Orazio Fergnani
unread,Feb 11, 2012, 4:12:26 PM2/11/12Sign in to reply to author
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to Alba Mediterranea
E' un po' lungo e c'è da dedicarci un po' di tempo..... ma lo vale
tutto.... perchè dimostra che sono passati 219 anni e non è cambiato
praticamente niente.... salvo il fatto che noi oggi sappiamo
perfettamente chi è che ha gestito gia fin da llora le trame di tutti
gli eventi importanti.... rivoluzioni, guerre e quant'altro... ed oggi
sappiamo però meglio e più di allora, chi sono, come si chiamano, come
agiscono, e quali sono i loro fini.... è un bel vantaggio conoscere il
nemico...
Una richiesta a tutti gli amici che si sono voluti iscrivere
manifestandomi così la loro considerazione.... Se avete degli amici,
conoscenti, referenti, che pensate possano essere interessati a
contribuire alla lotta non-violenta contro il regime, modo che i loro
figli non debbano dirgli :< tu mentre tutto crollava... dove eri?> e
possa guardarli un giorno a testa alta perchè il fattibile ed il
possibile anche lui ha contribuito a farlo.... può aderire al nostro
gruppo che si è costituito come movimento politico e dare una mano a
cercare di trovare soluzioni e rimedi allo sfascia a cui questi infami
ci stanno conducendo da decenni.
Vi ringrazio finda ora tutti per il contributo che sono certo tutti
metterete in queste ora così tristi e drammatiche che ci si stanno
prospettando..
Un abbraccio fraterno a tutti.
Veiensfurens (alias Orazio Fergnani) - AlbaMediterranea.
Discorso sulla Costituzione del 10 maggio 1793
di MASSIMILIANO ROBESPIERRE
“L’uomo è nato per la felicità e la libertà e dovunque è schiavo e
infelice. La società ha per scopo la conservazione dei suoi diritti e
il perfezionamento della sua personalità; e dovunque la società lo
degrada e lo opprime. E’ arrivato il tempo. E’ arrivato il tempo di
ricordarlo ai suoi veri destinatari: i progressi ella ragione umana
hanno preparato questa grande rivoluzione, spetta a voi ora in modo
particolare il compito di accelerarla.
Per adempiere alla vostra missione dovete fare precisamente il
contrario di ciò che è esistito prima di voi.
Fino ad ora l’arte di governare è stata l’arte di derubare e di
asservire un grande numero di persone a vantaggio di un piccolo numero
di persone e la legislazione è stata il mezzo per trasformare questi
soprusi in sistema. I re e gli aristocratici hanno fatto molto bene
questo mestiere; spetta ora a voi di fare il vostro, ovvero di
rendere, per mezzo delle leggi, gli uomini felici e liberi.
Dare al governo la forza necessaria per ottenere che i cittadini
rispettino sempre i diritti dei cittadini e che neppure il governo
stesso possa violarli; ecco, a mio avviso, il doppio problema che il
legislatore deve cercare di risolvere. Il primo mi sembra molto
facile. Quanto al secondo, si sarebbe tentati di considerarlo
insolubile se si consultassero solo gli avvenimenti passati e presenti
senza risalire alle loro cause.
Percorrete la storia, troverete dappertutto i funzionari opprimere i
cittadini e il governo divorare il potere. I tiranni parlano di
sedizione quando il popolo osa lamentarsi di come vanno le cose,
quando l’eccesso di oppressione gli restituisce la sua energia e la
sua indipendenza. Piacesse a dio che potesse conservarla per sempre!
Ma il regno del popolo dura un giorno; quello dei tiranni abbraccia la
durata dei secoli. Dopo la rivoluzione el 14 luglio 1789 e soprattutto
dopo quella del 10 agosto 1792, ho sentito parlare molto spesso di
anarchia; io affermo che la malattia dei corpi politici non è
l’anarchia, bensì il dispotismo e l’aristocrazia. Io trovo, qualunque
cosa ne abbiano detto, che solo a partire da quest’epoca tanto
calunniata abbiamo avuto un inizio di legge e di governo nonostante i
torbidi che sono soltanto le ultime convulsioni della regalità
moribonda e la lotta di un governo sleale contro l’eguaglianza.
L’anarchia ha regnato in Francia a partire da Clodoveo sino all’ultimo
dei Capeto. Che cos’è infatti l’anarchia se non la tirannia che fa
scendere dal trono la Natura e la legge per collocarvi degli uomini?
I mali della società non vengono mai dal popolo, ma dal governo. E
come potrebbe essere diversamente? L’interesse del popolo è il bene
pubblico; l’interesse degli uomini di potere è un interesse privato.
Per essere buono il popolo non ha che da preferire sé stesso a chi non
è popolo; per essere buono un magistrato deve sacrificare se stesso al
popolo.
Se mi degnassi di rispondere a dei pregiudizi assurdi e barbari,
osserverei che il potere e l’opulenza generano l’orgoglio e tutti i
vizi; mentre il lavoro, la modestia, la povertà sono i guardiani delle
virtù; che le aspirazioni dei deboli tendono alla giustizia e alla
protezione di leggi benefiche, mentre le passioni dell’uomo potente lo
spingono ad elevarsi sopra a leggi giuste o a crearne di tiranniche.
Direi infine che la miseria dei cittadini non è altra cosa se non il
delitto dei governanti. Ma pongo la base del mio sistema su un solo
ragionamento.
Il governo è istituito per far rispettare la volontà generale; gli
uomini che governano hanno invece una volontà individuale e sappiamo
che ogni volontà tende in sé a prevalere. Ora, se essi impiegano per
questo scopo la forza pubblica di cui dispongono, il governo non è che
il flagello della libertà. Concludete, dunque, che il primo fine di
ogni costituzione dev’essere di difendere la libertà pubblica e
individuale contro il governo stesso.
E’ precisamente questo problema che i legislatori hanno dimenticato;
si sono occupati tutti della potenza del governo, nessuno si è
preoccupato dei mezzi per riportarlo alla sua funzione istituzionale.
Hanno preso infinite precauzioni contro l’insurrezione del popolo e
hanno invece incoraggiato con tutto il loro potere la risolta dei suoi
rappresentanti. Ne ho già indicato le ragioni: l’ambizione, la forza e
la perfidia sono stati i legislatori del mondo. Hanno asservito
perfino la ragione umana depravandola e l’hanno resa complice delle
misere condizioni dell’uomo. Il dispotismo ha prodotto la corruzione
dei costumi e la corruzione dei costumi ha sostenuto il dispotismo. In
questo stato di cose toccherà a chi ha venduto l’anima al più forte
legittimare l’ingiustizia e condividere la tirannia. Allora la ragione
non sarà più che follia; l’eguaglianza, anarchia; la libertà,
disordine; la Natura, chimera; il ricordo dei diritti dell’umanità,
rivolta. Allora ci saranno delle Bastiglie e dei patiboli per la
virtù, dei palazzi per la corruzione, dei tiranni e dei carri
trionfali per il crimine. Allora ci saranno dei re, dei preti, dei
nobili, dei borghesi, delle canaglie: ma non ci sarà più popolo, non
ci saranno più uomini.
Avete visto tutto questo anche tra i legislatori, costretti dal
progresso dell’informazione pubblica a rendere qualche omaggio ai
princìpii. Avete visto come hanno impiegato la loro abilità per
eluderli quando non si accordavano più con i loro interessi personali.
Avete visto se non hanno fatto altro che variare le forme del
dispotismo e le sfumature dell’aristocrazia. Hanno fastosamente
proclamato la sovranità del popolo e subito dopo l’hanno incatenato;
pur riconoscendo pienamente che i governanti sono dei mandatari li
hanno trattati come dei padroni e degli idoli. Tutti si sono trovati
d’accordo nel supporre il popolo insensato e ribelle e i funzionari
pubblici essenzialmente saggi e virtuosi. Senza cercare degli esempi
presso le nazioni straniere, ne potremmo trovare di molto vistosi nel
seno stesso della nostra rivoluzione e nella condotta delle
legislature che ci hanno preceduti. Avete visto con quanto servilismo
esse incensassero la regalità, con quanta imprudenza predicassero una
cieca fiducia nei funzionari pubblici più corrotti, con quale
insolenza avvilissero il popolo, con quale barbarie lo assassinassero.
Avete visto invece da che parte stavano le virtù civiche. Ricordate i
sacrifici generosi della povertà e la vergognosa avarizia dei ricchi;
ricordate la sublime devozione dei soldati ed i tradimenti infami dei
generali; il coraggio invincibile, la generosa pazienza del popolo e
il turpe egoismo, la perfidia odiosa dei suoi mandatari.
Ma non dobbiamo stupirci troppo di tante ingiustizie. Uscendo da una
così profonda corruzione, come avrebbero potuto essi rispettare
l’umanità, amare l’uguaglianza, credere nella virtù? Poveri
sventurati! Stiamo innalzando un tempio alla libertà con le mani
ancora marchiate dai ferri della schiavitù. Che cos’era la nostra
precedente educazione se non una lezione continua di egoismo e di
sciocca vanità? Quali erano le nostre usanze e le nostre così dette
leggi se non il codice della prepotenza e dello squallore dove il
disprezzo degli uomini era sottoposto a una specie di tariffa e
graduato secondo regole tanto varie quanto stravaganti? Disprezzare ed
essere disprezzati; arrampicarsi per dominare, di volta in volta
schiavi e tiranni; ora in ginocchio davanti ad un padrone, ora
calpestando il popolo sotto i piedi, quello era il nostro destino,
quella era la nostra ambizione, noi tutti quanti eravamo, uomini di
buona nascita, uomini di buona educazione, gente onesta, gente come si
deve, uomini di legge o di finanza, uomini di toga o uomini di spada.
C’è dunque da meravigliarsi se degli stupidi mercanti, dei borghesi
egoisti conservano ancora nei confronti degli artigiani quel disprezzo
insolente che i nobili riservano ai borghesi e a quegli stessi
mercanti? Ah che nobile orgoglio! Ah che bella educazione! Ecco perché
sono stati ostacolati i grandi destini del mondo. Ecco perché il seno
della patria è stato lacerato dai traditori. Ecco perché i feroci
satelliti dei despoti di tutta Europa hanno distrutto le nostre messi,
incendiato le nostre città, massacrato le nostre donne e i nostri
bambini. E’ già stato sparso il sangue di trecentomila francesi; il
sangue di altri trecentomila dovrà scorrere ancora perché il semplice
operaio possa sedere al senato a fianco del ricco mercante di grano,
perché l’artigiano possa votare nelle assemblee del popolo al fianco
dell’illustre negoziante o del presuntuoso avvocato e perché il povero
onesto e intelligente possa conservare la sua dignità di uomo in
presenza del ricco imbecille e corrotto? Insensati! Che cercate dei
padroni per paura di avere degli eguali, credete che i tiranni
esaudiranno tutti i calcoli della vostra triste vanità, della vostra
oscena cupidigia? Credete che il popolo ha conquistato la libertà, che
ha versato il sangue per la patria mentre voi dormivate su morbidi
letti o cospiravate nelle tenebre, si lascerà incatenare, affamare,
sgozzare da voi?
No! Se non rispettate né l’umanità, né la giustizia, né l’onore,
conservate almeno qualche cura dei vostri tesori che non hanno niente
da temere se non la miseria pubblica che voi aggravate con tanta
imprudenza. Ma quale argomento può commuovere degli schiavi ambiziosi?
La voce della verità che tuona nei cuori corrotti somiglia ai suoni
che echeggiano nelle tombe e che non possono risvegliare i cadaveri.
Voi dunque, a cui la libertà, a cui la patria è cara, assumetevi, voi
soli, il compito di salvarla; e poiché il momento in cui l’interesse
incalzante della sua difesa che sembra esigere tutta la vostra
attenzione, è quello stesso nel quale si sta innalzando in gran fretta
l’edificio della Costituzione di un grande popolo, fondatelo almeno
sulla base eterna della verità. Ponete all’inizio questa
incontestabile massima: che il popolo è buono e che i suoi delegati
sono corrompibili; che bisogna cercare una difesa contro il vizi e il
dispotismo del governo nella virtù e nella sovranità del popolo.
Da questo principio incontestabile traiamo ora delle conseguenze
pratiche, che sono le basi stesse della nostra Costituzione Libera.
Cominciate con il moderare il potere dei funzionari. Sino ad oggi i
politici che hanno fatto qualche sforzo, se non per difendere la
libertà, almeno per moderare la tirannia, non hanno saputo escogitare
che due mezzi per raggiungere questo scopo: l’equilibrio trai poteri e
il tribunato.
Quanto all’equilibrio tra i poteri, noi siamo stati vittime di questa
illusione in un tempo in cui la moda sembrava esigere da noi questo
omaggio ai nostri vicini, un tempo in cui l’eccesso della nostra
personale degradazione ci spingeva ad ammirare tutte le istituzioni
straniere che ci offrivano qualche pallida immagine della libertà. Ma
se si riflette solo un momento ci si accorge che questo equilibrio non
è che una chimera o un flagello che supporrebbe la nullità completa
del governo se non conducesse, invece, senza scampo a una lega dei
poteri rivali contro il popolo. E’ chiaro infatti che essi
preferirebbero accordarsi fra loro anziché appellarsi al sovrano per
decidere della loro causa.
Ne è testimone l’Inghilterra dove l’oro e il potere del monarca fanno
costantemente pendere la bilancia dalla stessa parte, dove lo stesso
partito d’opposizione sollecita, di tanto in tanto, la riforma della
rappresentanza nazionale solo per allontanarla, d’accordo con la
maggioranza che apparentemente combatte. Una specie di governo
mostruoso dove le virtù pubbliche non sono che una scandalosa parata,
dove la legge consacra il dispotismo, dove i diritti del popolo sono
oggetto di un aperto mercato, dove la corruzione è priva del freno
stesso del pudore.
Ma che ci importa delle combinazioni che bilanciano il potere dei
tiranni? E’ la tirannia che bisogna estirpare; non è nelle liti tra i
loro padroni che i popoli devono cercare il sollievo di respirare per
qualche istante. E’ nella loro stessa forza che deve essere posta la
garanzia dei loro diritti.
Per la stessa ragione io non sono un sostenitore dell’istituzione del
Tribunato; la storia non mi ha insegnato a rispettarlo. Io non affido
la difesa di una causa tanto grande a degli uomini deboli e
comprabili. La protezione dei tribuni presuppone la schiavitù del
popolo. Non mi piace che il popolo romano si ritiri sul Monte Sacro
per chiedere dei protettori a un Senato dispotico e a dei Patrizi
insolenti; voglio che resti a Roma e che ne scacci tutti i suoi
tiranni. Io odio quanto gli stessi patrizi e disprezzo molto di più
questi tribuni ambiziosi, questi vili mandatari del popolo, che
vendono ai grandi di Roma i loro discorsi e i loro silenzi; che
qualche volta l’hanno difeso solo per commerciare la sua libertà con i
suoi oppressori.
Uno solo è il tribuno del popolo che io posso accettare, è il popolo
stesso. E’ a ciascuna sezione della Repubblica francese che io rinvio
il potere tribunizio; ed è facile organizzarlo tenendolo egualmente
lontano dalle tempeste della democrazia assoluta e dalla perfida
tranquillità del dispotismo rappresentativo.
Ma prima di costruire le dighe che devono difendere la libertà
pubblica dagli eccessi dei poteri dei Ministri, cominciamo a ridurlo
entro giusti limiti.
1° - una prima regola per raggiungere questo scopo è che la durata del
loro potere sia corta, applicando questo principio soprattutto a
quelli la cui autorità è più estesa.
2° - che nessuno possa esercitare contemporaneamente più magistrature;
3° - che il potere sia diviso: è meglio moltiplicare i funzionari
pubblici che affidare ad alcuni un’autorità troppo pericolosa;
4° - che il potere legislativo e l’esecutivo siano separati con cura;
5° - che le diverse branche dell’esecutivo siano a loro volta il più
possibile distinte, secondo la natura stessa degli affari, ed affidate
a mani diverse.
Uno dei difetti più gravi dell’amministrazione attuale è l’estensione
troppo ampia di ciascun dipartimento ministeriale in cui sono stipate
diverse branche dell’amministrazione, di natura molto diversa fra loro
Il Ministero dell’Interno, soprattutto, così come ci si è ostinati fin
ora a conservarlo, provvisoriamente, è un mostro politico che avrebbe,
provvisoriamente, divorato la nascente repubblica se la forza dello
spirito pubblico animato dalla rivoluzione, non l’avesse difesa contro
i vizi dell’istituzione e contro quelli degli individui.
Del resto se non riuscirete ad impedire che i depositari del potere
esecutivo siamo dei magistrati molto potenti, allontanate, almeno, da
loro ogni autorità e ogni influenza estranea alle loro funzioni.
Non permettete che per tutta la durata della loro carica essi
assistano e votino nelle assemblee di popolo; applicate la stessa
regola per i funzionari pubblici in generale. Tenete lontano dalle
loro mani il tesoro pubblico e consegnatelo invece a dei depositari e
custodi che non possano partecipare ad alcuna altra specie di
autorità.
Nei dipartimenti lasciate nella mani del popolo quella porzione di
tributi pubblici che non sarà necessario versare alla cassa generale;
e che le spese siano pagate sul luogo ogni volta che sia possibile.
Guardatevi bene dal consegnare a quelli che governano, delle somme
straordinarie con qualsiasi pretesto vi vengano richieste
particolarmente col pretesto di formare l’opinione pubblica.
Tutte le manipolazioni dell’opinione pubblica non producono che
veleni; noi ne abbiamo fatto di recente crudele esperienza e il primo
saggio di questo stravagante sistema non ci può inspirare una gran
fiducia nei suoi inventori. Tenete sempre presente che spetta
all’opinione pubblica di giudicare gli uomini di governo e non a
questi di costruire e dominare l’opinione pubblica.
Ma c’è un mezzo generale e non meno salutare per diminuire il potere
dei governanti a vantaggio della libertà e della felicità dei popoli.
Esso consiste nell’applicazione di questa massima, enunciata nella
dichiarazione dei diritti che io vi ho proposto: “La legge può vietare
soltanto ciò che nuoce alla società; essa può imporre soltanto ciò che
le è utile”.
Fuggite l’antica mania dei governanti di voler troppo governare;
lasciate agli individui, lasciate alle famiglie il diritto di fare ciò
che non porta danno agli altri; lasciate i comuni di regolare da soli
i loro affari in ogni campo che non riguardi essenzialmente
l’amministrazione generale della Repubblica. In una parola: restituite
alla libertà individuale tutto ciò che non appartiene per natura
all’autorità pubblica e avrete, con ciò, lasciato molto minor spazio
all’ambizione e all’arbitrio.
Rispettate soprattutto l’autorità del popolo sovrano nelle assemblee
primarie. Ad esempio, sopprimendo quell’enorme codice che intralcia ed
annulla il diritto di votare col pretesto di regolarlo, priverete di
armi molto pericolose l’intrigo e il dispotismo dei direttori e delle
legislature, così come, semplificando il codice civile, abbattendo la
feudalità, le decime e tutto il gotico edificio del diritto canonico è
stato notevolmente ristretto il dominio del dispotismo giudiziario. Ma
per quanto siano utili tutte queste precauzioni non avete ancora fatto
nulla se non ostacolerete la seconda parte di abuso che ho indicato,
cioè l’indipendenza del governo.
La costituzione deve preoccuparsi soprattutto di sottomettere i
funzionari pubblici ad un’ampissima responsabilità ponendoli alla
reale dipendenza non di singoli individui, ma del popolo sovrano.
Chi non dipende dagli uomini diventa ben presto indipendente dai suoi
doveri e l’impunità è la madre, la salvaguardia del crimine mentre il
popolo, di cui si ha paura, continua ad essere in catene.
Ci sono due specie di responsabilità, una che possiamo chiamare morale
e l’altra fisica.
La prima riguarda principalmente la pubblicità; ma è sufficiente che
la Costituzione assicuri la pubblicità delle operazioni o delle
deliberazioni del governo? No, bisogna darle ancora tutta l’estensione
possibile. La nazione intera ha il diritto ad essere informata sulla
condotta dei suoi mandatari. Bisognerebbe – se fosse possibile – che
l’assemblea dei delegati deliberasse in presenza di tutti i francesi.
Il luogo delle sedute del corpo legislativo dovrebbe essere un
edificio fastoso e maestoso, aperto a dodicimila persone. Sotto gli
occhi di un così gran numero di testimoni né la corruzione, né
l’intrigo, né la perfidia oserebbero mostrarsi; sarebbe consultata la
sola volontà generale; sarebbe ascoltata solo la voce della ragione e
dell’interesse pubblico. Ma l’ammissione di solo qualche centinaio di
spettatori, stipati in un locale stretto e scomodo, offre una
pubblicità proporzionata all’immensità della nazione? Soprattutto
quando una folla di operai comprati intimorisce il corpo legislativo
per bloccare o alterare la verità mediante resoconti falsi che poi
vengono diffusi in tutta la repubblica?
Che succederebbe se i deputati stessi trascurassero la piccola parte
di pubblico presente; se tendessero a classificare gli uomini in due
specie differenti, gli abitanti del loro collegio elettorale e tutti
gli altri, se denunciassero continuamente i testimoni della loro
condotta ai lettori dei loro pamphlets per rendere la pubblicità non
solo inutile, ma addirittura funesta alla libertà?
Gli uomini superficiali non si renderanno mai conto di quanto sia
stata grande l’influenza del locale che ha ospitato il corpo
legislativo, né i furfanti non lo ammetteranno mai. Ma i consapevoli
amici del bene pubblico hanno visto con indignazione che la prima
legislatura, dopo aver invocato l’attenzione pubblica attorno a sé per
resistere alla corte, ha cominciato a sfuggirla con tutti i mezzi
quando ha voluto allearsi alla Corte contro il popolo; che, dopo
essersi praticamente nascosta all’Arcivescovado per approvare la legge
marziale, s’è rinchiusa dentro al Maneggio, circondandosi di
baionette, per ordinare il massacro dei migliori cittadini al Campo di
Marte, salvare lo spergiuro Luigi e minare i fondamenti della
libertà.
I suoi successori si sono ben guardati dall’uscirne; i re e i
funzionari di polizia regi avevano fatto costruire in pochi giorni una
magnifica sala dell’Opera e, a vergogna della ragione umana, sono
passati quattro anni prima che si preparasse una nuova sede per la
rappresentanza nazionale. Ma che dico, quella in cui essa si accinge
ad entrare è più favorevole alla pubblicità dei lavori e più degna
della nazione? No; tutti gli osservatori si sono accorti che è stata
sistemata con notevole intelligenza dallo stesso spirito dell’intrigo,
sotto gli auspici di un ministro perverso, per sottrarre i mandatari
alla vista del popolo.
In questo senso sono stati, anzi, fatti addirittura dei prodigi: si è
finalmente trovato, dopo tante ricerche, il segreto per escludere il
pubblico pur ammettendolo; che esso possa assistere alle sedute, ma
che non possa sentire nulla, se non nel piccolo spazio riservato alle
persone come si deve e ai giornalisti; che sia, insomma, allo stesso
tempo presente e assente. I poteri si meraviglieranno
dell’indifferenza con cui una grande nazione ha sopportato così a
lungo le sporche e grossolane manovre che compromettevano la sua
dignità, la sua libertà e la sua sicurezza.
Quanto a me, penso che la Costituzione non debba limitarsi ad ordinare
che le sedute del corpo legislativo e delle autorità costituite siano
pubbliche, ma che debba preoccuparsi anche dei mezzi per garantire la
massima pubblicità; che debba impedire ai mandatari di influire sulla
composizione dell’uditorio e di ridurre arbitrariamente l’estensione
dello spazio riservato al popolo. Essa deve tener presente che il
corpo legislativo risiede in seno ad un’immensa popolazione e delibera
sotto gli occhi di una infinita moltitudine di cittadini.
Il principio della responsabilità morale esige ancora che gli agenti
del governo, a scadenze determinate e assai ravvicinate rendano conti
esatti e circostanziati della loro gestione; che questi conti siano
resi pubblici attraverso la stampa e sottoposti al controllo di tutti
i cittadini, che siano inviati, perciò, a tutti i dipartimenti a tutte
le amministrazioni e a tutti i comuni.
A sostegno della responsabilità morale si deve allargare la
responsabilità fisica che è, in ultima analisi, la più sicura
guardiana della libertà e consiste nella punizione dei funzionari
pubblici prevaricatori.
Un popolo i cui mandatari non debbono rendere conto a nessuno della
loro gestione, non ha una Costituzione. Un popolo i cui mandatari
devono rendere conto della loro gestione solo a degli altri mandatari
inviolabili, non ha una Costituzione. Dipende da questi, infatti, di
tradirlo impunemente o di lasciarlo tradire da altri. Se è questo il
senso che si attribuisce al governo rappresentativo, confesso che
faccio miei tutti gli anatemi pronunciati contro di esso da Gian
Giacomo Rousseau. Del resto questa espressione come molte altre ha
bisogno di essere spiegata; o piuttosto invece di definire il governo
francese è molto più importante costituirlo.
In ogni Stato Libero i delitti pubblici dei magistrati debbono essere
puniti tanto severamente e facilmente quanto i delitti privati dei
cittadini e il potere di reprimere gli attentati del governo deve
ritornare al popolo sovrano.
Io so che il popolo non può esercitare di continuo le funzione di
giudice. Non è questo che voglio; ma voglio ancora meno che i suoi
delegati siano dei despoti al di sopra delle leggi. Si può risolvere
il problema che segnalo con delle misure semplici di cui vi espongo
ora la teoria.
1°) – Io voglio che tutti i funzionari pubblici, eletti dal popolo,
possano essere da lui revocati, nelle forme che saranno stabilite,
senz’altro motivo che il diritto imprescrittibile che gli appartiene
di revocare i suoi mandatari.
2°) – E’ naturale che il corpo incaricato di fare le leggi sorvegli
coloro che sono incaricati di farle eseguire. I membri degli uffici
esecutivi saranno perciò tenuti a rendere conto della loro gestione al
corpo legislativo. In caso di prevaricazione esso, però, non potrà
punirli, perché non si deve concedergli questo mezzo di impadronirsi
del potere esecutivo, ma li accuserà davanti ad un tribunale popolare
la cui unica funzione sarà di giudicare le prevaricazioni dei
funzionari pubblici. I membri del corpo legislativo non potranno
essere perseguitati da questo tribunale a motivo delle opinioni che
abbiano manifestato nelle assemblee, ma soltanto per fatti positivi di
corruzione e di tradimento di cui potessero essere accusati. I delitti
ordinari che dovessero commettere sarebbero di competenza dei
tribunali ordinari.
Allo scadere delle loro funzioni, i membri della legislatura e gli
agenti o i ministri dell’esecutivo potranno essere deferiti al
giudizio solenne dei loro committenti. Il popolo dichiarerà
semplicemente se essi hanno conservato o perduto la sua fiducia. Il
giudizio negativo comporterà l’interdizione a ricoprire qualunque
ulteriore funzione. Il popolo non emetterà pene più gravi e, se i
mandatari si saranno resi colpevoli di qualche delitto particolare e
formale potrà rinviarli davanti al tribunale costituito per punirli.
Queste disposizioni si applicheranno egualmente ai membri del
tribunale popolare.
Per quanto sia necessario controllare i magistrati, non è meno
importante sceglierli bene.
E’ su questa doppia base che si deve fondare la libertà.
Tenete presente che, nel governo rappresentativo, nessuna norma
Costituzionale è tanto importante quanto quelle che garantiscono la
correttezza delle elezioni.
Qui io vedo diffondersi delle tesi profondamente sbagliate; qui mi
accorgo che si dimenticano i primi principi del buon senso e della
libertà per inseguire delle vane astrazioni metafisiche. Per esempio,
si vuole che l’elezione di ogni singolo funzionario pubblico avvenga
mediante votazione in tutto il territorio della Repubblica così che
l’uomo di meriti e di virtù conosciuto solo nella contrada in cui
abita non possa essere chiamato a rappresentare i suoi compatrioti
mentre i ciarlatani famosi, che non sono sempre i migliori cittadini
né gli uomini più illuminati, o gli intriganti sostenuti da un partito
che domina in tutta la repubblica, siano perpetuamente ed
esclusivamente i necessari rappresentanti del popolo francese.
Ma, nello stesso tempo, si incatena il popolo sovrano con delle regole
tiranniche; dappertutto lo si disgusta e si allontanano i sanculotti
con complicate formalità. Che dico? Si cacciano via affamandoli perché
non ci si sogna neppure di indennizzarli del tempo che essi
sottraggono al sostentamento delle loro famiglie per consacrarlo agli
affari pubblici.
Ecco, dunque, i princìpi a difesa della libertà che la Costituzione
deve mantenere. Tutto il resto non è che ciarlataneria, intrigo e
dispotismo. Fate in modo che il popolo possa assistere alle assemblee
pubbliche; perché lui solo è il sostegno della libertà e della
giustizia; gli aristocratici e gli intriganti ne sono il flagello.
Che importa che la legge renda un omaggio ipocrita alla eguaglianza
dei diritti se la più imperiosa di tutte le leggi, la necessità,
costringe la parte più sana e numerosa del popolo, a rinunciarvi? Che
la patria indennizzi l’uomo che vive del suo lavoro quando assiste
alle assemblee pubbliche; che essa stipendii, per la stessa ragione,
in modo proporzionato tutti i funzionari pubblici; che le regole delle
elezioni e le forme delle deliberazioni siano le più semplici, più
abbreviate possibile, che tutte le date delle assemblee siano fissate
nelle epoche più comode per la parte lavoratrice della nazione.
Che si deliberi a voce alta; la pubblicità è il sostegno della virtù,
la salvaguardia della verità, il terrore del delitto, il flagello
dell’intrigo. Lasciate le tenebre e lo scrutinio segreto ai criminali
e agli schiavi. Gli uomini liberi vogliono che il popolo sia testimone
dei loro pensieri. Questo metodo forma i cittadini e le virtù
repubblicane. Esso conviene ad un popolo che ha appena conquistato la
libertà e che combatte per difenderla. Quando cessa di convenirgli,
la repubblica non esiste più.
Per giunta, ripeto, che il popolo nelle assemblee sia completamente
libero: la Costituzione può stabilire solo queste regole generali,
necessarie per bandire l’intrigo e mantenere la libertà; ogni altro
impaccio è solo un attentato alla sua sovranità.
Soprattutto che nessuna autorità costituita si immischi mai nel suo
ordine interno, o nelle se deliberazioni.
Con ciò avrete risolto il problema, ancora incerto, dell’economia
popolare collocando nella virtù del popolo e nella sua autorità di
sovrano il contrappeso necessario alle ambizioni dei funzionari e ala
tendenza dei giovani alla tirannia.
Non dimenticate, del resto, che la solidità stessa della Costituzione
si basa su tutte le istituzioni, su tutte le leggi particolari di un
popolo; comunque si voglia chiamarle, essa si basa sulla bontà dei
costumi e sulla conoscenza profonda dei diritti sacri dell’uomo.
La Dichiarazione dei Diritti è la Costituzione di tutti i popoli; le
altre leggi sono per loro natura mutevoli e subordinate a quella. Che
essa sia sempre presente a tutti gli spiriti, che splenda all’inizio
del vostro codice di diritto costituzionale; che il primo articolo di
questo codice sia la garanzia formale di tutti i diritti dell’uomo.
Che il secondo dichiari che qualsiasi legge che li ferisca è tirannica
e nulla; che essa Dichiarazione sia portata con solennità nelle vostre
cerimonie pubbliche, che colpisca lo sguardo del popolo in tutte le
sue assemblee, in tutti i luoghi dove risiedono i suoi mandatari, che
sia scritta sui muri delle nostre case; che sia il primo insegnamento
dato dai padri ai loro figli.
Mi si domanderà forse in che modo, con delle precauzioni tanto sicure
contro i magistrati, io possa assicurare l’obbedienza alle leggi e al
governo. Rispondo che io l’assicuro abbondantemente proprio per quelle
stesse precauzioni. Rendo alle leggi ed al governo tutta la forza che
sottraggo ai vizi degli uomini che governano e che fanno le leggi.
Il rispetto che ispira il magistrato dipende molto di più dal rispetto
che egli stesso porta alle leggi che dal potere che usurpa; e la
potenza delle leggi sta molto meno nella forza militare che la
sostiene che la loro concordanza con i principi della giustizia e con
la volontà generale.
Quando una legge ha per principio l’interesse pubblico, essa ha il
popolo stesso come sostegno e la sua forza è la forza di tutti i
cittadini di cui essa è l’opera e la proprietà. La volontà generale e
la forza pubblica hanno un’origine comune. La forza pubblica è per il
corpo politico ciò che per il corpo umano è il braccio che esegue
spontaneamente ciò che la volontà comanda e respinge tutti gli oggetti
che possono minacciare il cuore o la testa.
Quando la forza pubblica non fa che secondare la volontà generale, lo
Stato è libero e pacifico; quando la contraria, lo Stato è asservito e
in tumulto.
La forza pubblica è in contraddizione con la volontà generale in due
casi: o quando la legge non corrisponde alla volontà generale; o
quando il magistrato la usa per violare la legge. Ed è questa
l’orribile anarchia che i tiranni hanno imposta in tutte le epoche con
i nomi di tranquillità, di ordine pubblico, di legislazione e di
governo: tutta la loro abilità consiste nell’isolare e reprimere con
la forza i cittadini per asservirli ai loro odiosi capricci che
abbelliscono con il nome di legge. Legislatori, fate delle leggi
giuste; magistrati, fatele eseguire religiosamente ; che sia qui tutto
il vostro impegno politico e offrirete al mondo uno spettacolo
sconosciuto: quello di un grande popolo libero e virtuoso.
Art. 1 – La Costituzione garantisce a tutti i Francesi i diritti
imprescrittibili dell’uomo e del cittadino enunciati nella precedente
dichiarazione.
Art. 2 – Essa dichiara tirannico e nullo qualsiasi atto legislativo o
di governo che li violi.
Art. 3 – La Costituzione Francese riconosce come solo governo
legittimo quello repubblicano, né altra repubblica se non quella
fondata sulla libertà e sull’uguaglianza.
Art. 4 – La Repubblica Francese è una e indivisibile.
Art. 5 – La sovranità risiede esclusivamente nel Popolo Francese.
Tutti i funzionari pubblici sono i suoi mandatari; esso li può
revocare nello stesso modo in cui li ha eletti.
Art. 6 – La Costituzione non riconosce altro potere che quello del
popolo sovrano. Le diverse porzioni di autorità esercitate dai singoli
magistrati non sono che funzioni pubbliche che esso delega loro per il
vantaggio comune.
Art. 7 – La popolosità e l’estensione della Repubblica costringono il
popolo Francese, per esercitare la propria sovranità, a dividersi in
sezioni; ma i suoi diritti non sono né meno reali né meno sacri che se
deliberasse al completo, in un’assemblea unica.
Di conseguenza nessuna sezione del (popolo) sovrano può essere
sottomessa né influenzata, né agli ordini di alcuna autorità
costituita e i mandatari che attentino sia alla libertà, sia alla
sicurezza, sia alla dignità di una porzione del popolo sono colpevoli
di ribellione contro il popolo intero.
Art. 8 – Affinché l’ineguaglianza dei beni non distrugga l’uguaglianza
dei diritti, la Costituzione vuole che i cittadini che vivono del loro
lavoro siano indennizzati per il tempo che consacrano agli affari
pubblici nelle assemblee del popolo dove la legge li chiama.
Art. 9 – La durata delle funzioni dei mandatari del popolo non può
eccedere i due anni.
Art. 10 – Nessuno può esercitare contemporaneamente due incarichi
pubblici.
Art. 11 – Le funzioni esecutive, le funzioni legislative e le funzioni
giudiziarie sono separate.
Art. 12 – La Costituzione non vuole che la legge ostacoli la libertà
individuale se non a vantaggio del bene pubblico; essa lascia ai
cittadini comuni il diritto di regolare i loro affari in ogni campo
che non riguardi l’amministrazione generale della Repubblica.
Art. 13 – Le deliberazioni dei corpi legislativi e di tutte le
autorità costituite saranno rese in pubblico; la Costituzione esige la
massima pubblicità possibile. Il corpo legislativo deve tenere le sue
sedute in un luogo in cui possano trovare posto dodicimila spettatori.
Art. 14 – Ogni funzionario pubblico è responsabile nei confronti del
popolo.
Art. 15 – Sarà istituito un tribunale con l’unica funzione di
giudicare delle loro prevaricazioni.
Art. 16 – I membri del corpo legislativo non potranno essere
perseguiti da nessun tribunale costituito a causa delle opinioni che
avranno espresso nell’assemblea: ma allo scadere delle loro funzioni
la loro condotta sarà solennemente giudicata dal popolo che li aveva
eletti. Il popolo si pronuncerà soltanto su questo punto: questo
cittadino ha corrisposto o no alla fiducia di cui il popolo lo aveva
onorato?
Art. 17 – I fatti concreti di corruzione e di tradimento che potessero
essere imputati ai funzionari pubblici, di cui si è parlato nei due
articoli precedenti, saranno giudicati dal tribunale popolare e i
loro delitti privati dai tribunali ordinari.
Art. 18 – Tutti i membri del corpo legislativo e tutti i membri degli
uffici esecutivi saranno tenuti a rendere conto delle loro ricchezze
entro due anni dallo spirare della loro carica.
Art. 19 – Quando i diritti del popolo siano violati da un atto
legislativo o esecutivo, ogni dipartimento potrà deferire l’esame al
resto della Repubblica; e nel termine che sarà stabilito, le assemblee
primarie si riuniranno per manifestare la loro opinione su questo
punto.
Art. 20 – La dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino sarà
collocata nella posizione più in vista nei luoghi in cui le autorità
costituite terranno le loro sedute; sarà portata, in forma solenne, in
tute le cerimonie pubbliche e costituirà il primo oggetto
dell’istruzione pubblica.