L'acqua bolle. Ho trovato i Tortiglioni Barilla e l'acqua bolle. Potrei dirvi che la pentola è la stessa, piccola, blu e col manico, che abbiamo a Parigi. Ma poi sembrerebbe che lo faccio apposta a vedere qui oggetti che vorrei in questo momento vedere altrove.
I Tortiglioni Barilla. I miei preferiti con il ragù, questo sugo che ormai ovunque tranne che a Bologna si chiama "bolognese" – forse gli Indiani hanno bisogno di chiamare "indiano" il tè che bevono? – Ragù non ne ho trovato. E non è il momento di un sugo bolognese casalingo. Così ripiego su dei pomodori pelati. Sulla scatola leggo senza tradurre. Anche i pelati sono importati dall'Italia. Per questo sabato sera solitario mi merito questo gusto a cui sono così abituato.
Ormai nelle boutique del centro si trova di tutto. Effetto della globalizzazione delle cose e dei gusti. E per fortuna in questo caso non si tratta di Nescafé. Nelle boutique meno fornite si trova comunque della pasta made in Italy, ma è fatta apposta per l'esportazione verso le boutique meno fornite, per mano di una globalizzazione di serie B. È collosa: impossibile farla al dente. Al limite, si può ripiegare sulla produzione locale di pasta. Sulla confezione due cammelli e un'oasi stilizzati. In basso, una scritta in arabo e una in francese in senso inverso recitano "la pasta dal vero gusto italiano".
Finito il piatto ho ancora voglia di qualcosa. Mangio degli ottimi datteri. Qua se ne producono a tonnellate eppure nei negozi trovo solamente datteri tunisini. Ma avrei voglia di altro ancora. Avrei voglia di tre bicchieri di tè mauritano, anch'esso entrato nelle mie abitudini durante i ripetuti rituali giornalieri che sospendono il tempo. Il rituale dei tre tè è diventato la pratica che più unisce ogni mauritano di ogni colore, lingua o vestito. Il rituale dei tre tè misura la giornata, ritma le conversazioni, accompagna gli incontri. Eppure questo tè è arrivato soltanto un secolo fa dalla Cina e dalla Cina continua ad arrivare. Eppure è una radicata tradizione locale. Mi metto allora a riflettere sulle cose che mangio, a ciò che è riconosciuto come ormai tipico e tradizionale dell'Italia. La pasta è prodotta dal grano coltivato per la prima volta in Mesopotamia, là dove ora si dice ci sia l'Iraq. Il pomodoro è arrivato solo qualche secolo fa dal Nuovo mondo. Cambiamo i procedimenti di trasformazione dei cibi e otteniamo una pizza, ispirandoci al pane prodotto sull'altra sponda del Mediterraneo – sotto gli occhi ho dunque un lontano cugino della pizza, un pane schiacciato importato da quei Libanesi che si sono fermati in Africa occidentale nel loro viaggio sognato verso Ovest, verso l'America. La pizza la preferisco con mozzarella di bufala, quest'animale importato dall'Africa. A fine pasto un buon caffé tipico, originario dell'Etiopia, magari con un po' di zucchero cubano.
Mi immagino un romanzo sulla lotta tra gli uomini e le cose. E le cose sembrano uscirne vincitrici. In questo romanzo le cose arrivano dappertutto, mentre gli uomini fanno fatica a muoversi, come se fossero dei piccoli perni immobili attorno ai quali sono le cose a girare come liberi elettroni. Le cose possono essere dappertutto – a loro è donata l'ubiquità – perché possono essere copie infinite di loro stesse, mentre ogni uomo è unico ed è costretto a trovarsi – semplicemente – là dove effettivamente si trova. E soprattutto in questo romanzo sono le cose a viaggiare, perché le cose diventano merci e le merci non hanno bisogno di permessi, non hanno bisogno di passaporti. L'uomo invece si dota di frontiere. Per spostarsi deve chiedere il permesso ad altri uomini in uniforme. E il passaporto ci sembra un bene necessario e naturale, da tenere il più vicino possibile alle mutande. Eppure fino ad ottanta anni fa non esisteva. Si era stranieri se si era sconosciuti.
È vero, oggi si viaggia come mai nella storia. Se sono qui è perché ho preso un aereo. A piedi non mi sarei mai sognato di arrivarci. Ma a volte lo spostarsi, in questo romanzo, implica sedere su aerei tutti uguali, per atterrare su aeroporti tutti uguali, per dormire in alberghi tutti uguali. Come se ci fosse una pazza legge della fisica sociale che vuole che più l'uomo si muove e meno cose vede, e meno persone incontra. Il romanzo finisce con l'atroce vittoria delle cose sugli uomini. Non restano più pagine per un finale a sorpresa, né parole per dare una morale alla storia, per spiegare al lettore disorientato come queste cose inanimate, prive di voglie, gambe e progetti, possano arrivare dappertutto e vincere l'uomo.
Ma se potessi scrivere il sequel di questo romanzo, direi – non dico "da poeta fallito" perché sarebbe un fallito tentativo poetico – che gli uomini hanno un'arma segreta. Gli uomini possono muovere le cose e fra queste possono a volte scegliere. L'esistenza delle cose non avrebbe alcun senso se non vi fossero gli uomini a dargliene. Gli uomini sanno comunicare, conoscere per passa parola o tramite segni semantici a inchiostro quello che succede altrove, indagare sulla vita degli altri. Hanno abbastanza immaginazione per mettersi nei panni di chi non conoscono e di quelli che non hanno mai visto, abbastanza capacità per comprendere quello che intendono non capire. Hanno poi e soprattutto i sentimenti, quei piccoli lacci invisibili che fanno sì che l'uomo si sdoppi, che sia altro dalla sua mera carne – cosa o oggetto – che sia qui e là allo stesso tempo, là dove i lacci finiscono dopo aver fatto almeno una volta il giro del mondo e tengono strette le persone a noi care. E ancora, la capacità di meravigliarsi, di cambiare le cose, di forgiare se stessi…
Torno alla realtà, il romanzo non l'ho scritto. Avrebbe bisogno di altre parole, forse di un'altra penna. E mi preparo a partire presto per i villaggi dove ancora si portano al pascolo le mucche e le case non sono ancora tutte fissate per terra. Dove ancora non è arrivata la linea elettrica a competere con il sole, né l'acqua corrente a competere con il deserto. Sarò senza il mio informatore ed interprete Bébé. Dovrò accelerare la mia comprensione di una lingua che mi sembra ancora impossibile. Andrò a vedere se anche qui in Mauritania da qualche parte Cristo si è fermato ad Eboli. Sicuramente al villaggio non sono arrivati i Tortiglioni Barilla. Ma sicuramente due "cose" sono arrivate: i tre tè con il loro rituale e il telefono cellulare. Perché si sa, gli uomini hanno voglia di comunicare. Se no, sarebbero cose.