L'intervento di Adriano Barchi la sera del 9 ottobre

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Redazione Centro Culturale di Lugano

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Oct 17, 2008, 2:03:29 AM10/17/08
to appelloeducazione
Buonasera a tutti.
"Manuela, leggi qua! Avrei voluto scriverlo io! " Questa è la
reazione che ho avuto la prima volta che ho letto l'Appello sul
giornale. Manuela è mia moglie, la mia migliore amica, quella con cui
confronto tutte le mie idee. Ho sottoscritto questo appello perché ci
credo veramente. Insegno, ho il privilegio di insegnare, ho il
privilegio di condividere le idee, e di sentire le idee dei ragazzi e
delle ragazze ai quali insegno alla Scuola Professionale, la Scuola
Arti e Mestieri, e ho queste due materie che sembrano quasi in
antitesi: informatica e sistemi da un lato, e etica professionale
dall'altro.
L'etica professionale l'abbiamo proprio inserita perché vediamo che
non possiamo insegnare niente di tecnico e di scientifico se non
appoggiamo queste conoscenze sulla qualità dell'uomo, sull'essere
umano, su una base solida che sia una base umanistica. Perché sono
convinto che la scuola prima di istruire deve educare. Siamo in una
società del'istruzione, e sempre meno dell'educazione.
E l'educazione è per essere uomini, cioè, per sapere cosa vuol dire
essere uomini, cosa vuol dire porsi davanti all'altro, cosa vuol dire
confrontarsi con l'altro nel rispetto però delle proprie idee, e delle
proprie culture. Come ho scritto nell'intervento sul blog, io mi
commuovo quando leggo le relazioni dei ragazzi ai quali insegno etica
professionale. E mi dico: come sono privilegiato di conoscere
sentimenti e di conoscere idee che neanche i loro genitori
conoscono.
E non posso far a meno, quando leggo queste relazioni, di far passare
davanti ai miei occhi il viso di ognuno di loro e di pensarli nei loro
conflitti adolescenziali, magari nelle loro famiglie, e pensare che
molte volte sono soli, sono veramente soli, perché la nostra società
gli da l'Ipod, gli da l'MP3, gli insegna come usare tutti i mezzi
informatici, ma non gli insegna a riconoscere le loro emozioni, a dare
un nome alle proprie emozioni, a lavorarci sopra. E poi, a poterle
condividere con gli altri.
Guardavo prima l'immagine bellissima di quella classe con il ragazzino
furbetto che guarda indietro, e mi dicevo: come sono belli questi
nostri figli, come sono belli i nostri ragazzi! E che grande valore
hanno, e che peccato lasciarli andare così, senza nessuno che li
accompagni! Senza nessuno che li prenda per mano e gli insegni quali
sono i valori fondamentali della vita, per la quale vale veramente la
pena di vivere. Io amo i ragazzi ai quali insegno, perché sono grandi,
sono il nostro futuro, e per questo vale la pena investirci e di
lavorare per loro.
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