lo vidi volare.
Pioveva a dirotto e come una magia
svolazzando creava una luminosa scia.
"Dove vai?" gli urlai felice
"Dove il cuore mi dice!"
sembrava volesse dirmi col suo volo.
Fu così che non mi sentii più solo.
Ma ahimè non poteva finir così il mio tormento!
Non so cosa successe perché lo vidi a stento:
nel nero di quella notte maledetta
vidi il mondo squarciato da una saetta!
Il povero Squit fu arrostito all'istante
beccato in pieno da un lampo gigante!
Il tuono che seguì con il suo grande rumore
coprì pietosamente i miei strazi di dolore.
Ero dannato, ripetevo a me stesso.
Dannato, dannato! Ci credo solo adesso!
Corsi in strada gridando forte:
"Squit, perché a te sì terribile sorte??!"
Raccolsi il suo corpicino ancora fumante
lacrimando anche per l'olezzo maleodorante.
Dovetti farmi forza e duro lavorai:
in una fossa in giardino lo sotterrai.
Insieme a mia moglie, il pesce rosso e il gatto
ora c'era Squit, che senza ali sembrava un ratto.
E ancora una volta solo restai,
triste vissi pensando ai miei guai,
in giardino all'ombra di un alberello
ove giaceva l'amore mio bello,
ormai non più sola, anzi che dico?!
Con lei riposava più di un mio amico,
di quelli sinceri, di quelli veri:
il pesce rosso dagli occhi neri,
il micio che per ironia della sorte
era cieco come Squit al momento della morte.
Quindi c'era anche il pipistrello,
a far compagnia all'amore mio bello.
Fu lì che all'improvviso si alzò il vento
voci dicevano "è arrivato il tuo momento!"
Negli occhi le lacrime scintillavano accese.
In questo mondo, pensai, siamo anime appese.
Così forti e sicuri della nostra salute
dimentichiamo facilmente quelle mani ossute
che reggon la falce dalla gelida lama
che taglia i fili della gente che ama.
"Ma ti gabberò! Bastarda senza cuore!"
Urlai al vento e a chi uccide e non muore.
"Mi hai sentito, puttana? Adesso è finita!"
Ero stufo, vi dico, di questa vita:
gettai da parte la pala e il piccone,
sradicai ogni lapide con uno strattone,
presi a scavare, sì, con queste mani la fossa
dove di chi avevo amato giacevano le ossa.
Volevo morire, ma che dico? Rinascere!
Perché tutto era meglio di questo malessere,
sentirmi sempre tra martello ed incudine,
sempre preda della più assoluta solitudine.
"Mi spiace amore, forse è stata colpa mia,
quel che volevo era solo un po' di compagnia!"
Intanto ridevo, sì, e piangevo insieme:
della follia era stato gettato il seme!
"Eccomi amore, eccomi! Eccomi cara!!!"
Così mi apprestavo a scoperchiare la bara.
E nella pazzia di quel momento atroce
mi parve di sentire la sua voce.
"Sì cara, già ti sento! Sto arrivando!"
Ormai non esisteva né un dove né un quando.
"Cosa fai ti ho detto? Cosa succede?"
La distanza adesso era quella di un piede.
"Ti sto dissotterrando, amore mio!"
"Ma sei impazzito, per l'amor di dio!"
"Niente affatto mia cara, adesso ho ben salda la mente!"
Aprii la bara di mia moglie... e dentro non c'era niente.