Il film, con personaggi e interpreti esclusivamente maschili, fu inizialmente bandito da Douglas MacArthur per la sua rappresentazione di valori feudali, venendo distribuito solo nel 1952 dopo la firma del trattato di San Francisco. stato pubblicato in edicola con il titolo Gli uomini che camminavano sulla coda della tigre.
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Nel 1185, Minamoto no Yoshitsune ricercato dal fratello maggiore, lo shōgun Yoritomo, che crede erroneamente da Kajiwara sia colpevole di sedizione. Yoshitsune si dirige con sei fedelissimi servitori, guidati da Musashibō Benkei, nel paese del suo unico amico, Fujiwara no Hidehira. Arrivati presso la foresta di Kaga attraverso le montagne, il buffo contadino/facchino della compagnia scopre la loro vera identit e poco dopo li avverte che le guardie della vicina barriera di Ataka sono in allerta e sanno del travestimento. Yoshitsune quindi si traveste da facchino, ma al posto di blocco Benkei e gli altri corrono il rischio di venire arrestati. Alla fine Benkei, picchiando Yoshitsune con il bastone, riesce a convincere Togashi e le altre guardie che la compagnia composta di monaci in viaggio per raccogliere donazioni imperiali per riparare il tempio Tōdai-ji a Nara. Ammirato da questo, Togashi finge di credere alle loro credenziali e li lascia passare. Superata la barriera militare, Benkei supplica Yoshitsune di perdonarlo. La compagnia viene raggiunta dai vassalli di Togashi che portano loro del sak, con cui si ubriacano.
Nell'edizione italiana, distribuita direttamente in DVD, i titoli di testa furono completamente sostituiti da quelli italiani e la musica che li accompagnava venne eliminata. Il doppiaggio, ad opera della Doppiaggio Internazionale e diretto da Raffaele Uzzi su dialoghi di Maria Teresa Del Torso, fu eseguito senza la colonna sonora internazionale e quindi la musica presente mentre i personaggi parlano venne sostituita.
Non erroneamente, il jidaigeki (da tradurre come "dramma storico") e il chanbara sono stati a lungo considerati i generi pi rappresentativi della cinematografia nipponica. Non a caso, per molto tempo circa la met delle produzioni erano in costume. Nel corso dei decenni, tra molti alti e qualche rilevante punto basso - tra questi ultimi, le censure nel dopoguerra e una stanchezza delle produzioni di genere storico, conseguenza della crisi dell'industria cinematografica del Sol Levante in generale, tra la fine degli Anni Settanta e i Novanta - numerose sono state le rimeditazioni e le contaminazioni con altre tendenze e idee filmiche: dai toni epici a quelli pi intimisti, dallo sperimentalismo minimalista alle opere pi politiche, passando per l'incontro dialogico con le acrobazie del wuxiapian sino-hongkonghese, la wilderness del western o l'interiorit drammatica europea.
In occasione del successo dello show su Disney Plus (ecco la nostra recensione di Shogun), si propongono di seguito alcune opere sui samurai sconosciute ma non per questo poco rilevanti, elencate in ordine cronologico, dagli Anni Quaranta fino ad arrivare alle al contemporaneo. Inevitabilmente, non sono titoli considerabili in assoluto tra i migliori film sui samurai - gi, recentemente, oggetto dei 5 film di samurai da vedere se vi piace Rise of the Ronin - ma cinque meno noti al grande pubblico, di cui uno una vera e propria scelta jolly con la quale osare e stimolare la riflessione sullo statuto di questo sottogenere. Tutti, a va sans dire, provenienti dal Giappone.
Non facile non pensare ad Akira Kurosawa quando si parla di film sui samurai. Tale nome associato ad alcuni dei pi importanti titoli del genere e pi in generale della storia del cinema del Novecento. I suoi primi lavori, sovente non troppo considerati, mostrano gi dai primi anni di attivit - dopo esser stato assistente alla regia in circa una ventina produzioni - un'espressivit e una poetica gi fuori scala. Tra essi, Gli uomini che mettono il piede sulla coda della tigre (noto anche come Gli uomini che camminavano sulla coda della tigre), del 1945, uno tra i meno popolari, anche per via delle sue travagliate vicende: girato con mezzi di fortuna, il film trov l'ostacolo sia della censura militare locale che delle forze d'occupazione americane.
Fino al trattato di San Francisco (1951, anno in cui il cinema giapponese usc finalmente dai propri territori per affacciarsi al mondo) l'opera rest sostanzialmente ignota e una volta arrivata in sala, l'anno successivo, non riusc ad imporsi soprattutto perch, prodotta anni prima, sembro "vecchia" davanti ad opere dello stesso regista, in quel momento al cinema (L'idiota, tratto da Dostoevskij, e, di l a poco, Vivere).
Adattamento di un dramma kabuki (a sua volta desunto da un'opera noh del tardo Quattrocento), il film si discosta dal testo d'origine non solo per alcuni elementi pi comici, visti fuori luogo per un testo di natura storica, ma soprattutto per lo spirito quasi ribelle del suo autore. Kurosawa sembra divertirsi nel prendere in giro e farsi beffe del potere, di una sorta di sacralit quasi intoccabile, nel mostrare le criticit di una nazione, soprattutto del suo passato culturale e delle sue tradizioni. Un progetto a suo modo rivoluzionario (pochi avevano pensato di mettere cos in cattiva luce certi dogmi), anticipatore di temi e caratteri che ricorreranno nella sua filmografia - con uno sguardo rivolto, ancora, alle avanguardie artistiche, come l'espressionismo, evidente soprattutto nell'uso dell'illuminazione e delle scenografie.
Quello del samurai cieco non un nome nuovo per i pi avvezzi al cinema orientale contemporaneo: Zatoichi, importante icona culturale per l'epoca, stato al centro dell'omonimo lungometraggio diretto e interpretato da Takeshi Kitano, pi un ulteriore capitolo, il ventisettesimo, della saga che un remake moderno - sono ventotto i film incentrati sul ronin (samurai senza padrone) vagabondo, tutti pi o meno indipendenti anche se legati da una flebile ma comunque presente orizzontalit. Il primo di essi, La storia di Zatoichi, diretto nel 1962 da Kenji Misumi, lavora in maniera eccezionale sulla costruzione della psicologia inquieta del protagonista, una sorta di punto di riferimento per il pubblico di quegli anni.
In un momento storico di ricostruzioni, disillusioni e crisi identitarie per l'intero Giappone (al centro delle opere di molti altri autori nipponici, come ad esempio, tra i tanti, Nagisa Oshima), Zatoichi - un grandissimo Shintaro Katsu - non nasconde le ambiguit e rende ancora pi labile il confine tra idealismo romantico e rozza decadenza, tra libert dell'indipendenza e una devastante solitudine. Contraddizioni di chi, in fondo, un samurai vero e proprio non e vive per s stesso, gioca d'azzardo ma pronto a difendere il pi debole, non per onore ma quasi per una sorta di rispetto per gli chi, come lui, relegato tra gli "ultimi".
Il mondo descritto nel primo (il migliore) capitolo della serie sporco e corrotto, costringe alla violenza e non risparmia nessuno: scenario perfetto sia per lo spettacolo pi action - specie nelle battute finali, dove la regia d il meglio di s - che per il focus pi introspettivo, aiutato da un eccellente montaggio che non perde mai di vista la tensione che deriva dai particolari, dai gesti. Pur andando incontro agli inevitabili clich di questo tipo di narrazioni, La storia di Zatoichi trova la sua dimensione ideale soprattutto nella diretta e concisa semplicit che proprio il modello seriale predilige.
Come accennato, il cinema di samurai ha, nel corso del tempo, incrociato le strade di generi differenti. L'incrocio con il western, ad esempio, ha offerto nuove possibilit espressive, in particolar modo all'inizio degli Anni Settanta. L dove volano i corvi (noto soprattutto con il titolo originale, Goyokin) un esempio perfetto di questa contaminazione, anche per via dell'utilizzo che fa del formato Panavision. Il film del 1969, diretto dal mai abbastanza elogiato Hideo Gosha, pur nella sua linearit, prende il meglio dalle culture cinematografiche del tempo e lo sfrutta per mettere in scena una malinconica ballata sull'onore del guerriero (il cosiddetto bushido) e su cosa vuol dire essere un samurai, portare una spada e fare i conti con il passato, mai del tutto lasciato alle spalle.
In anni in cui il discorso politico era molto meno rischioso da mettere in scena, Gosha mette parzialmente da parte l'elogio della violenza del suo cinema per dedicarsi al dramma interiore, alla ricerca di riconciliazione e pace, ostacolata da un sistema marcio che, interessato quasi esclusivamente alle finanze, sta perdendo ogni briciolo di umanit. Un tormento che intreccia le storie e coinvolge pi attori sociali, tutti tenuti in piedi da equilibri precari pronti ad essere lacerati fatalmente.
Da ci non emerge per una netta dicotomia tra bene e male (anche se ad uscirne con le ossa rotte la reputazione dello shogunato, reo di restare indifferente e guardare a distanza), l'indagine si snoda lentamente attraverso le zone grigie della moralit, perch per sopravvivere in un contesto ostile come questo forse serve adattarsi e piegarsi. Ma il senso generale di disperazione non intacca le scene d'azione, alcune delle quali sono alternate con degli studiatissimi ed evocativi momenti di stasi strategica, ripresi con una rigorosa cura scenica che esalta soprattutto gli spazi e la posizione dei corpi all'interno di essi.
Ad un primo impatto si pu dire di tutto, tranne che questo sia un film di samurai. Ma tra la commedia, la frenesia del coming of age e gli yakuza (c' davvero di tutto!) Why don't you play in hell? pu dirsi, anche se con un po' di sforzo, un film di samurai, certo non convenzionale ma molto contemporaneo. Il cinema del suo autore, quel Sion Sono che in Italia ha avuto pochissima distribuzione, tutt'altro che classificabile (e questo aiuta a catalogare le sue opere, associabili ad uno come ad un'altro genere), mai domo e dalla personalit sui generis. Tratti tutti presenti nel film del 2013, nel quale raggiunge alcune delle vette del suo cinema (il cui punto pi alto , probabilmente, sempre Love Exposure) e riflette sulla stessa pratica del fare film. Fare film di samurai, tra l'altro.
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