LE NEVI DEL KILIMANGIARO di Robert Guédiguian
Ne’ Le nevi del Kilimangiaro Michel perde il lavoro ma ha ancora una moglie a cui lo legano trent’anni d’amore, due figli e tre piccoli nipoti. La sua vita serena, trascorsa all’insegna dell’amicizia e della solidarietà, viene bruscamente interrotta da una rapina, in cui resta coinvolto e sconvolto; scoperto uno dei responsabili, Michel si rende conto che deve fare qualcosa… Il clima del film è lieve e gioioso, si ride spesso e si rimane sedotti dalla voglia di vivere di due coniugi operai che, dopo le lotte degli anni settanta, hanno costruito una famiglia che hanno formato ed educato ad essere onesta e di grande cuore.
Interpreti: Ariane Ascaride (Marie-Claire), Jean-Pierre Darroussin (Michel), Gérard Meylan (Raoul), Marilyne Canto (Denise), Grégoire Leprince-Ringuet (Christophe), Anaïs Demoustier (Flo), Adrien Jolivet (Gilles), Robinson Stévenin (Commissario), Karole Rocher (Madre di Christophe), Julie-Marie Parmentier (Agnès), Pierre Niney (Cameriere), Yann Loubatière (Jules); Origine: Francia; Fotografia: Pierre Milon; Sceneggiatura: Robert Guédiguian, Jean-Louis Milesi; Montaggio: Bernard Sasia; Produzione: Agat Films & Cie/Ex Nihilo/Cinéma/Les Films de la belle de mai; Distribuzione: Sacher; Anno: 2011; Durata: 90’
Il titolo di questo bel film di Robert Guédiguian non ha nulla a che vedere col racconto omonimo di Ernest Hemingway e meno che mai col film diretto da Henry King nel 1952. “Le nevi del Kilimangiaro” è invece il titolo di una canzone di Pascal Danel che si può ascoltare nel film. Ma soprattutto esso costituisce un elemento drammaturgicamente importante a riguardo della struttura narrativa della storia. Si tratta, in altre parole, di un riferimento al regalo che ricevono Marcel e Marie Claire in occasione del trentesimo anniversario del loro matrimonio: un viaggio in Tanzania che, come si sa, è dominata dal monte Kilimangiaro. E questo regalo segna il punto di rottura tra la prima e la seconda parte di una situazione personale e collettiva che è alla base stessa della vicenda. La quale è molto semplice ma ricca di risvolti sociali e politici, come è sempre accaduto nei film di Guédiguian ambientati, come questo, a Marsiglia. Marcel è un operaio sindacalista che, insieme ad altri diciannove operai, viene licenziato; Marie Claire, sua moglie, fa la badante di una vecchia signora. Essi hanno un figlio, una figlia e tre nipoti, e vivono una vita tranquilla e serena, fino a quando due delinquenti, uno dei quali è un giovane operaio anch’egli licenziato, li derubano. È questo fatto grave e con gravi conseguenze a sconvolgere quella tranquillità, ma anche a mettere in crisi l’idea stessa che Marcel e i suoi amici sindacalisti avevano della classe operaia e di quella che si può chiamare la giustizia sociale. Sono passati molti anni dalle loro lotte sindacali e dai risultati positivi raggiunti e oggi le giovani generazioni sono ben lontane dal potere per usufruire di quei vantaggi. In questo senso il giovane che li deruba e che era un operaio prima di essere licenziato riesce, poco prima di essere condannato, a mettere in crisi Marcel e a fargli fare, insieme alla moglie, una scelta umanitaria che conclude positivamente il film. Il quale, nel suo sviluppo narrativo estremamente lineare - come se si trattasse della semplice e persino banale rappresentazione di una realtà quotidiana priva di forti contrasti - riesce ad attirare l’attenzione e il coinvolgimento dello spettatore, grazie allo stile di Guédiguian, privo di ricerche formali o di elementi esplicitamente accattivanti. Anzi, è proprio grazie al suo modo di vedere, e di mostrare senza inutili intermediari estetici, la realtà di tutti i giorni e i comportamenti quotidiani dei singoli, che il film è uno dei suoi migliori.
(Gianni Rondolino - La Stampa)
La Storia del Cinema ha inizio documentando la coscienza di classe con “L’uscita dalle officine Lumière”. Lo rievoca implicitamente Robert Guédiquian quando dice: ‘in quelle grosse realtà industriali che ancora c’erano in Francia negli anni ‘70 e ‘80, in cui tremila operai uscivano insieme da una stessa fabbrica, la coscienza di classe non era soltanto possibile, era visibile’. Ma il regista parla al passato e aggiunge: Uno dei problemi più seri della società odierna è che non si può nemmeno più parlare di ‘classe operaia’, è per questo che parlo di ‘povera gente’. Eppure, la coscienza di far parte della ‘povera gente’ non esiste. Come adattare allora alla nostra realtà il poema in dodici parti ‘La povera gente’ di Victor Hugo e il suo atto di generosità finale? Attraverso la storia di Michel un sindacalista che, costretto a un accordo sul taglio di personale, decide di estrarre pubblicamente i nomi degli ‘esuberati’. Tra i quali il suo, incluso contro il consiglio degli amici. I colleghi decidono di festeggiarlo con una colletta, ma qualche notte dopo il ricavato è rubato nel corso di una violenta irruzione in casa di Michel. Perché si è sempre più ricchi di qualcun altro. Questo spinge l’uomo a cercare giustizia, ma il senso di responsabilità, immediatamente rappresentato da quell’armadietto su cui è attaccato un adesivo dell’Uomo Ragno, lo porterà a essere ben più giusto della legge. Il film di Guédiguian è dunque tanto una descrizione della minima borghesia e dei suoi privilegi rispetto ai giovani precari o disadattati, tanto una commedia sull’eroismo, dove Michel e la moglie agiscono secondo un’etica irreprensibile, senza mai però trasformarsi in macchiette dal buonismo facile e senza prezzo. Il regista si affida al solito e solido affiatato gruppo di attori e all’ambiente umano e urbano dell’Estaque di Marsiglia, mantenendo miracolosamente un registro tra dramma e commedia e danzando con leggerezza e commozione sopra i limiti dell’opera a tema. “Le nevi del Kilimangiaro”, presentato a Cannes 2011, non è forse il film più bello dell’anno, ma è probabilmente il più importante.
(Andrea Fornasiero - Film TV)
Venerdì 3 e Sabato 4 Febbraio 2012
Inizio Proiezione ore 20:45 - Imola, Cinema Cappuccini
MIRACOLO A LE HAVRE di Aki Kaurismäki
Miracolo a Le Havre ha per protagonista il lustrascarpe Marcel Marx. Il caso lo mette contemporaneamente di fronte a due novità di segno opposto: la scoperta che la moglie Arletty è malata gravemente e l'incontro con Idrissa, un ragazzino immigrato dall'Africa, approdato in Francia in un container e sfuggito alla polizia… Tra poesia e disincanto, una storia universale pregna di malinconico ottimismo, che sa ben dosare, in un magico equilibrio, un divertimento esilarante e una tragicità riflessiva. Sapientemente lontano da retoriche, enfasi o stereotipi, Kaurismäki punta dritto all’essenziale, usando uno stile minimalista che riesce ad esprimere il cuore autentico delle cose davvero importanti.
Interpreti: André Wilms (Marcel Marx), Kati Outinen (Arletty), Jean-Pierre Darroussin (Monet), Blondin Miguel (Idrissa),; Soggetto e sceneggiatura: Aki Kaurismäki; Origine: Finlandia/Germania/Francia; Fotografia: Timo Salminen; Montaggio: Timo Linnasalo; Produzione: Aki Kaurismäki, Reinhard Brundig, Fabienne Vonier; Distribuzione: BIM; Anno: 2011; Durata: 93’
«Nel suo caso ci vorrebbe un miracolo e i miracoli a volte accadono» dice il medico alla paziente grave e povera. «Non nel mio quartiere». È una delle battute di “Le Havre” di Aki Kaurismaki, film che ha incantato Cannes e ora arriva sugli schermi italiani, tradotto in “Miracolo a Le Havre”, forse per via del dialogo, forse in omaggio a una delle tante fonti di ispirazione del maestro finlandese, il neorealismo italiano. Dopo la malinconia di “Le luci della sera”, Kaurismaki recupera il suo geniale humour e regala un film ottimista. Di un’allegria d’altri tempi, che rimanda all’innocenza perduta del cinema di De Sica, Frank Capra e René Clair. È la storia di Marcel Marx (André Wilms), ex scrittore e bohémien sulla sessantina, rifugiato da Parigi a Le Havre, dove conduce un’esistenza povera, ma tutt’altro che misera, fra il lavoro di lustrascarpe, svolto con solenne fierezza, le bevute al bar e il caldo ritorno a casa dall’amata moglie Arletty (Outinen), La vita di Marcel viene rivoluzionata da due eventi inattesi, la malattia della moglie e l’incontro con un ragazzino del Gabon, Idrissa, scappato da un container al porto. Senza più poter contare sulla protezione materna della moglie, per l’anziano bambino è venuto il momento di crescere in fretta, lucidare le scarpe, vestirsi da adulto e partire come uno sgangherato e sublime eroe di periferia alla guerra contro l’ingiustizia. Qui si assiste a una metamorfosi al cui confronto Spiderman fa pena. Il debole e attempato bohémien riuscirà non soltanto a mandare avanti la casa, ma a proteggere il ragazzino (…). L’impresa si compie con la progressiva complicità di un commissario di polizia all’apparenza cinico e misantropo, troppo intelligente per ridursi al miserabile ruolo di segugio di immigrati. Nell’affrontare un tema così centrale della società e della politica di oggi come l’immigrazione, Kaurismaki non si pone per un istante la questione di ciò che è politicamente corretto o scorretto. Da uomo e da poeta giudica semplicemente ignobile qualsiasi legge o sistema che impedisca a un figlio di raggiungere la propria madre. Sullo sfondo fa da protagonista l’incredibile set naturale di Le Havre, la vita agra del porto, le architetture anni Cinquanta, i suoni e le luci di una capitale del rock e del blues, la Memphis francese. Come in ogni film di Kaurjsmaki, la qualità è eccezionale da tutti i punti di vista: regia, fotografia, scenografia, montaggio, musica e naturalmente recitazione. I protagonisti sono interpretati da due noti e geniali compagni di viaggio di Kaurismaki, André Wilms e Kati Outinen. Nella famiglia del regista entra stavolta un attore di culto francese, Jean-Pierre Darroussin e si segnala per il cammeo del vicino razzista Jean-Pierre Léaud, proprio lui, il bambino in fuga de “I quattrocento colpi” di mezzo secolo fa. Si esce dalla sala con l’animo lieto e di questi tempi ecco il vero miracolo.
(Curzio Maltese - La Repubblica)
Figurine D’Epinal, sono stati definiti da un critico in vena di equivoci sulla questione della morale al cinema, i personaggi del film di Kaurismaki. Ne vorremmo vedere tante, di figurine così. Peccato che solo il regista finlandese possieda il segreto che gli consente di trasformare quella che, in mani altrui, sarebbe una favoletta lastricata di buone intenzioni in una lezione di cinema su temi di grande attualità. Le atmosfere sono quelle di “Vita da Bohème” (l’altro film francese di Aki), ma cambia il contesto. Il protagonista viene da lì, però questa volta Marcel Marx (un grandissimo André Wilms) fa il lustrascarpe nella città-porto di “Quai des brumes” (“Alba tragica” di Marcel Carné). Quando la polizia scopre un gruppo di immigrati in un container, scatta una gara di solidarietà fra gli abitanti del quartiere per nascondere il giovane clandestino che vorrebbe raggiungere il fratello a Londra. Piccoli bottegai dal cuore d’oro e derelitti emarginati contro borghesi spioni e tutori della legge (ma c’è anche un commissario pronto a chiudere un occhio per amore di un’ex). Kaurismaki stempera il realismo poetico d’antan con il fatalismo tipico della sua visione del mondo. Che questa volta, però, non prevale. La rivincita dei diseredati, che evoca l’ottimismo di Zavattini, è un’opzione filmica tra le possibili, un appello alla resistenza contro l’ottusità del mondo, affidata alla parte sana di una società irrimediabilmente malata. Come la moglie del lustrascarpe (Arletty), che un ‘miracolo’ strappa a un destino apparentemente segnato, senza che la trovata risulti zuccherosa o fuori luogo. Merito della fiducia assoluta nel cinema che consente a Kaurismaki di osare l’inosabile, sfidando la realtà sul terreno della mozione degli affetti. II vero miracolo, in fondo, è quello di un film dove non c’è una sola inquadratura di troppo, una battuta superflua, un dettaglio fuori posto. Immenso Kaurismaki, che ha avuto l’ardire di fare un film massimalista travestito da racconto minimalista.
(Alberto Barbera - Rivista del Cinematografo)