L'intervento di Gian Piero Bianchi la sera del 9 ottobre

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Redazione Centro Culturale di Lugano

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Oct 13, 2008, 4:06:11 PM10/13/08
to appelloeducazione
Ho firmato perché sento la necessità di condividere con altre persone
di diversi ambiti professionali, culturali, sociali il bisogno di una
società nuova:

- più giusta,

- più generosa e fraterna,

- più degna di una libertà conquistata nella quotidianità, una libertà
non solamente dell’individuo, ma di un paese fatto di persone che
sappiano coniugare questo valore alla solidarietà.

L’ho fatto anche spinto dagli ideali che mi accompagnano nella vita,
ma anche perché altri ideali diversi dai miei possano continuare ad
essere espressi in un modo che sia meglio adeguato alle nuove
esigenze. Essi devono poter esistere, convivere, combinarsi,
rinnovarsi. Non esiste un ideale che costituisca la panacea di tutti i
mali del mondo.

L’accettazione di ogni idea prodotta da un’intelligenza onesta deve
avere pari dignità delle altre.

Quello che posso dire in questo breve, momento è molto incompleto,
slegato perché il tema è molto vasto e va ripreso approfondito.

Percepiamo quotidianamente segnali abbastanza preoccupanti che ci
vengono dalla società.

Non voglio tuttavia produrre un elenco di fatti negativi.

Ognuno qui in sala potrebbe aprire il suo “Cahier delle doléances” e
portarci a condividere un lungo elenco sintomi di decadenza,
caratterizzato da episodi dei quali siamo quotidianamente spettatori o
protagonisti.

Mi limito ad un caso capitatomi di recente. Nel corso di un colloquio
una madre mi dice:

- Voglio insegnare a mio figlio la furbizia, perché in questa società
solo i furbi sono vincenti ! -

È un’affermazione che mi ha fatto riflettere. Siamo giunti a questo
punto?

Si confonde un aspetto del carattere con un valore.

La furbizia è una delle qualità dell’uomo se usata nel modo giusto.

In pratica deve essere usata per conseguire un fine che soggiace ad un
valore, ad un’etica in caso contrario, questa dote, che è anche
dell’animale, potrebbe far del male, ferire. Proprio come in piena
Giungla.

Uno dei segnali più forti che mi giunge è il linguaggio che si fa
sempre più povero e rozzo.

Non voglio qui analizzarne le cause, ma penso che qualcosa bisogna
fare.

La parola è ciò che ci permette di essere uomini. È il frutto di un
lungo percorso che la civiltà ha tracciato nei secoli.

Essa ci permette di parlare di tutti gli altri linguaggi, di esprimere
i nostri sentimenti, le nostre ansie, di raccontarci attraverso le
nostre storie, di sentirci nel nostro essere, di difendere e di
difenderci, di chiedere e di chiederci, di elaborare pensieri
complessi.

La lingua serve a produrre cultura.

La scuola e anche l'intera società devono tornare a concentrarsi su
questa colonna portante dello sviluppo civile.

La scuola non può salire in cattedra, deve scendere in campo e
svolgere con umiltà e fermezza, in un mare di difficoltà il compito
che le è istituzionalmente e storicamente affidato.

Oggi alla scuola si chiede troppo.

A lei si chiede spesso di assumere compiti che non sono suoi, che
esulano dall’istruzione/educazione cui è chiamata,

di sostituirsi a genitori che faticano a svolgere il loro compito,

di erogare servizi per soddisfare bisogni che ci sono, ma ai quali lei
non deve rispondere (la mensa, il doposcuola, la funzione d'asilo nido
servizi propri d'altre strutture).

Spesso il docente è distratto dal suo compito essenziale: insegnare
(cioè: lasciare un segno).

Su cosa significhi insegnare si può discutere a lungo.

La scuola deve interagire con la società e la famiglia. Per questo
deve definire meglio il suo compito e comunicare.

Come la famiglia ha bisogno di tornare ai suoi compiti essenziali
(penso alla scuola dell’obbligo) e definire chiaramente la sua
missione.

L’articolo 2 della legge della scuola accanto ai valori di giustizia e
di libertà, di sviluppo dell’individuo, del rispetto per l’ambiente,
pone diversi solidi principi che definiscono il compito della scuola.

Questo articolo potrebbe essere posto alla base di un dibattito che
dovrebbe portare il più ampio numero di persone possibili a definire
tracce che aiutino a tradurre nella concretezza questi principi che
dovrebbero portare l’allievo ad essere (direi meglio ad esserci), a
saper fare e a fare.

Ciò va fatto in base ad una condivisione a livello sociale. La scuola
ha bisogno di comunicare maggiormente con il territorio in cui si
situa, per questo ho firmato, per far unione, forza.

Ho bisogno di condividere un progetto educativo forte con la società;
un concetto d'educazione in un quadro che preveda un progetto di
società.

Lo stesso articolo 2, che ho citato, pone la famiglia accanto
all’istituzione scolastica come partner essenziale per il suo lavoro
educativo.

Penso che far scuola oggi sia difficile, penso che anche fare il
genitore non sia facile.

La famiglia va sostenuta. Non può più essere lasciata sola in un mare
in burrasca in cui e difficile trovare orientamenti.

L’istituto scolastico deve diventare un centro in cui anche i genitori
si educano e i docenti, assieme a loro, si educano ed educano.

Sono riuscito a far capire alla madre, della quale ho parlato poco fa,
che la furbizia a cui lei accennava non era un valore di riferimento.

Il colloquio è stato in seguito interessante e fondato sul senso della
vita alla quale suo figlio si sta aprendo.

È meglio un avvocato furbo o un manovale onesto? Ci siamo chiesti
assieme, poi ne abbiamo parlato serenamente. L’ho vista partire più
rilassata.

C’è spazio per questo lavoro. Parliamone.

È molto bello che questa sera ci si ritrovi riuniti in una sala senza
etichette particolari, sopra le barriere con la sola idea di voler
contribuire ad educare meglio per preparare un domani migliore.
Dobbiamo ripensarci perché penso che ogni cambiamento deve partire
dalla ri – scoperta di convinzioni vive che nascono nell’anima
profonda che ognuno di noi possiede.
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