Non credo tanto alla distanza culturale. (Sono arrivato appena da un giorno a Nouakchott – di nuovo Nouakchott – e si fa in fretta a riabituarsi a lingue che non si conoscono, a gesti che hanno un senso diverso.) Se si viaggia davvero nello spazio, andando altrove in questo mondo, il vero problema è la nostra relazione col tempo. Partire per vivere un'esperienza significa prima di tutto accettare di non sapere quello che sarai tra un po', tra qualche settimana o tra 87 giorni al ritorno in Europa. È accettare di non avere la certezza, la calda consolazione, delle esperienze che vivrai, di quel che penserai e di chi incontrerai. È la differenza fondamentale tra il viaggio e qualcos'altro – chiamatelo forse avventura, ma non voglio essere troppo romantico: il viaggio è uno stacco, una parentesi circoscritta tra un prima e un dopo che hanno continuità, il ricaricare altrove le batterie per una vita che segua la sua linea diritta; l'"altra cosa" invece è forse aprire continuamente parentesi, non essere capace di finire una frase, legare ogni esperienza con una congiunzione subordinata, interrompere il filo con virgole piuttosto che punti. E sperare che poi, guardandoti indietro, quel che hai prodotto appaia almeno a te stesso un discorso coerente, che porta a un senso, a qualcosa.
È forse per questo che le cose che reputiamo davvero importanti della vita sono quelle che danno un senso di continuità alla nostra esperienza. La famiglia e l'amicizia – quelle vere - non a caso si basano su rapporti e sentimenti che vanno oltre il cambiamento, che resistono – anche se non la sopportano - la lontananza, ma soprattutto che resistono al tempo. Danno un senso dell'evoluzione alla nostra esistenza. Saranno comunque là. Ed è per questo che l'amore è la nostra grande scommessa: credere che esso sia là a dare continuità alla nostra vita, a ritmare i nostri cambiamenti, a seguire le nostre evoluzioni. Solo allora è forse possibile buttarsi nell'avventura, senza che questa diventi una fuga da tutto e da tutti.
Atterrato ieri sera, ho da subito cercato di interpretare i segni del mio arrivo come messaggi inviatimi dalla mia sorte su come saranno questi tre mesi. Cartomante, astrologo, marabutto e interprete di arrivi. Ero avvolto da una certa aurea di sicurezza, come per dire ai Mauritani "guardate che già conosco il paese" e per dire a me stesso che staro' bene. Il bagaglio non arriva. Perduto. Comincio a credere in un cattivo presagio. Ma sono stato più fortunato di altri. Il mio sacco blu di 23 kg e 8 è ritornato già oggi a Nouakchott. È solo passato da Bamako in Mali e da Brazzaville in Congo, prima di risalire verso Cotonou, ancora Bamako e poi Dakar in una notte soltanto. Ho ritrovato i miei sandali e posso restituire a Valentine i suoi infradito di plastica di 4 numeri troppo piccoli; ho ritrovato quaderni e libri per lavorare; ma soprattutto ho ritrovato i miei vestiti, alcuni con l'odore del bucato di mamma – che col tempo è diventato il mio – e alcuni con l'odore della lavanderia automatica di fronte a casa mia e di Armelle a Parigi, un odore che è presto diventato il nostro.
Mi sono presto riadattato ai miei sentimenti mauritani. Primo fra tutti, il senso di ipocrisia. Tutti mi sembrano ipocriti: mauritani di ogni origine e rango, europei espatriati, io stesso. Perché l'ipocrisia è davvero una costante umana. Vado a trovare Soulayman nell'alberghetto in cui lavora. Era un anno che non lo vedevo. (Scopro che il suo compagno Mohammed è ripartito per il suo paese natale, quella Costa d'Avorio che ora tentenna tra la pace e le guerra.) Ricordavo una grande foto del presidente all'entrata dell'albergo, come ne trovai l'anno passato all'entrata di tutti gli uffici e delle Ong francesi. Una foto di uguali dimensioni campeggia ancora nella stessa cornice, ma l'uomo è cambiato. Effetto del colpo di Stato di agosto. Poi ritrovo l'ipocrisia delle scritte per le strade, finanziate da qualche ministero che parla di sviluppo ed educazione per tutti. La stessa ipocrisia di quegli intellettuali che parlano perfino di rivoluzione bevendo whisky al bar dell'hotel Mercure (ci sono forse anch'io?). Ma l'ipocrisia non è appannaggio della Mauritania. È solo che qui, in quanto toubab, sono facilmente catapultato laddove il potere si vive, si costruisce, si mantiene. L'Italia o la Francia sono ugualmente ipocrite. È solo che ne entriamo diversamente in contatto, rifugiati nel nostro anonimato da una televisione che ci fa da filtro tra il nostro privato e quello che succede là fuori tra gli altri – tra i quali a fatica riusciamo a immaginare noi stessi - e lassù, tra i salotti di Roma e i Champs Elysées. Qui a Nouakchott ho invece la sensazione che tutto ti sia sbattuto sotto il naso e si fa più fatica a passare oltre l'ipocrisia. Le disuguaglianze sono certo enormi, ma cosa cambia da quel che si vede ad esempio a Parigi? L'altro giorno passo per Place de la République. Un uomo sui trentacinque piegato su stesso in mezzo al marciapiede tende le mani in avanti chiedendo elemosina. Forse spera che per i passanti sia più difficile far finta di niente, passare oltre scansandolo. O più semplicemente, essendo questa speranza un po' disillusa, resta in quella posizione perché gli risulta più comoda. Poteva scaldarsi cosi' la schiena con l'aria che usciva da quella grata alle sue spalle. Una folata di vento continua, profumata di odori da vasca da bagno. Al di là della grata una Beauty Farm del Club Med, un'immaginaria isola di esotico, tra saune, raggi UV e massaggi che per un istante regalano soffi di un altrove che non è mai esistito.
Mi dico che dovrei smettere di pensare solo alla Mauritania quando sono in Mauritania. Nei miei viaggi di oggi in taxi verso l'aeroporto ho visto la bandiera italiana fuori dal consolato e bambini di strada con la maglia degli azzurri di calcio. Non per nostalgia patriottica, mi sono detto che forse dovrei pensare anche all'altrove ora che in un altrove ci sono, a quella piccola Italia che si prepara al voto, a quell'Italia che il saharawi l'anno scorso non sapeva essere al di là del deserto e del mare, a quel voto a cui non potro' partecipare a meno che il primo ministro non decida di regalare viaggi di ritorno ad hoc per antropologi sul campo e altri semi-espatriati invece che convertitori dell'euro. Che a quanto pare non hanno permesso agli italiani di fare bene i loro conti.