L’omicidio di Abderrahim Fakir.
Razzismo di stato e soffocamento come pratiche di ordinaria repressione.
La morte di Abderrahim Fakir non è una fatalità. È il prodotto di un sistema che continua a trattare la sofferenza psichica come un problema di ordine pubblico anziché come una domanda di cura. È inaccettabile che un uomo, in evidente stato di confusione, venga immobilizzato quando ormai incapace di reagire e che non siano state immediatamente attivate tutte le procedure necessarie a salvarne la vita.
La morte di Abderrahim Fakir si iscrive in una storia che attraversa il nostro Paese. È la storia di chi muore al cospetto di chi dovrebbe curarlo o mentre è affidato alle istituzioni che dovrebbero proteggerlo (come è già accaduto a Francesco Mastrogiovanni, ad Andrea Soldi, a Riccardo Magherini, a Wissem Ben Abdel Latif e - gridiamolo forte - a Elena Casetto che di anni ne aveva solo 19 quando nel 2019 è morta inalando fumi senza potersi liberare dal contenimento meccanico che la obbligava al letto, nel reparto del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo dove era ricoverata); ma è anche la storia delle vite migranti spezzate dalla violenza istituzionale, dallo sfruttamento e dalla disumanizzazione perpetuata senza soluzione di continuità da forze dell’ordine, datori di lavoro, comuni cittadini, finanche minorenni (come per Moussa Diarra, Alika Ogorchukwu, Satnam Singh, Bakary Mako). Vicende diverse, che condividono un medesimo dispositivo: la trasformazione della sofferenza, della marginalità e della vulnerabilità in una questione di ordine pubblico anziché di cura e di diritti. È nel punto in cui queste storie si incontrano che dobbiamo interrogare ciò che sta accadendo oggi nella nostra società.
Quando la sofferenza viene affrontata come un problema di sicurezza e ordine pubblico, con strumenti di polizia; quando le istituzioni della cura si adeguano a protocolli che mettono a rischio la vita delle persone e rinunciano alla loro funzione di protezione; quando lo sfruttamento e il razzismo producono vite considerate sacrificabili, non siamo di fronte a semplici errori. Assistiamo all'affermarsi di una politica che intreccia esclusione, repressione e disuguaglianza, colpendo con particolare violenza le persone emarginate e razzializzate lungo le molteplici linee della depersonalizzazione.
L'etnopsichiatria critica ci ricorda che non esiste salute mentale senza giustizia sociale. Le istituzioni sanitarie non possono rifugiarsi nella neutralità quando la cura viene sostituita dalla coercizione o dalla passività di fronte alla violenza.
Per questo siamo accanto ai familiari, alle amiche e agli amici di Abderrahim Fakir e alle persone del quartiere che si sono riunite per chiedere giustizia. Con loro chiediamo che sia fatta piena luce su questo ennesimo omicidio, avvenuto per mano di operatori nell'esercizio delle loro funzioni pubbliche. Lo facciamo anche come operatrici e operatori della salute mentale: perché ogni volta che la cura viene sostituita dalla coercizione e la custodia si trasforma in violenza, è l'intero mandato delle istituzioni di cura a essere chiamato in causa, e noi con esso.
Un ultimo pensiero va a Carlo Giuliani, venticinque anni dopo il G8 di Genova. Vogliamo con forza tenere uniti questi destini, pensarli e ricordarli insieme, perché la violenza istituzionale non uccide una sola vita, una sola volta: lascia una sofferenza profonda nei familiari, nelle amiche e negli amici, nelle comunità che ne condividono il rabbioso lutto e in tutte le persone che, di fronte a queste morti premature, sentono che sarebbe potuto accadere anche a loro… Dobbiamo scavare lungo il solco di queste inedite identificazioni, sebbene nascano da traiettorie disgiunte e apparentemente opposte, come lo sono sintomo e protesta, per un dovere di memoria che non deve abbandonarci.
Associazione Frantz Fanon
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