Tentativo. Provo per qualche riga a lasciare il mondo della morale interiore o il mondo dei grandi eventi là fuori. O almeno, cambio giusto punto di vista. Sospendo per un po' il giudizio sulle cose. Chissà che non sia dal quotidiano che si capiscono le cose importanti. Dal piccolo al tutto. Racconto una mia giornata.
Mi sveglio presto. Mi alzo molto più tardi. Una tazza di Nescafé mattutino. Il piacere del rituale caffeino è ancora superiore al disgusto di questa bevanda annacquata. Basta mettere molto, ma molto zucchero. Due Biskrem, i biscotti al cioccolato più buoni al mondo, ma diffusi soltanto in tutta l'Africa. Chissà perché il Nescafé si trova dappertutto e i Biskrem turchi non riescono ancora a sfondare tutte le frontiere continentali. La francese che mi ospita mi annuncia un messaggio ricevuto dalla sua ambasciata: i Francesi in Mauritania sono pregati di non toccare volatili, di cucinare a fondo i polli e di evitare le uova al tegame. I Francesi sono già avvertiti che l'aviaria potrebbe già essere arrivata in Mauritania. Ma non bisogna dirlo ai Mauritani. Alla tv di Stato nulla è stato detto. Più tardi, passerò l'informazione a qualche incredulo dei quartieri popolari. Se sono scoperto, mi accuseranno di aver divulgato informazioni sbagliate e fomentato le paure delle masse? Non c'è nulla da temere in questo paese da cui passa l'80% delle migrazioni di volatili tra l'Europa e l'Africa, in questa città che è soprannominata "la più grande fattoria del mondo" per la densità di bestiame. Nulla da temere, la paura è appannaggio – dramma o privilegio? - dei Francesi. Eppure basterebbe dire: cucinate bene il pollo.
Raccontare una mia giornata dicevo. Riguardo i miei appunti. Provo ad inculcarmi qualche parola di pulaar in testa. Almeno la parola più importante – mangiare – è un'onomatopea ed è difficile dimenticarla: "gnam". Parto per il quartiere 6°, là dove avevo vissuto tre mesi l'anno scorso. Jari è tornata al villaggio con le nuore e i nipoti e la mia stanza è ora occupata da quattro bambini sconosciuti. Ma nella casa di fianco c'è ancora Koumba, la sorella di Jari. Entro nella sua stanza e la trovo con le sue due nipoti. Bébé, l'unico francofono della concessione, sta spartendo il suo pranzo con gli altri in un'altra stanza. Termino il mio registro dei saluti, che fortunatamente dura qualche minuto, poi mi ci vogliono due minuti per formulare una frase consultando il lessico. Al diavolo la grammatica. Non voglio più sottoporre Koumba ai miei disperati tentativi di esprimere i più semplici concetti in pulaar. Rivolgiamo la nostra attenzione alle due piccole, Koumba (anche lei) e Penda (come la figlia di Jari… scrivo nella mia agenda mentale che devo aggiornare la genealogia). Le piccole ridono, scherzano. Tendono la mano senza paura a questo alieno scolorito. Saltano addosso alla nonna, la mordono, le tirano la pelle ridendo. Koumba risponde anche lei con un sorriso. Forse un po' più malinconico. Sua figlia, la madre delle due piccole, è morta durante il parto quando con la famiglia era rientrata al villaggio durante i mesi di pioggia tra luglio e settembre. Arriva Bébé e poi il griot. Costui è il cantastorie musicista, il depositario della tradizione e della storia della famiglia nobile. Con i cambiamenti dell'ultimo secolo, suo nonno e suo padre si erano man mano divincolati dalla dipendenza della loro famiglia nobile. Ma la loro funzione non smette di essere richiesta. E sembra un lavoro di successo. Ha un orologio d'oro al polso. Suona sia lo strumento tradizionale che una chitarra elettrica amplificata. Tre note e capisci da dove è venuto il blues. Il suo telefono non smette di squillare. Tutti sono alla sua ricerca per tessere le lodi della loro famiglia. È andato in giro per 17 paesi africani, laddove si trovano i Fulbe che dichiarano di avere la stessa origine. Canta di un'origine egiziana. Erano loro i faraoni d'Egitto.
Vado da Umar Ba, professore di pulaar, per apprendere qualche altra parola. Uscendo ritrovo la casa di amici soninké. Vivono in ventidue in quattro stanze. Erano quattordici mesi che non li vedevo, ma loro si ricordano ancora il mio nome. Mi chiedono come sta quella ragazza francese con cui un giorno resi loro visita. Quel giorno mi dissero che avrei dovuto fare di tutto per conquistarla, era la ragazza perfetta per me. Con un po' d'orgoglio ho potuto dire che adesso stiamo insieme. Poi faccio un giro per la kébbé, la bidonville abusiva dove sono concentrati gli ultimi dei Mauritani. Sono le sei e c'è l'uscita da scuola, unico edificio in muratura, con una bandiera mauritana che sventola alta al di sopra della polvere di sabbia. Una trentina di bambine mi viene incontro. Una balla e grida. Mi sta prendendo in giro. Mi chiede se sono "nasrani", europeo o cristiano. Rispondo "ma naraf", non so. Altro non avrei saputo rispondere. Mi fermo alla boutique e compro un sacchetto di caramelle. Varco la porta in uscita e il sacchetto già è scomparso. Ritrovo Bébé sul tetto della concessione. Per tutto il tempo del tramonto, là in fondo sul mare, mi spiega l'origine del loro villaggio. Poi è tempo di passare a cose più importanti. Andiamo da un altro Umar che ha aperto un locale dove si paga la visione delle partite di Champions' League. È l'unico ad avere l'abbonamento satellitare nei paraggi. Ci sono due stanze in cui è trasmessa la stessa partita, Chelsea-Barcellona. Sto sulla porta tra le due stanze e per la prima volta vedo concentrato in un'immagine l'oggetto della mia tesi. Da una parte, Al-Jazeera sport in arabo. Dall'altra, Canal Plus in francese. Nella prima stanza, giovani più chiari di pelle con un turbante da deserto. Nella seconda, giovani più scuri di pelle con camicioni larghi o canottiere sportive. Mi chiamano dall'Italia. La partita finisce, ma restiamo a guardare il riassunto di Werder brema – Juventus. La Juve ha perso tre a due. Bébé mi dice di non preoccuparmi per il match di ritorno. Mangiamo al fast food di fianco. Poi rientriamo. Nel breve tragitto a piedi incrociamo sulla strada Koumba e le sue vicine. Sono una decina e stanno tutte attorno ad un taxi. L'oscurità totale è viziata solo da una miriade di punti luminosi sopra la nostra testa e dai due fanali sgangherati della Mercedes anni '80. La portiera si chiude, il taxi fa inversione. Quelle figure di donne vicino a me cominciano a danzare. Battono le mani, saltano e cantano la loro felicità. La figlia di una vicina è appena partita per vivere la sua prima notte a casa del marito novello.
Io e Bébé andiamo nella sua stanza. Per stanotte sto qua a dormire. Ma non è ancora il momento. Ricevo una telefonata liberatoria da Parigi. Poi Bébé non riesce a dormire, ha voglia di parlare. Racconta quanto suo figlio Amadou, quel piccolo Amadou che mi teneva compagnia l'anno scorso, ami giocare a calcio. Ora è lontano al villaggio. Causa lavoro, Bébé vede Amadou e Rougui sua moglie soltanto tre settimane l'anno. Poi comincia a sognare la Francia per farvi un master in sviluppo. È laureato in geografia, ma qui non ha avuto nessuna opportunità per continuare gli studi. E io ho il privilegio di studiare chi non ha potuto studiare. Intanto, la radio accesa fa da sottofondo e penetra il buio. A volte tendiamo le orecchie per sentire le notizie di Radio France Internationale. Un po' di malinconia mi prende al cuore. Con quelle voci, con quella radio, mi sono svegliato ormai tante volte a Parigi con Armelle al mio fianco. Presto.
E cosi' mi addormento. Sono stanco. Mi sembra di aver visto oggi l'umanità intera. Eppure sono in un quartiere periferico della capitale del paese meno denso al mondo dopo la Mongolia.