CIRCOLO CINEMATOGRAFICO CAPPUCCINI
Via Villa Clelia 12 Imola
Biglietto: intero € 5,00 - ridotto minori di 25 anni € 2,50.
Tessera di 5 ingressi: € 22,50.
Promozione: ingresso ridotto a € 2,50 per il venerdì a chi conferisce alla stazione ecologica Hera di via Laguna un elettrodomestico fuori uso, una batteria auto o olio vegetale / minerale esausto.
L’ingresso è riservato ai soci (tessera: € 2,50).
venerdì 17 e sabato 18 gennaio 2014 ore 21
OH BOY – UN CAFFE’ A BERLINO di Jan Ole Gerster
Niko Fischer ha poco più di vent'anni
e ha bisogno di un caffè. La fidanzata lo ha lasciato, lo sportello della banca
gli ha trattenuto la carta di credito, suo padre ha scoperto che ha lasciato
l'università e ha deciso di non passargli più il denaro mensile con cui lo
manteneva ... e, come se non bastasse, la fortuna si mette di traverso e non
c'è modo, per lui, di riuscire a prendere quel benedetto caffè… Da mattina a
sera, l'occhio meccanico diretto (per la prima volta) da Jan Ole Gerster segue
il pellegrinare di Niko nello spazio metropolitano berlinese e i suoi incontri
che piano piano lo conducono a fare i conti, in una sola volta, con il
presente, il passato e il futuro.
Bastano pochi minuti per capire la volontà del regista di ricreare un clima da
Nouvelle Vague francese, dove l'erranza, la musica, la scena artistica
contemporanea e la tragicommedia della vita quotidiana sono elementi
costitutivi e non accessori, e la dinamica tra artificio e autenticità si gioca
a carte scoperte.
Interpreti: Tom Schilling (Niko Fischer), Marc Hosemann (Matze), Friederike Kempter (Julika Hoffmann), Justus von Dohnànyi (Karl Speckenbach), Michael Gwisdek (Friedrich), Katharina Schüttler (Elli), Arnd Klawitter (Phillip Rauch), Martin Brambach (Jörg), Andreas Schröders (psicologo), Ulrich Noethen (Walter Fischer); Origine: Germania; Anno: 2012; Soggetto: Jane Ole Gerster; Sceneggiatura: Jane Ole Gerster; Fotografia: Philipp Kirsamer; Montaggio: Anja Siemens; Produzione: Schiwago Film, in coproduzione con Chromosom Filmproduktion, Hessischer Rundfunk (HR), Arte; Distribuzione: Academy Two (2013); Durata: 90’
Bianco e nero, commento jazz, echi nouvelle vague, una traccia che evoca «C’era una volta un merlo canterino» di Iosseliani, con la Berlino di oggi al posto della Georgia anni Settanta… Sarebbe facile inserire questo debutto di un giovane tedesco nell’affollata casella dei film “sotto influenza”. Invece Oh Boy ha stile, personalità, un tono tutto suo. Né ragazzo né adulto, Nico vaga ventiquattro ore per la città indeciso a tutto, e intanto incrocia tipi strambi, ex-compagne di scuola, coreografi irascibili, set di film sul nazismo, un padre che gioca a golf e se ne infischia di lui… Ognuno di loro rappresenta ciò che non vuol diventare. Altro per ora Nico non sa. Ma ce n’è abbastanza per allestire una tutt’altro che futile tragicommedia dell’immaturità. E ricordarci che il cinema tedesco oggi abbonda di nuovi talenti. Anche se in Italia ne arrivano pochini.
(Fabio Ferzetti – Il Messaggero)
Un’opera prima tedesca scritta e realizzata da un giovanissimo, Jan Ole Gerster, e subito fatta segno in patria a premi lusinghieri. Al centro, un altro giovanissimo, Niko, di cui prendiamo subito atto di una certa instabilità emotiva, quasi si muovesse nel nulla. La sua giornata comincia all’alba, con la costatazione che la ragazza con cui vive lo sta lasciando. Esce in fretta, alla vana ricerca di una tazzina di caffè – il leit motiv della storia – e un’altra delusione lo attende, il ritiro della patente di guida perché risultato positivo all’alcol.
Segue una delusione anche peggiore perché suo padre, scoperto che gli pagava dei corsi universitari senza che lui li frequentasse, gli ha tagliato il mensile. Una qualche consolazione, a questo punto, gliela dà un amico di vecchia data con il quale scarrozza su e giù per Berlino, la città dove vive ed è nato, fino al momento, però, che ritrovando una ex compagna di scuola a suo tempo afflitta da un’ingombrante obesità ora sconfitta, si sente proporre di fare l’amore con lei in risarcimento delle umiliazioni da lui ricevute in passato, ma poiché rifiuta è scacciato. Una sola manifestazione di affetto, da parte di una vecchia nonna di uno spacciatore dal quale aveva accompagnato il suo amico a rifornirsi. Per tutto il resto sempre nulla, il vuoto, se si eccettua, agli inizi, l’intrusione in casa di un vicino solo desideroso di raccontare a qualcuno i suoi dissapori con la moglie. È notte ormai e Niko in un bar incontra un vecchio che gli confida il suo triste passato durante il nazismo e che gli aumenta lo sconforto cadendo all’improvviso per terra, forse ubriaco, e finendo all’ospedale. Niko d’istinto lo segue e in attesa di sue notizie resta a sua volta in ospedale addormentandosi su una panca. Lo svegliano all’alba (sono passate ventiquattro ore…) e gli dicono che il vecchio è morto. Appare sullo schermo la parola “Fine”, come nei film d’una volta in bianco e nero. Anche questo è in bianco e nero ma senza voler imitare nessuno perché il regista se ne serve per far lievitare le immagini, sostenute da una musica jazz, fino a farci ritrovare la poesia di quel passato.
Dosando con finezza tutti gli atteggiamenti del protagonista sempre all’insegna di silenzi e di un voluto distacco che tende solo a enunciare dati e, in quelli, far risaltare le sfumature psicologiche più sottili. In una cifra che, pur con qualche spunto ironico, evoca soprattutto turbamenti. Vi dà rilievo l’interpretazione del protagonista, Tom Schilling, un ragazzetto con un po’ di cinema alle spalle, ma con un futuro che si annuncia già pieno di luci.
(Gian Luigi Rondi – Il Tempo)