Questo termine in lingua meneghina o in ambrosiano come dir si voglia (sarei curioso di capirne la differenza) determina quella sensazione opprimente che ci prende alla gola impedendoci qualsiasi reazione verbale.
Le cause più frequenti quando ad esempio si veniva rimproverati, a nostro dire, ingiustamente; ma certamente la causa primaria del magone era dovuta dalla privazione di qualcosa, di qualcuno, si insomma di un affetto, soprattutto in giovane età; e noi Martinitt nostro malgrado ne sappiamo qualcosa.
Poi il magone passa col tempo, con l’assuefarsi nel luogo nel quale vivi, quindi anche grazie ai compagni che frequenti e a quanto la loro presenza riesce a distrarre la tua mente dalla causa scatenante del tuo magone.
Ma il percorso varia da individuo ad individuo ed il mio ostinato rifiuto nell’accettare la nuova realtà, una volta varcata la soglia del 56 di Via Pitteri, allungava enormemente questo periodo di decantazione del magone.
E vedevo gli altri troppo spensierati e determinati in tutto ciò che era la vita di tutti i giorni, certamente inquadrati loro malgrado ma già calati nel ruolo che la vita del collegio riservava ad ognuno di noi martinitt, soprattutto lo si notava al mattino nell’espletamento dei vari incarichi.
Si insomma, come se gli altri si trovassero li per caso o per altre ragioni e che quindi non dovevano affrontare quella spiacevole sensazione che si risvegliava in me ogni mattino e che mi accompagnava per buona parte della giornata fino a quando, dopo la razione serale di piegamenti, si assopiva con me.
Ricordo interminabili pomeriggi invernali uggiosi, io col mio magone .... io da solo ...con un centinaio di compagni che guardavo giocare al chiuso, spensierati, capaci di divertirsi col loro poco: con la saliva si tracciava sul pavimento un percorso che poi veniva cosparso di segatura, immancabile compagna dei pomeriggi piovosi.
Soffiando poi via la segatura eccedente, rimaneva stampato sulle piastrelle quel magnifico percorso sul quale cimentarsi con la nostra agretta (agretta = tappo a corona) sin tanto che il collante (la saliva) non svaniva; e svanendo quel magnifico porcorso terminava il nostro gioco.
Ma io ero lì appoggiato alla colonna centrale, guardavo ed invidiavo i miei compagni in quell’attimo di spensieratezza, odiavo gli istitutori che mi impedivano di uscire per tornare a casa mia ma odiavo ed invidiavo soprattutto gli altri che non avevano il magone.
Poi scoprii mio malgrado che il mio magone era evidente ed era talmente trasparente da divenire oggetto di derisione da parte di alcuni della mia compagnia.
I soliti duri insomma, che sistematicamente mi riservavano la dose giornaliera di derisione, pesante, quasi crudele, come a volte i bambini inconsciamente sanno perpretare.
Terminato il martellamento dei miei cari compagni rimasi solo con il mio magone per molti giorni ancora sin tanto che l’embrione che nella mia mente giorno per giorno stava prendendo corpo, lasciava sempre meno spazio al magone.
Come poter anticipare la mia uscita dal collegio senza dover attendere per anni ?
Ma questa è un’altra storia della storia di noi Martinitt.
Lorenzo
p.s.
allego la foto che mi ritrae nel 56 appoggiato al pilastro, col mio "magun"