CIRCOLO CINEMATOGRAFICO CAPPUCCINI
Via Villa Clelia 12 Imola
Biglietto: intero € 5,00 - ridotto minori di 25 anni € 2,50.
Tessera di 5 ingressi: € 22,50.
Promozione: ingresso ridotto a € 2,50 per il venerdì a chi conferisce alla stazione ecologica Hera di via Laguna un elettrodomestico fuori uso, una batteria auto o olio vegetale / minerale esausto.
L’ingresso è riservato ai soci (tessera: € 2,50).
Venerdì 21 e sabato 22 febbraio ore 21
IL PASSATO di Asghar Farhadi
Ahmad arriva a Parigi da Teheran. Marie, la moglie che ha lasciato quattro anni prima, ha bisogno della sua presenza per formalizzare la procedura del divorzio. Marie ha due figlie nate da altre relazioni e ha un difficile rapporto con la più grande, Lucie. Ahmad viene invitato a non risiedere in hotel ma a casa e ha così modo di scoprire che Marie ha una relazione con Samir …
Farhadi ci ricorda che per guardare avanti nelle nostre esistenze è indispensabile prendere atto del passato (remoto o prossimo che sia) evitando di rappresentarlo a noi stessi grazie a rimozioni che rendano più accettabile il peso. Saranno lo sguardo ribelle del piccolo Fouad (figlio di Samir) e quello solo apparentemente rassegnato della coetanea Léa a provocare le prime crepe. Perché i bambini, come al cinema ci ha insegnato Vittorio De Sica, ci guardano e ci giudicano.
Interpreti: Bérénice Bejo (Marie), Tahar Rahim (Samir), Ali Mosaffa (Ahmad), Pauline Burlet (Lucie), Elyes Aguis (Fouad), Jeanne Jestin (Léa), Sabrina Ouazani (Naïma), Babak Karimi (Shahryar), Valeria Cavalli (Valeria); Origine: Francia, Italia; Anno: 2013; Soggetto e sceneggiatura: Asghar Farhadi; Fotografia: Mahmoud Kalari; Musica: Evgueni Galperine, Youli Galperine; Montaggio: Juliette Welfling; Produzione: Memento Films Production, France 3 Cinéma, Bim Distribuzione; Distribuzione: Bim (2013); Durata: 130’
Tutto, o quasi, nasce per colpa di una macchia su un vestito: qualcosa di incontestabile, ma di cui nessuno vuole prendersi la responsabilità. L’indizio non potrebbe essere più evidente: Il passato, il nuovo film di Asghar Farhadi scava nella storia dei suoi personaggi per farne emergere le “macchie” nascoste, capaci di aiutare a capire i comportamenti dell’oggi.
Premiato a Cannes con la Palma per la miglior attrice (Berenice Bejo), il film continua sulla strada già sperimentata dal regista iraniano nei precedenti About Elly (2009) e Una separazione (2011), quella di una narrazione che non dà nulla per scontato e offre allo spettatore la possibilità di scoprire, scena dopo scena e dialogo dopo dialogo, gli elementi utili per meglio capire la realtà. Ogni volta, però, col rischio di rimettere in discussione le conoscenze (e le certezze) accumulate fino a quel momento.
Questo metodo, che chiede allo spettatore un coinvolgimento che va al di là della semplice osservazione dei fatti (e su cui ritorneremo), è sembrato ad alcuni, ai tempi della prima proiezione a Cannes, “ripetitivo” e “meccanico”. Mi sembra un’accusa superficiale, che non tiene presente come al regista (anche qui unico responsabile della sceneggiatura) non interessi solo restare fedele a un suo personale stile di racconto, ma lo utilizzi per restituire il senso di un pessimismo più diffuso e invasivo, di una “tragedia quotidiana” con cui tutti dobbiamo fare i conti, capace di superare le storie singole dei personaggi per irradiarsi sulla realtà tutta. Una specie di invisibile gabbia che limita la libertà e che nelle primissime scene prende la forma di una parete di vetro che all’aeroporto separa Ahmad da Marie (lui è Ali Mosaffa, lei Berenice Bejo) e impedisce loro di comunicare.
L’uomo è tornato dall’Iran a Parigi per firmare le carte del divorzio dalla donna, da cui si era separato quattro anni prima. Una decisione voluta da entrambi, ma che finirà per riaccendere una serie di piccoli e grandi momenti di tensione, capaci di far tornare a galla un passato non completamente metabolizzato. O comunque una serie di fatti che continuano a influenzare il presente di tutti. Perché Ahmad si accorge subito che la vita di Marie (che a volte viene anche chiamata Marianne: un piccolo, ulteriore elemento di ambiguità…) non è così pacificata come lei pretende: la figlia maggiore Lucie sta fuori casa il più possibile; il nuovo compagno della donna, Samir (Tahar Rahim), sopporta con un certo imbarazzo che Ahmed dorma da loro (contro la volontà dell’ex marito che aveva chiesto di prenotargli un albergo); Marie e il piccolo Fouad, figlio di primo letto di Samir, hanno un rapporto molto conflittuale che l’amicizia con Lea, l’altra figlia della donna, non può sanare. E così, coinvolto dapprima da Marie nel tentativo di capire le ragioni delle ribellioni di Lucie, Ahmed scopre – e con lui lo spettatore – che ognuno nasconde o reprime nel proprio passato qualcosa che “sanguina” ancora e continua a far sentire la propria dolorosa influenza. A cominciare dalla moglie di Samir, in coma all’ospedale da otto mesi per tentato suicidio: solo colpa della sua cronica depressione (e della discussione con una cliente della tintoria del marito per una misteriosa macchia) o per qualche altra ragione?
Farhadi usa Ahmed e la sua apparente estraneità ai fatti per smontare i silenzi e le reticenze dietro cui tutti vorrebbero nascondersi ma di cui finiscono per fargli carico. Nemmeno lui appare totalmente “innocente” (perché quattro anni prima aveva lasciato tutti per tornare in Iran?) e spesso le sue scelte aumentano le tensioni invece che diminuirle. Ma questa è una voluta conseguenza del modo di fare cinema del regista, che usa i comportamenti e le frasi (a volte espresse solo a metà) dei suoi personaggi per scavare nella storia e illuminare un po’ meglio – e un po’ diversamente – la realtà dei fatti. Così che, scena dopo scena, finiamo per conoscere di più e forse capire un po’ meglio.
In questo modo il ruolo che Farhadi chiede allo spettatore non è più solo quello di un osservatore attento e partecipe, ma piuttosto quello di un detective capace di entrare in una relazione emotiva con la materia raccontata. Come succede nella vita reale, dove i comportamenti delle persone finiscono per coinvolgerci, innescando tensioni e passioni. E, come nella realtà, senza trovare una risposta a tutte le nostre domande. Proprio quello che succede nei suoi film, che si chiudono sempre su un dubbio e non su una certezza. E su un senso di malinconico fallimento che ci restituisce dallo schermo il senso dei nostri limiti e, come qui, di un amaro bilancio esistenziale. Perché spesso non siamo nemmeno artefici fino in fondo delle nostre scelte.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)