Stazione di Milano. Le dieci di sera passate. Aspetto il treno per Parigi. 70 centesimi di euro per andare in bagno. Più la città è grande (e dunque più alto è il grado di sviluppo, secondo una logica che misura il meglio solo nei termini del più – più esteso, più soldi, più gente, più appariscente) e più alto è il grado di complessità del fare la cacca. Come se fosse un vezzo volerla fare aspettando una coincidenza, non un semplice bisogno. Presto qualcuno comincerà a chiedere "i due spicci" per andare in bagno, non per comprare il biglietto del treno. Ci inventeremo pure un sistema che la pesa e la misura direttamente nel cesso per far pagare la corrispettiva tassa. Disincentivo alla produzione anarchica. Incentivo all'espulsione differita. Ripenso alle mie esperienze del defecare - uno dei pochi pertinenti criteri di misurazione dello sviluppo umano - tra il villaggio in mezzo al Sahel e Nouakchott. Ricordo il disgusto nell'andare in bagno nella capitale, tra queste mura di cemento che contornavano un semplice buco per terra che dava su una fossa senza sfogo e senza scolo. L'umidità, il calore, l'odore e qualche animale notturno. E invece al villaggio, te ne partivi con il tuo secchiello dell'acqua anche a duecento o trecento metri dalle case, dove si incontravano le prime palme attorno ad un letto di fiume stagionalmente prosciugato. Sceglievi il tuo posto, giusto dietro un cespuglio e facevi. E feci. Niente Settimana enigmistica o Donna di Repubblica, ma a suo modo molto comodo. Difficile essere visti. Difficile incappare nelle tracce lasciate da altrui in questi vasti spazi. Certo ci sono le eccezioni, come quando mi capitò, in una scena dal sapore fantozziano ad altre latitudini, di essere colto proprio in quel mentre da una mandria di mucche di ritorno dal pascolo e dal loro pastore.
Solo ora ritorno ad essere capace di parlare di Mauritania. Ora che devo dire "laggiù", declinando verbi al passato, con freddezza, con distacco obbligato. Come se fossi un critico d'arte che deve solo misurare e analizzare e non è costretto a sentire.
Oggi all'università ho approfittato del telefono per chiamare in Mauritania (non scandalizzatevi, è uno dei pochi privilegi che restano ai dottorandi non borsisti). Ho sentito Bébé. La tecnologia ormai primitiva del telefono squarcia le lontananze. Le accorcia attraverso la voce sensibile. Ma le rende anche palpabili e misurabili in tutte le loro distanze chilometriche ed emotive. In fin dei conti, la memoria opera degli effetti strani: da una parte ci permette di tenere saldi i legami disseminati sul nostro percorso; dall'altra, è una strategia per mettere a distanza le cose vissute altrove o in altri momenti. Memoria "allocronica" e "allotropica". Memoria che non può che essere malinconica. Ho parlato brevemente anche con Kumba e le sue nipoti. Le due bambine hanno saputo dirmi soltanto "aikaido", con quel modo un po' goffo ma tanto dolce di storpiare il mio nome. Da parte mia ho solo tentato qualche parola, senza riuscire a tradurre quei piccoli gesti con cui io e loro, uniti nell'inferiorità delle capacità espressive, potevamo intenderci all'istante in mezzo ad una stanza di adulti.
Ora devo andare. Riscriverò presto. Forse perché oltralpe sarò in quella zona di limbo che ha meno a che fare con questa mia mania di riversarmi in parole. Lontano dalla Mauritania di cui voglio parlare. Lontano da chi, magari per caso o curioso, legge queste parole. Uno dei pochi privilegi di chi è spesso in zona di transito, con questo scrivere che è come un'isola, come diceva Calvino, perché può farsi ovunque.