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Circolo Cappuccini

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Dec 4, 2013, 4:44:08 PM12/4/13
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CIRCOLO CINEMATOGRAFICO CAPPUCCINI

Via Villa Clelia 12 Imola

Ogni sera unica proiezione alle ore 21.00.

Biglietto: intero € 5,00 - ridotto minori di 25 anni €2,50.

Tessera di 5 ingressi: € 22,50.

Promozione: ingresso ridotto a € 2,50 per il venerdì a chi conferisce alla stazione ecologica Hera di via Laguna un elettrodomestico fuori uso, una batteria auto o olio vegetale / minerale esausto.

L’ingresso è riservato ai soci (tessera: € 2,50).

 

Venerdì 6, sabato 7 e domenica 8 novembre 2013

 

VIA CASTELLANA BANDIERA di Emma Dante

 

Due auto con alla guida due donne, Rosa (Emma Dante) e Samira (Elena Cotta), si ritrovano a dover attraversare lo stesso tratto di strada in mezzo alle case, in una zona ai margini di Palermo tra il mare e la montagna, ma la via è troppo stretta perché entrambe le macchine vi possano transitare nei due sensi di marcia. Nessuna delle due protagoniste vuole retrocedere o cedere il passo all'altra... La storia acquista fin da subito una vocazione che va oltre il singolo dato di fatto, oltre l'episodio rappresentato. Si erge pian piano come una sorta di allegoria sociale non tanto di una zona geopolitica ben definita del nostro territorio, quanto piuttosto di una condizione che riguarda l'intera Italia, dove l'ambizione personale e il mito supremo dell'individualismo dominano incontrastati.

 

Festival di Venezia 2013: Coppa Volpi migliore interpretazione femminile a Elena Cotta

 

Interpreti: Emma Dante (Rosa), Alba Rohrwacher (Clara), Elena Cotta (Samira), Renato Malfatti (Saro Calafiore), Dario Casarolo (Nicolò), Carmine Maringola (Filippo Mangiapane), Sandro Maria Campagna (Santo), Elisa Parrinello (Concetta), Daniela Macaluso (Maria Grazia), Giuseppe Tantillo (Salvatore), Marcella Colaianni (Patrizia), Giacomo Guarneri (Natale); Nazionalità: Italia/Svizzera/Francia; Produzione: Marta Donzelli, Gregorio Paonessa, Mario Gianani, Lorenzo Mieli, Elda Guidinetti, Andres Pfaeffli, Marianne Slot per Vivo Film, Wildside, Ventura Film, Slot Machine con RAI Cinema in coproduzione con RSI Radiotelevisione svizzera, SRG SSR; Distribuzione: Istituto Luce Cinecittà; Anno di uscita: 2013; Origine: Italia/Svizzera/Francia (2013); Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di Emma Dante; Sceneggiatura: Emma Dante, Giorgio Vasta con la collaborazione di Licia Eminenti; Fotografia (Scope/a colori): Gherardo Gossi; Musiche: Fratelli Mancuso; Montaggio: Benni Atria ; Durata: 90’

 

Alla fine della proiezione di Via Castellana Bandiera, le possibili perplessità sull’esordio al cinema di Emma Dante si sono dissolte in un applauso convinto e caloroso: forse non è nato un nuovo autore cinematografico ma il suo film è forte e compatto, pieno di rabbia e di vitalità, tanto più sorprendente quanto lo spunto poteva sembrare a rischio. Nell’omonima via palermitana, dove la regista ha vissuto per anni e che la scenografa Emita Frigato ha ridotto a un budello, due auto si trovano muso contro muso: da una parte Rosa e Clara (cioè Emma Dante e Alba Rohrwacher) dall’altra una parte della famiglia Calafiore che si fa scarrozzare dalla suocera Samira (Elena Cotta). Nessuna vuole cedere il passo: questione di principio e di arroganza ma anche di rabbia (Rosa ha appena litigato con Clara e forse il loro amore è finito; Samira sembra cercare una “rivincita” sul genero che la schiavizza dopo la morte della moglie). È l’improvviso braccio di ferro coinvolge pian piano gli abitanti della strada, gli automobilisti che rimangono a loro volta bloccati, i sogni di guadagno di chi è pronto a raccogliere scommesse su «chi ha le corna più dure». Emma Dante deve provare un profondo amore-odio per la sua città (così come il suo cosceneggiatore Giorgio Vasta) perché il quadro che ne esce è angosciante e agghiacciante insieme: l’umanità è mossa dai sentimenti più bassi, il confronto diventa subito scontro, ogni parvenza di moralità svapora di fronte all’interesse all’arroganza. E la trovata della strada che man mano si allarga serve a sottolineare come la lite si regga sul bisogno di ribadire la propria forza non su un dato di fatto oggettivo. A volte lo stile manca di quella radicalità che a storia poteva richiedere: si capisce che la Dante è abituata a lavorare sui volti e sui corpi più che sulle inquadrature e le sequenze, ma il film ha un’energia contagiosa e l’immagine finale, con tutte quelle persone che sembrano lemming attratti dal vuoto, è di quelle che non si dimenticano.

(Paolo Mereghetti - Il Corriere della sera)

 


 

Circolo Cappuccini

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Dec 9, 2013, 8:14:32 PM12/9/13
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CIRCOLO CINEMATOGRAFICO CAPPUCCINI

Via Villa Clelia 12 Imola

Ogni sera unica proiezione alle ore 21.00.

Biglietto: intero € 5,00 - ridotto minori di 25 anni €2,50.

Tessera di 5 ingressi: € 22,50.

Promozione: ingresso ridotto a € 2,50 per il venerdì a chi conferisce alla stazione ecologica Hera di via Laguna un elettrodomestico fuori uso, una batteria auto o olio vegetale / minerale esausto.

L’ingresso è riservato ai soci (tessera: €2,50).

 

Venerdì 13 e sabato 14 dicembre 2013

 

VOGLIAMO VIVERE!  (To be or not to be)

Il capolavoro di Ernst Lubitsch

 

Joseph Tura e sua moglie Maria sono gli attori di punta di una compagnia teatrale polacca che vorrebbe allestire una satira antinazista ma viene bloccata prima dalla censura e poi dall'invasione e dall'occupazione della Polonia da parte di Hitler stesso...  Il capolavoro di Ernst Lubitsch torna in sala, in edizione restaurata e rimasterizzata, a ricordarci cos'è un film perfetto, perché non c'è altra descrizione possibile. Girato tra il 6 novembre e il 23 dicembre del 1941, combatte la sua guerra con le armi della finzione e della comicità ma anche della più grande poesia tragica (il monologo di Shylok), rivelandosi, specie a posteriori, di una complessità sofisticata e sorprendente, che non va mai a discapito della suspence o della risata incontenibile.

 

Interpreti: Carole Lombard (Maria Tura), Jack Benny (Joseph Tura), Robert Stack (Tenente Stanislas Sobinski), Felix Bressart (Greenberg), Lionel Atwill (Rawitch); Origine: USA; Anno: 1942; Produzione: Romaine Film Corporation; Distribuzione: Enic (1942), Teodora Film (2013); Sceneggiatura: Edwin J. Mayer; Durata: 99’

 

Che cos’è un capolavoro al cinema? Può essere un film che ci insegna a guardare in modo nuovo (come Roma città aperta o Rashomon), che rinnova i linguaggi (come Il vento o Fino all’ultimo respiro o La dolce vita) oppure ancora che sfrutta come meglio non si potrebbe le possibilità spettacolari offerte dal mezzo (come Via col vento o 2001 Odissea nello spazio o Un dollaro d’onore o Blade Runner). E poi ci sono i film di Lubitsch, che non rivoluzionano il cinema, non sovvertono le regole né fanno sfoggio di gigantismo, ma sono, semplicemente, perfetti. Senza sbavature, senza cadute di tono o di gusto, senza prosopopea ma con una misura che coincide con la perfezione e soprattutto con il totale appagamento dell’intelligenza e del piacere (che in Lubitsch, non dimentichiamolo, vanno sempre di pari passo). E To be or not to be, il film che Lubitsch girò nel 1942, è un capolavoro (non solo del regista ma della storia del cinema tout court). In Italia uscì subito dopo la guerra col titolo “retorico e melodrammatico” di Vogliamo vivere! e impiegò qualche decennio per essere apprezzato nel suo valore. Poi, dopo essere diventato uno dei titoli di punta della stagione dei cineclub, è praticamente sparito e neanche in dvd si trova più. Questo weekend esce nelle sale, grazie alla lungimiranza (e al coraggio) di una piccola casa di distribuzione, la Teodora, che lo presenta come dovrebbe succedere per tutti i capolavori: perfettamente restaurato, in edizione originale con i sottotitoli. Scommettendo sul fatto che anche l’Italia sia un Paese colto e adulto…

Il film racconta le disavventure della compagnia teatrale di Joseph e Maria Tura (lui è Jack Benny, lei Carole Lombard) che nella Varsavia dell’estate 1939 stanno recitando Amleto e preparando Gestapo. L’invasione tedesca del 1° settembre impedisce la messa in scena del secondo testo ma coinvolge tutta la compagnia nella lotta antinazista, soprattutto quando il giovane ufficiale Sobinski (Robert Stack) torna in patria dall’Inghilterra, dov’era fuggito, per smascherare il professor Siletsky (Stanley Ridges), finto partigiano e invece vera spia dei tedeschi. Dando inizio a una serie di disavventure che perderebbero forza a essere raccontate solo a parole. Perché la grande genialità di Lubitsch (e qui del suo cosceneggiatore Edwin J. Mayer) non è solo quella di creare delle gag che scatenino la risata (una per tutte: durante le prove della pièce Gestapo, l’ingresso del Führer in scena è salutato da una serie di «Heil Hitler», ai quali Hitler risponde imperturbabile: «Heil per me») ma di costruire una serie di legami e rimandi tra le scene che accendono l’attenzione dello spettatore per poi soddisfarla quando meno te l’aspetti (come la lamentela di una delle comparse, costretta a portare solo un’alabarda quando si sente perfetto per recitare il monologo di Shylock dal Mercante di Venezia. Vedrete al cinema quando avrà finalmente la sua grande occasione…). Non c’è mai niente di inutile nelle sceneggiature e nelle inquadrature di Lubitsch. Tutto ha senso e tutto ha una sua palese o nascosta necessità. Persino la situazione, già comica di suo, dell’ufficiale polacco che per corteggiare Maria Tura si alza e esce dal teatro ogni volta che il marito attacca il «To be or not to be» (da cui il titolo del film), disturbando tutti gli spettatori della sua fila e distruggendo l’amor proprio del prim’attore Joseph, che naturalmente legge quell’uscita come una critica alla sua recitazione… Persino quella scena troverà una sua corrispondenza quando meno te lo aspetti. «Bisogna sentire se suonano le campane» diceva Lubitsch ai suoi collaboratori per spiegare che ogni gag, ogni scena, deve risuonare alla perfezione, senza stonature. E in questo film non c’è una sola nota o una sola battuta che suoni falsa. Nemmeno quella del colonnello nazista Erhardt (Sig Ruman) che nel ’42 sembrava di dubbio gusto e oggi è entrata nelle antologie: interrogato sull’attore Joseph Tura, rispondeva «O sì, ricordo, l’ho visto una sera: faceva a Shakespeare quello che noi facciamo alla Polonia». E non ci addentriamo nei rimandi continui che il film fa al mestiere dell’attore, al bisogno/necessità di trasformarsi in persone diverse, al tema del teatro e della messa in scena dove lo spettatore è chiamato ad assecondare i camuffamenti degli uni ai danni degli altri, finendo così per far parte del gioco delle finzioni quasi senza saperlo. Né entriamo nel labirinto di specchi dietro cui si nasconde il tema del proprio dovere dove attori, soldati, resistenti e persino nazisti sono chiamati continuamente a confrontarsi con quello che devono o non devono fare… Diceva Billy Wilder, che del regista fu sceneggiatore e che teneva nello studio un cartello con scritto “Che cosa direbbe Lubitsch?” per ricordarsi di non accontentarsi dei compromessi e cercare sempre il meglio, diceva appunto Wilder che «nessuno è perfetto». Ma forse per Lubitsch anche lui avrebbe fatto un’eccezione.

(Paolo Mereghetti - Il Corriere della Sera)

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