Roberto Laffranchini: «Si muova anche il mondo della scuola»

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Redazione Centro Culturale di Lugano

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Oct 15, 2008, 2:20:07 PM10/15/08
to appelloeducazione
Dal Giornale del Popolo del 14 ottobre 2008

Alcune persone prima dell’incontro di giovedì sera al Liceo 2 sulle
ragioni dell’Appello, guardando la sala che si stava sempre più
riempiendo, mi hanno chiesto con evidente stupore: «Ma da dove nasce
tutto questo?» riferendosi a quella serata ma anche al sorprendente
successo dell’Appello per l’educazione.
Io ho provato a rispondere che, con alcuni amici docenti e genitori,
di fronte alla sfida educativa sempre più urgente, abbiamo cercato di
riproporre a tutti un compito, quello di educare, che non può essere
subordinato a nessuna condizione, con il desiderio di riscoprire e
vivere anzitutto la nostra umanità. Ma ciò che ha più colpito me e
probabilmente anche le persone che mi ponevano quella domanda è stato
quanto è avvenuto dopo aver lanciato l’Appello: decine, poi centinaia
di persone di ogni provenienza sociale che con grande determinazione e
semplicità hanno sottoscritto l’Appello, tanto da indurre i
responsabili del Centro Culturale di Lugano, di cui faccio parte, a
chiedere ad alcuni firmatari di portare la loro testimonianza in un
incontro pubblico, come è avvenuto giovedì sera. Abbiamo dovuto, per
così dire, arrenderci ai fatti, non previsti e non prevedibili in
questa misura.

A questo punto sono io che mi pongo una domanda: perché questo
successo? L’esigenza di rispondere all’emergenza educativa è
indubbiamente grande e gli episodi di violenza o anche soltanto di
disagio profondo, di estraneità pesante, di incomprensione sono un
dato che non possiamo sopportare a lungo passivamente. Ma forse c’è
anche un motivo più profondo, non solo legato alle pur sacrosante e
sempre più in crisi convenienze della vita civile, come il rispetto
per le persone e le cose, la sicurezza, il corretto comportamento. C’è
dell’altro, ed è che senza educazione perdiamo noi stessi. La domanda
di educazione è la domanda con cui è possibile ogni giorno
incominciare di nuovo, con una grande speranza che ci viene dal
percepire la nostra vita e quella degli altri (a cominciare da chi ci
è più caro) come un bene che ci dice che le cose hanno un senso e ci
chiede di testimoniarlo. È il grande compito che una generazione si
assume verso la generazione successiva, affinché essa stessa,
attraverso la testimonianza, possa riscoprire ciò per cui vale la pena
esserci, lavorare e anche soffrire.

Come continuare? Alla luce di quanto sta accadendo con l’Appello, il
legittimo interrogativo che nell’entusiasmo suscitato da questa
iniziativa qualcuno si pone anche con un po’ di apprensione, perde
quella forza dissuasiva e paralizzante che spesso blocca anche gli
impeti più veri. La risposta c’è già perché abbiamo visto muoversi
qualcosa. Abbiamo visto che l’esigenza di chi ha aderito è la stessa
mia esigenza. Essa chiede soltanto di vedere e di conoscere il
positivo su cui “appoggiamo” le nostre giornate (pur nella fatica e
nelle difficoltà), chiede di dare testimonianza ai fatti che ci sono
nella vita di ognuno e che vanno in una direzione opposta a quella del
non senso, della noia, del “tanto è tutto inutile”, dell’assurdo.

Abbiamo tutti una responsabilità. E firmare l’Appello o continuare a
comunicarci domande o esperienze significative, come ci permette di
fare il blog aperto dal Centro Culturale di Lugano
(appelloeducazione.blogspot.com), è già un modo per mettere in gioco
questa responsabilità. A questo proposito rilancio un invito che ho
raccolto dal mio ispettore scolastico, convinto sostenitore e
firmatario dell’Appello, in visita nella scuola che dirigo venerdì
mattina. Dopo avermi interrogato a lungo con grande interesse sulla
serata, a cui non aveva potuto partecipare, mi dice che l’educazione è
certamente compito di tutti, ma noi insegnanti e dirigenti scolastici
dobbiamo fare la nostra parte mettendoci in prima fila perché i
giovani ci guardano (ce l’ha detto anche il prof. Chiosso giovedì
sera).

A mia volta invito perciò tutti gli insegnanti e i direttori a rompere
gli indugi, a esporsi perché questo è quanto i giovani e la società si
aspettano da noi. E in questo momento l’Appello è una straordinaria
occasione per dire che ci siamo e che abbiamo qualcosa da testimoniare
anche per coloro che finora non hanno potuto o voluto ascoltare.
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