Newsletter BoccheScucite n. 133

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Sep 16, 2011, 2:29:07 AM9/16/11
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ULTIM'ORA. 16 settembre 2011, ore 9. PIAZZE ARABE.   Ormai alla vigilia della temutissima proclamazione simbolica ma potente dello stato di Palestina (anche senza il pieno riconoscimento del Consiglio di sicurezza, diventerebbe 'Stato osservatore' e potrebbe portare gli infiniti crimini di guerra israeliani all'Aja) la tensione diplomatica è fortissima: Gli Usa frenano (“è inopportuna”), Obama è stato punito delle lobby ebraiche con la sconfitta democratica a New York per essersi permesso di nominare ancora gli innominabili “confini del 67”. Israele trema perchè sperava come sempre di mettere il coperchio sulla pentola di milioni di palestinesi che subiscono l'apartheid, l'occupazione militare e la colonizzazione più lunga della storia dell'umanità e da sessant'anni aspirano ad essere riconosciuti, nella loro esistenza, nei loro diritti, nella loro storia e nel loro diritto al futuro. Già 126 stati sono pronti a sostenere lo storico riconoscimento al palazzo di vetro. E dopo l'Egitto di Erdogan (“la bandiera palestinese sventoli alle nazioni unite”) anche l'altro stato arabo che ha rapporti con Israele, la Giordania, intensifica in queste ore la protesta contro l'arroganza di Israele. Anche queste sono “piazze arabe”.     BoccheScucite

in allegato BoccheScucite n.133 – 15 settembre 2011 www.bocchescucite.org

Obama: le parole e i fatti.

I palestinesi devono sopportare le grandi e piccole umiliazioni quotidiane causate dall’occupazione. Sia dunque chiaro che la situazione della popolazione palestinese è intollerabile. L’America non ignorerà le legittime aspirazioni dei palestinesi di dignità, opportunità future e di un proprio Stato. Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero”  (dal discorso di Obama al Cairo, 4 giugno 2009).

...E i fatti? Nel caso venisse avanzata una proposta in Consiglio di Sicurezza dell'Onu per un riconoscimento di uno Stato palestinese, si prevede che gli Usa ricorreranno al vero.    (Gigi Fioravanti)

 
“Vi dirò quando mi sono davvero angosciato. Stavamo intervenendo a Gaza, ci trovavamo in una trincea e alcuni bambini si sono avvicinati e hanno iniziato a lanciarci delle pietre. Le istruzioni precisavano che quando un palestinese si fosse trovato in un perimetro entro cui poteva raggiungerei con una pietra, ci avrebbe potuto colpire anche con una granata. Allora gli ho sparato. Doveva avere tra i 12 e i 15 anni. Non penso di averlo ucciso. Cerco di convincermene per avere l'anima in pace, per dormire meglio la notte. Mi sono angosciato quando, preso dal panico, sono andato a raccontare ai miei amici e alla mia famiglia che avevo mirato a qualcuno e che gli avevo sparato alle gambe o alle spalle. Erano tutti contenti: sono diventato un eroe, e hanno raccontato tutto in sinagoga. Io però ero in stato di shock”.
«Che cosa volete che i genitori di questo soldato dicano al loro figlio? dice Avihai, un ex soldato che ha raccolto alcune delle testimonianze contenute nel libro Occupation of the Territories. «Non preoccuparti, figliolo. Hai ucciso un ragazzino, e allora?” I genitori preferiscono non interessarsi al suo tormento. Meron Rapoport, Le Monde Diplomatique settembre 2011, in edicola in questi giorni con Il Manifesto
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