CIRCOLO CINEMATOGRAFICO CAPPUCCINI
Via Villa Clelia 12 Imola
Biglietto: intero € 5,00 -ridotto minori di 25 anni € 2,50.
Tessera di 5 ingressi: €22,50.
Promozione: ingresso ridotto a€ 2,50 per il venerdì a chi conferisce alla stazione ecologica Hera di via Laguna un elettrodomestico fuori uso, una batteria auto o olio vegetale / minerale esausto.
L’ingresso è riservato ai soci (tessera: € 2,50).
Venerdì 7 e sabato 8 febbraio ore 21
BLANCANIEVES di Pablo Berger
La vicenda si svolge nel sud della
Spagna, presumibilmente in Andalusia, tra gli anni '10 e '20 del secolo scorso.
Carmen è una graziosa bambina, figlia del noto torero Antonio Villalta. L'uomo,
pur essendo facoltoso, è paraplegico e ridotto su una sedia a rotelle, dopo un
grave incidente nell'arena. Inoltre soffre per il dolore della perdita
dell'amata consorte, deceduta in occasione del parto della figlia. È accudito
da Encarna, un'infermiera ambiziosa e falsa. La donna, che brama il lusso e uno
status sociale elevato, riesce a sposarlo e diventa la matrigna di Carmen...
Berger ha reinventato la famosa favola dei fratelli Grimm in un contesto
tipico, vale a dire facendo riferimento in termini antropologici, culturali e
scenografici alla españoladas, vale a dire a un modo e a un'idea
"canonici" e "romantici" di rappresentare la Spagna (come
un Paese di toreri, zingari, ballerine di flamenco, ecc.) che risale al XIV
secolo. Peraltro il suo sguardo è profondamente ironico e ne risulta una
fantasia dark che mescola humour grottesco e accenti epici e tragici. In aggiunta,
per accentuare la sua rappresentazione eterodossa della favola, ha realizzato
un film muto (i dialoghi sono riassunti nelle didascalie) e in un vivido bianco
e nero.
Una sfida audace, forse meno accattivante di The Artist,
di Michel Hazanavicius, ma
con momenti sorprendenti.
Interpreti: Macarena García (Carmen), Maribel Verdú (Encarna), Ángela Molina (doña Concha), Daniel Giménez Cacho (Antonio Villalta), Pere Ponce (Genaro), Sofía Oria (Carmencita), José María Pou (don Carlos), Inma Cuesta (Carmen de Triana), Ramón Barea (don Martín), Emilio Gavira (Jesusín); Origine: Spagna, Francia; Anno: 2012; Soggetto: ispirato alla favola Biancaneve dei fratelli Grimm; Sceneggiatura: Pablo Berger; Fotografia: Kiko de la Rica; Musica: Alfonso de Villalonga; Montaggio: Fernando Franco; Produzione: Ibon Cormenzana, Jerome Vidal, Pablo Berger per Arcadia Motion Pictures, Nix Films, Sisifo Films, The Kraken Film, Noodles Production, Arte France Cinéma, in associazione con Mama Films, Ufilm e Ufund; Distribuzione: Movies Inspired; Durata: 104’
Un matador che nell’arena affronta sette tori in una volta. Un’infermiera che si prende cura di lui quando viene incornato e alla fine lo sposa. Una bambina che cresce con quella matrigna crudele imparando sulla propria pelle cosa significano l’umiliazione e il dolore. E su tutto la luce abbagliante di Siviglia, le mantiglie nere delle donne, le velette che esaltano e celano al contempo insidie e bellezze, il rituale feticistico della vestizione del torero, raddoppiato dai giochi erotici della sua perversa moglie infermiera. Spiati nel buio più fitto dalla figlia della prima moglie…
Dopo due chiassose e dimenticabili Biancaneve hollywoodiane, arriva dalla Spagna una versione gotica, muta e in bianco e nero della fiaba dei Grimm che finalmente ci fa sobbalzare sulla sedia. Il merito non è solo del mascherino in 1:33, delle immagini curatissime che esaltano suggestioni e perfidie del cinema muto, insomma del gioco con la nostra memoria cinefila, che potrebbe anche esaurirsi nelle prime sequenze. Ma di un adattamento e di un’ambientazione che si sposano a meraviglia con una scelta di regia così radicale, riprendendo dal muto ciò che il cinema ha perso trovando la voce: l’inquietudine, la meraviglia, la profondità delle immagini e dei sentimenti più estremi.
Blancanieves di Pablo Berger, ricoperto di premi in patria, è infatti ambientato nella Siviglia anni Venti (un po’ come se fosse stato girato all’epoca) ed è un trionfo di ombre ed efferatezze girato a ritmo di musica (memorabile la scena scandita dai battimani del flamenco) che si muove sapientemente a cavallo fra gotico e fantastico (con una lieve caduta di tono, inaspettatamente, quando dalla portentosa Carmencita-Biancaneve bambina si passa alla più insipida versione adulta).
Un occhio a Goya, l’altro ai mondi devianti di Tod Browning (il regista di Freaks), l’obiettivo puntato sugli occhi di animali e interpreti, che ispirano alcuni dei momenti più vertiginosi del film, Berger si spinge ancora più lontano di The Artist. E ci ricorda che il muto, con paradosso solo apparente, ha un grande avvenire.
(Fabio Ferzetti – Il Messaggero)
C’erano una volta i sette nani… e adesso sono rimasti solo in sei! È proprio uno di loro, in Blancanieves di Pablo Berger, ad accorgersi della mancanza rispetto alla versione canonica della favola dei fratelli Grimm. Mancanza voluta, ovviamente: perche ci sono sì la dolce e perseguitata eroina, la feroce matrigna e tutti i pericoli che ne conseguono; ma sono anche di più le folli variazioni, il gioco dei rimandi, le divertite strizzatine d’occhio allo spettatore. Il quale, oh meraviglia!, si trova nel bel mezzo di un film in bianco e nero e completamente senza dialoghi. Insomma, un vero “silent movie”, scelto non a caso per inaugurare (con grande successo) le ultime Giornate del cinema muto di Pordenone. Prima notevole variante: la storia ambientata in Andalusia, nei primi decenni del Novecento. Il padre della bella “Blancanieves” è un celebre torero, che finisce su una sedia a rotelle dopo essere stato incornato nell’arena; la matrigna, che se l’è sposato avendo di mira solo l’eredità, è una vera stregaccia, capace solo di raggiri, cattiverie, lussuriosi incontri con il losco autista. E la povera ragazzina, che altro può fare se non vagare per il mondo cercando fortuna? Diventerà lei stessa “matadora”, accompagnandosi a un gruppetto di buffi nani che girano il Paese partecipando a strampalate corride. Un gioco, ma non solo: Blancanieves è fantasia al potere, forza delle immagini, capacità di reinventare il grande schermo ricercando e ricreando la forza sorgiva delle origini. In una parola: Olé!
(Luigi Paini – Il Sole 24 Ore)