CIRCOLO CINEMATOGRAFICO CAPPUCCINI
Via Villa Clelia 12 Imola
Ogni sera unica proiezione alle ore 21.00.
Biglietto: intero € 5,00 - ridotto minori di 25 anni €2,50.
Tessera di 5 ingressi: € 22,50.
Promozione: ingresso ridotto a € 2,50 per il venerdì a chi conferisce alla stazione ecologica Hera di via Laguna un elettrodomestico fuori uso, una batteria auto o olio vegetale / minerale esausto.
L’ingresso è riservato ai soci (tessera: €2,50).
Venerdì 22 e sabato 23 novembre 2013
UNA FRAGILE ARMONIA di Yaron Zilberman
Alla vigilia
di una nuova stagione i componenti di un quartetto dovranno fare i conti con la
malattia di Peter, l'Opera 131 di Beethoven e la vita che mette a dura
prova i loro sentimenti e la loro relazione. Tra colpi di scena e colpi di
archetto si 'accorderanno' perdendo la leggerezza ma ritrovando l'armonia.
Opera prima (di finzione) del documentarista Yaron Zilberman, Una fragile
armonia combina la malattia imprevedibile con la necessità programmatica di
osservare le cose da più punti di vista per non farsene travolgere. I punti di
vista sono quelli personali e professionali di quattro artisti inseparabili
nella vita come sul palcoscenico, chiamati a prendere coscienza del momento
drammatico, a ripensarsi e a ripartire trasformati.
Interpreti: Philip Seymour Hoffman (Robert Gelbart), Christopher Walken (Peter Mitchell), Imogen Poots (Alexandra Gelbart), Catherine Keener (Juliette Gelbart), Wallace Shawn (Gideon Rosen), Mark Ivanir (Daniel Lerner), Madhur Jaffrey, Liraz Charhi, Megan McQuillan, Marty Krzywonos, Anne Sofie von Otter, Sanjiv Hayre, Jasmine Hope Bloch; Produzione: RKO Pictures,; Distribuzione: Good films; Nazionaltà: USA (2011); Sceneggiatura: Seth Grossman, Yaron Zilberman; Musiche: Angelo Badalamenti; Durata: 105’
Invidie, gelosie, rancori, tradimenti. E per finire il veleno più insidioso di tutti. Quel miscuglio di convenienza pratica e spinta morale che ci rende capaci di convivere con tutto questo soffocandolo in fondo al nostro Ego, fingendo che i problemi non esistano. Fino a quando non esplodono. Il bello della vita è che a suo modo è molto democratica. Gli ingredienti di base sono sempre gli stessi, su qualsiasi livello sociale o culturale. Cambiano solo le forme in cui si esprimono, e neanche molto. Vedere per credere questo film molto raffinato, tutto girato nella New York più intellettuale, i cui protagonisti sono membri di un celebre quartetto musicale (ispirato in parte, dice il regista, al Quartetto Guarneri e al Quartetto Italiano). Quattro personaggi che hanno trascorso la vita insieme calibrando ogni nota, ogni minimo accento personale in nome della superiore armonia espressa dalla loro musica. Una simbiosi profonda che non può non investire le sfere più intime di ognuno di loro. Come scopriranno quando il più anziano del gruppo, il violoncellista e neovedovo Peter Mitchell (un sublime Christopher Walken, mai visto esprimere più emozioni con minor sforzo), si vedrà costretto a deporre l’archetto per una malattia che non perdona. Il Parkinson. Niente paura però. Non siamo in una serie tv. Siamo in un film impregnato di vita e cultura newyorkesi, esordio di un documentarista premio Oscar, Yaron Zilberman, che si apre citando T.S. Eliot e si chiude sulle note del quartetto opera 131 di Beethoven. Un film che non si vergogna, e perché dovrebbe, di convocare come comprimari pilastri della scena cittadina come Sotheby’s, il Metropolitan, la Frick Collection (mai filmata prima, pare). Dando al tutto un’autenticità che insieme alle eccellenti prove dei protagonisti rende particolarmente intensa e a tratti memorabile, malgrado un paio di stecche, questa storia che non sarebbe in sé originale. Salvo l’accuratezza davvero notevole dell’ambientazione e la profonda verità di accenti che esprime. Perché mentre la malattia finisce presto sullo sfondo, in primo piano crescono le reazioni incontrollate degli altri membri del quartetto. Il primo violino (Mark Ivanir, una specie di sacerdote della musica. Il secondo violino (Philip Seymour Hoffman) stufo di essere l’eterno secondo. La viola (Catherine Keener), moglie di quest’ultimo. La più colpita dalla malattia del violoncellista, per ragioni solo sue. Infine l’orgogliosa figlia di Hoffman e della Keener (Imogen Poots), violinista a sua volta, anche lei con i suoi conti in sospeso. Qua e là Zilberman alza fin troppo il tiro, qualcuno dirà che ci voleva Bergman, i cinici che è una soap per intellettuali. Ma è raro vedere film più credibili ambientati in mondi così chiusi.
(Fabio Ferzetti - Il Messaggero)
Suonare o vivere? Essere o non essere? La bella musica risveglia i sentimenti, ci porta in un tour scosceso di emozioni e aiuta il buon cinema a coltivare un plusvalore di sguardi, sospiri e freudiane raffinatezze. Due titoli sono imparentati con questo film: Quartetto Basileus di Carpi su un ensemble che cambia un elemento e va in crisi; Prova d’orchestra di Fellini sul miracolo e il mistero dell’armonia creati dalla musica. Come dice l’opera prima di Yaron Zilbermann, trattasi d’Una fragile armonia, pronta ad essere contraddetta dal mondo reale che con le sue note stonate combatte contro l’universo compiuto della musica. Specie col Quartetto in Do diesis min. op. 131, il preferito di Beethoven, che esigeva non ci fossero pause nei sette movimenti della partitura a rischio che gli strumenti (due violini, la viola e il violoncello) perdessero, in quaranta minuti, l’accordatura. Metafora chiara che investe il concerto del venticinquesimo compleanno di un quartetto nuovayorkese, quando uno di loro annuncia di soffrire di Parkinson, due coniugi litigano e la figlia della viola se la intende col primo violino. Girato in soli ventisette giorni in luoghi radical chic, Metropolitan e Frick Collection, in lungo, il film ha un perfetto impianto narrativo e un crescendo emotivo in balìa di affetti contraddittori nel contagio dei sentimenti che si accavallano. Il regista, nonostante Ludwig non ammetta pause, valorizza bene silenzi, interrogativi, suspense della musica che dovrebbe arginare i colpi di testa dei musicisti con tutto il loro ben noto corredo di baci e rivalità. La psicologia è di un film d’essai allargato, uno di quelli che danno la soddisfazione di scoprire che ci sono ancora quelle doti narrative affabulatorie di storie psicologiche da romanzo ottocentesco, di parole mai vane, dove ogni frase rimbalza sul discorso comune a tutti. I favolosi attori meritano una lode particolare: l’immenso Philip Seymour Hoffman, il nevrotico Christopher Walken, la gentile ma forse no Catherine Keener e il meno noto ma il più bravo ed introverso e seduttivo, Mark Ivanir.
(Maurizio Porro - Il Corriere della Sera)