Il tedio veleggiava ormai alto nelle lunghe ore della giornata. Certo, ho saputo costruire un'impalcatura di difesa contro la depressione in queste fasi di riposo obbligato dopo la malattia, seduto o steso all'ombra, con le braccia tese verso l'alto a incanalare il piccolo vortice del ventilatore. Getto la testa dentro un romanzo, passando un grosso pennarello nero su quel che resta al di fuori dei margini del libro. Penso e rifletto. Ripenso e ricordo. Progetto. E poi so forse oggi meglio aspettare. Il tempo mi fa paura con la sua lentezza, ma so che la mia vendetta sul tempo – il suo semplice passare – sarà prima o poi consumata. Ebbene due sere fa, proprio quando mi stavo mettendo in questa situazione di attesa, di stand by, di surrogato di quel che dovrei vivere, di palliativo in mancanza di altro, ecco che arriva quel che non ti aspetti. Un cinese entra dalla porta con una chitarra in mano. Come se l'impensabile rispondesse, una volta manifestatosi, a un disegno perfetto. La chitarra ha sempre avuto un effetto esorcizzante nella mia vita. Spesso purtroppo la dimentico quando dovrei esserle tanto riconoscente. La chitarra fa parte di quel gruppo di oggetti o di elementi che in dottrina chiameremmo "antropo-poietici": sono esteriori all'essere umano, ma finiscono per farne parte come un prolungamento, un arto aggiunto, e per questo sono investiti di affetto, di significati, di ricordi. Un po' come l'auto per accaniti automobilisti. Quando guidi hai la sensazione che faccia un po' parte di te, che guardando l'auto la gente stia in realtà osservando quell'uomo (difficile si tratti di una donna) al volante. Un po' come la sigaretta, parte integrante del fumatore nelle sue abitudini, nel ritmo del suo tempo, nell'odore, nei gesti e nell'immagine di sé, tanto che diventa difficile mangiare se dopo non si fuma, diventa difficile discutere se intanto non si boccheggia, diventa difficile fare l'amore se dopo non ci si riflette in un'immagine fumosa di un film erotico francese degli anni '70.
E poi che sia un cinese ad entrare con questa chitarra in mano fa un certo effetto, qui, in fondo alla Mauritania. È un missionario protestante, prodotto di una Hong Kong per lungo tempo sotto bandiera britannica, difesa contro l'ateismo imperante cinese. Dopo un po' ci raggiungono tre sue colleghe connazionali, vestite dei migliori boubou africani. Una bella immagine. Prepariamo e mangiamo insieme delle crêpes bretoni. Sono un po' disorientato, ma tutto è possibile. Ci invitano, me e due colleghe francesi, per la sera seguente ad accogliere una delegazione di cinesi del nord. Ieri sera partiamo dunque con il gruppo di Hong Kong per andare ad accogliere questa equipe di medici inviati in fondo all'Africa per due o quattro anni dal governo di Pechino senza nemmeno conoscere una parola di francese. Mi domando quale sia il loro rapporto col tempo e la nostalgia se questa è proporzionale alla distanza, alla differenza e all'impossibilità di un immediato ritorno. Ci preparano degli ottimi ravioli. Il medico apre una bottiglia di whisky giusto per me, in questo paese dove l'alcool è vietato. Accetto un goccio giusto per non essere scortese, ma il cinese è stato fin troppo gentile. La tazza è bella pienotta. Così comincio a sentirmi anche un po' brillo, ma anche da completamente ubriaco non potrei vedere la realtà più bizzarra di quanto l'abbia vista da sobrio. Una decina di cinesi, due francesi e me attorno a un tavolo mauritano, si parla cantonese, mandarino, francese, inglese e, con grande soddisfazione, italiano dopo che i commensali insistono per imparare "salute!". La parola si rivela adeguata, visto che hanno tirato fuori un liquore cinese dal gusto dolciastro e dalla gradazione eccezionale. Sudo. Ancora più brillo e vai con "salute!". A quel punto tutto è possibile. Mi chiedono di cantare una canzone delle mie parti. Preso da un impeto campanilistico, canto "Romagna mia". Un grande successo a cui risponde il cuoco cinese con una magnifica, nostalgica e potente ode alla luna che sul ritornello coinvolge tutta la tavola e mi fa tremare. Il capo medico mi ha poi detto che ha percepito la nostalgia celata nella canzone che cantavo, benché evidentemente non ne capisse le parole. Una decina di giorni fa, quando ero ancora al villaggio, arrivò un temporale violento. Nell'indecisione tra le capanne sotto cui proteggermi scelsi quella dove si erano rifugiati una decina di bambini e adolescenti. Mentre l'acqua scrosciava sul tetto di paglia e plastica e la sabbia là fuori diventava fango, quei grandi occhi mi chiesero di cantare. Ne provai diverse, ma tutti mi chiesero di ripetere per quattro o cinque volte soltanto "Romagna mia". C'è forse un elemento chiave nella canzone popolare, un tono nostalgico, vero e concreto, che è ascoltabile da qualsiasi orecchio. Bizzarria della musica, dove le canzoni che evocano casa, la nostra casa, il nostro luogo, il nostro contesto, sono quelle canzoni che più si fanno comprensibili a tutti, a quelli che hanno un'altra casa, un altro luogo, un altro contesto. Così ieri sera, i cinesi hanno forse capito qualcosa di quella Romagna "ove la mamma mia ho lasciato" e io ho visto il chiarore della luna tra la Mongolia e il Vietnam. Di fronte a questa scena ho riprovato quella sensazione di mille voci che gridano o cantano. Ho sentito quel grande boato di un'umanità immensa per grandezza, vastità, molteplicità. Un boato che ti dà i brividi con il suo senso di pienezza. Un boato che ti dà le vertigini perché non ne vedi i confini.