film della settimana: Disconnect

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Circolo Cappuccini

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Apr 2, 2014, 4:42:11 PM4/2/14
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CIRCOLO CINEMATOGRAFICO CAPPUCCINI

Via Villa Clelia 12 Imola

Biglietto: intero € 5,00 - ridotto minori di 25 anni € 2,50.

Tessera di 5 ingressi: € 22,50.

Promozione: ingresso ridotto a € 2,50 per il venerdì a chi conferisce alla stazione ecologica Hera di via Laguna un elettrodomestico fuori uso, una batteria auto o olio vegetale / minerale esausto.

L’ingresso è riservato ai soci (tessera: €2,50).

venerdì 4 e sabato 5 aprile ore 21

 

DISCONNECT di Henry Alex Rubin

 

In Disconnect si raccontano le relazioni ai tempi di internet, che si sa, sono notevolmente facilitate, non fosse altro perché si possono tessere rapporti senza metterci necessariamente la faccia. Storie a incastro per raccontare di internet i tranelli, le zone d’ombra, la capacità di far sparire insieme a volti e nome persino le identità. Ottimi dialoghi, montaggio serrato al servizio di una costruzione fatta di tasselli funzionali l’uno all’altro, attori bravi e incisivi a rendere credibile la sceneggiatura, capacità del regista di armonizzare i vari elementi narrativi puntando molto sui volti e i corpi quanto mai veri degli interpreti: questi gli ottimi ingredienti del film.

 

Interpreti: Jason Bateman (Rich Boyd), Hope Davis (Lydia Boyd), Frank Grillo (Mike Dixon); Origine: USA; Anno: 2012; Soggetto: Andrew Stern; Sceneggiatura: Andrew Stern; Fotografia: Ken Seng; Musica: Max Richter; Montaggio: Lee Percy, Kevin Tent; Produzione: LD Entertainment, Wonderful Film; Distribuzione: Filmauro (2014); Durata: 115’

Una donna che ha perso un figlio cerca conforto sulla Rete, senza immaginare che uno dei suoi interlocutori virtuali le sta rubando l’identità e ripulendo il suo conto corrente. Il poliziotto vedovo che si occupa di frodi on line non immagina che suo figlio tormenti in chat un compagno di classe. La giornalista in cerca di scoop riesce a intervistare un teenager che si spoglia davanti alla webcam di un sito porno. Tre storie che finiscono per intrecciarsi. «Ogni secondo nel mondo diciotto adulti restano vittime di crimini informatici, mentre lo scorso anno in Usa il 40% di studenti medi e delle superiori ha subito un atto di cyberbullismo», racconta Henry-Alex Rubin, candidato agli Oscar nel 2005 per il documentario Murderball. Per il suo debutto nella fiction, Rubin ha utilizzato un metodo da documentarista, facendo ricerche e interviste. Anche se non esente da difetti, specie nella convulsa e catartica parte finale, Disconnect resta un film importante, ben scritto e ottimamente interpretato (notevoli soprattutto Bateman, il padre del ragazzo fragile, e Skarsgård, l’ex militare rovinato on line). Da vedere e meditare.

(Stefano Lusardi – Ciak)

 

A prima vista il titolo, Disconnect, sembrerebbe improprio. Perché i tutti i personaggi del film di Henry-Alex Rubin sono semmai “overconnected” – tramite smartphone, pc portatili, tablet – ed è proprio questo il loro problema. Alla periferia di New York varie persone vivono autentici calvari per colpa del web, in una serie di vicende che si sfiorano o si connettono tra loro. Il diciottenne Kyle, che si esibisce in una chat erotica, stringe amicizia virtuale con Nina Dunham, reporter televisiva che lo convince a farsi riprendere in un’intervista per fare lo scoop. Una coppia di coniugi in lutto per la perdita del loro bambino, Cindy e Derek Hull, è rovinata da un misterioso interlocutore in chat della donna, il quale usa un virus trojan per rubare l’identità e la carta di credito del marito. Ancora più drammatica la sorte di Ben Boyd, liceale introverso vittima del cyberbullismo: due compagni di scuola lo attraggono col falso profilo Facebook di una ragazza, inducendolo a postare delle foto di lui nudo che poi diffondono; sconvolto, il ragazzo tenta il suicidio e finisce in coma. Protetto dall’anonimato Mike, uno degli autori dell’atroce scherzo, è scoperto sia dal proprio padre, investigatore specializzato in truffe informatiche, sia da quello della vittima. Un altro piano su cui il film è fortemente interconnesso riguarda poi i diversi episodi narrati: nella direzione di Rubin (regista di spot pubblicitari di un documentario nominato all’Oscar, Murderball, qui al debutto nel lungometraggio) le fila della sceneggiatura di Andrew Stern sono organizzate con sapienza in un arco narrativo che combina diversi generi – dramma familiare, suspenser, thriller – culminando in un teso epilogo a destini incrociati (dove è ridondante, però, l’uso del “rallenti”, sottolineato dalla musica emotiva di Max Richter). Un po’ come succedeva dell’ottimo Crash di Paul Haggis, Oscar 2006 come miglior film e migliore sceneggiatura. E ancora: è ben connesso il cast, composto da star di secondo livello (Jason Bateman, Andrea Riseborough, Alexander Skarsgard, Frank Grillo, Paula Patton…) organizzate in un ottimo gioco di squadra, cui contribuiscono efficacemente alcuni interpreti giovanissimi, più o meno al debutto sullo schermo. Che cosa è “disconnect”, allora, nel film che ha scelto di portare questo titolo? Sono i rapporti umani, evidentemente: scollegati da se stessi, i personaggi esercitano o subiscono la violenza della “rete” che, sotto la tutela vile dell’anonimato, permette di piratare dati sensibili, rubare identità, demolire psicologie adolescenziali, tentare mogli trascurate e quant’altro. Come si vede, l’argomento è di stringente attualità. E se coloro che parlano del web si dividono sempre più (per citare un celebre saggio di Umberto Eco pubblicato cinquant’anni fa) tra ‘apocalittici’ e ‘integrati’, Rubin milita risolutamente tra i primi, rappresentando l’universo virtuale – e i social network in particolare – come origine e causa prima di un presente disumanizzato. In ciò il suo film potrà apparire agli “integrati” frutto di un’“apocalittica” ideologia antitech vecchia e conservatrice (chissà che avrebbe da dirne oggi Marshall Mcluhan, il grande teorico dei media scomparso troppo presto?). Restano fuor di dubbio, in ogni caso, le buone intenzioni umanistiche del film che, dopo avere condotto tutti i personaggi sull’orlo della rovina, opta alla fine per un – relativo – ottimismo della volontà.

(Roberto Nepoti – La Repubblica)

 

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