rimini.cuba
unread,Nov 7, 2009, 12:18:32 PM11/7/09Sign in to reply to author
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to Circolo "Josè Martì" Rimini
Buenas tarde a todos
scusate ma certi anniversari - soprattutto in tempi confusi ed incerti
come i nostri - non possono e non devono proprio passare sotto
silenzio; anzi da essi dobbiamo trarre l'ispirazione per il nostro
agire politico e sociale quotidiano, ricordandoci magari un po' più
spesso che abbiamo scelto una parte politica la quale si propone di
cambiare il mondo.
Eccovi dunque un bel articolo di Alexander Hobel, tratto dall'Ernesto
e dedicato alla Rivoluzione d'Ottobre, evento fondamentale nella
storia dell'umanità nonché (ed ecco l'attinenza) sorella maggiore
della Revoluciòn Cubana.
Buona lettura
Perché ricordiamo la Rivoluzione d’Ottobre
di Alexander Höbel
su L'ERNESTO del 06/11/2009
A 92 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e
chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che
anche date come il 14 luglio 1789 continuano a essere giustamente
ricordate e celebrate, il punto centrale è un altro; e cioè che
continuiamo a pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del
mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la lezione del
leninismo – siano tuttora fondamentali.
Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che
quella Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra
imperialista – la I Guerra mondiale – che stava devastando il mondo,
trasformò l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale in
un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la leva essenziale
della dissociazione della Russia – ormai Russia dei soviet – da quella
“inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza annessioni
(anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto
che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante
forze democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte
conseguenti. Gli altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione –
quelli sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei grandi
impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle nazionalità e il
criterio della libera adesione al nuovo Stato – costituirono le prime
realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato
prima della presa del potere: anche in questo caso, una coerenza tra
il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.
In secondo luogo, la soluzione rivoluzionaria di quel conflitto
consentì di porre all’ordine del giorno – e di rendere per la prima
volta concreto, dopo il generoso tentativo della Comune di Parigi –
l’obiettivo della costruzione di un sistema economico e sociale
diverso, di un sistema socialista. Ciò implicava un primo tentativo di
dar vita a un’economia non più regolata dalla legge del profitto e
dalle stesse regole del mercato, che pure avevano una storia secolare,
realizzando un’organizzazione economica e produttiva il cui criterio
essenziale fosse quello del benessere collettivo anziché
dell’arricchimento individuale, e al fondo quello del prevalere del
valore d’uso di risorse e merci, anziché del loro valore di scambio,
che in regime capitalistico porta alla “mercificazione di ogni cosa”,
compresi ormai l’acqua, i semi da cui nascono i frutti, il corpo e il
DNA. Questa trasformazione costituiva un’impresa enorme, di portata
storica, che i bolscevichi dovettero affrontare senza poter contare,
come speravano, nella contemporanea trasformazione socialista dei
paesi europei più sviluppati (che avrebbe posto su basi strutturali
più solide il processo di transizione al socialismo), in un paese
arretrato, devastato dalla guerra e poi dalla guerra civile, invaso e
poi accerchiato da eserciti stranieri; un paese in cui la grande
maggioranza della popolazione era analfabeta e viveva e lavorava nelle
zone rurali. In un paese del genere, e con strumenti di calcolo rozzi,
lontani anni luce dai moderni computer e calcolatori, si sarebbe
dovuta avviare un’economia pianificata, che consentisse una
modernizzazione equa, uno sviluppo economico ma al tempo stesso
sociale e civile – e l’esempio dei paesi capitalistici ci mostra come
raramente questi elementi procedano assieme; e quello sviluppo ci
sarà, sebbene con contraddizioni drammatiche, errori e costi umani
pesanti.
Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema del
superamento del lavoro alienato, non solo nel senso
dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto che ha realizzato, ma
anche nel senso della scissione tra lavoro manuale e intellettuale,
tra funzioni direttive ed esecutive; il tutto contando, nella migliore
delle ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città industriali,
sulla catena di montaggio taylorista, uno strumento di produzione
rigido che, come è stato rilevato, ben difficilmente poteva costituire
la base di una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si tentò,
lasciando maggiore spazio al ruolo creativo e alle innovazioni dei
lavoratori, a una loro funzione anche direttiva, e poi, in anni di
maggiore sviluppo e benessere, allentando i ritmi di fabbrica in
misura tale che la competizione economica internazionale intanto
avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.
Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in un problema
più generale, quello del superamento della scissione tra dirigenti e
diretti, governanti e governati, e dunque al tema della democrazia –
intesa etimologicamente come potere del popolo –, del potere e dei
suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è essenziale per il tentativo di
superare la democrazia come delega, di andare al di là di una
democrazia meramente rappresentativa e formale, per affermare un
modello di democrazia diretta, sostanziale, basata sulla
partecipazione costante dei lavoratori, su un loro effettivo potere di
controllo e gestione, su funzioni di delega ben delimitate: il
contrario, insomma, di quella delega in bianco, professionalizzazione
della politica e quindi crisi della partecipazione e della stessa
democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici; e invece
qualcosa di simile a quello che si cerca di realizzare in esperienze
come quelle del Venezuela bolivariano e di Cuba, e soprattutto punti
essenziali della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione agli
ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e sulla necessità
di difendere e sviluppare questo modello, scongiurando il riproporsi
dei vecchi sistemi.
Come si vede, sono tutti obiettivi di portata storica, che alludono a
un vero e proprio salto di civiltà e a un processo anch’esso storico,
come peraltro preconizzavano Marx ed Engels. La Rivoluzione d’Ottobre
e l’esperienza complessa e articolata che ne seguì semplicemente non
potevano risolvere da sole questi problemi, vincere da sole e in 74
anni queste sfide. E tuttavia esse hanno costituito un primo,
gigantesco passo in questa direzione, hanno consentito l’ingresso
nella storia – stavolta da protagonisti – dei popoli coloniali e dei
paesi periferici e semiperiferici del sistema, avviando quello
smantellamento del modello coloniale che sarebbe proseguito nel
secondo dopoguerra; hanno costituito un input essenziale per
l’affermarsi dei diritti sociali nell’agenda politica mondiale,
favorendo con la loro stessa esistenza la costruzione di sistemi di
Welfare anche in Occidente.
Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella Rivoluzione
poneva sono oggi ancora più attuali di ieri: sono più necessari,
poiché solo un sistema economico che sostituisca all’anarchia del
mercato e alla produzione illimitata di merci la pianificazione
razionale delle risorse e il loro uso sociale potrà salvare il Pianeta
dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e della sete, dalla
catastrofe ecologica, dalle guerre per le risorse; e sono maggiormente
possibili, perché lo sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie
informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di calcolo,
e infine il passaggio stesso a un sistema produttivo più flessibile,
pongono basi enormemente più avanzate per un’economia socialista.
Dunque per chi come noi, marxisti e comunisti, crede nella storia e
nelle sue possibilità, l’Ottobre è un esempio ancora vivo; è una tappa
essenziale di quello che Domenico Losurdo definisce il lungo “processo
di apprendimento” delle classi e dei popoli oppressi per emanciparsi e
prendere nelle proprie mani la loro vita, scalzando le vecchie classi
dirigenti e superando la vecchia società. Per questo nel nostro
calendario il 7 Novembre sarà sempre segnato in rosso.