Alcune affermazioni della collega Cannarozzo sono senz'altro
condivisibili, in particolare sulle critiche alla parzialità
informativa di Luppino (l'esistenza di Atenei che facciano pagare
tasse di ammissione esose è effettivamente possibile, ma non
documentata; la cadenza dei test, così come descritta nel giornale,
sembra favorire studenti che dopo aver fatto il test di Medicina in
una università vadano poi a farlo in un'altra, col vantaggio di
conoscere le domande... mentre i test di ammissione ad una tipologia
di studi sono, secondo i regolamenti, contemporanei ovunque, mentre si
tengono in giorni diversi i test di corsi diversi).
Al di là delle giuste rimostranze, vi è però l'osservazione
altrettanto giusta di Luppino circa il livello dei test. Per quanto
riguarda quello di Medicina, è in parte condivisibile il giudizio di
"idiozia" attribuito dal giornalista (e da molti candicati) a certe
domande cosiddette "di cultura generale", comunque numericamente
esigue e meno idiote di quelle formulate negli anni scorsi: in
effetti, al di là della preziosità della cultura (è giusto che un
medico sappia parlare e scrivere in buon italiano, conosca i
fondamenti storici su cui si basa la società, e così via), per la
professione medica appare francamente "idiota" che la capacità di
distinguere fra metafora, metonimia, similitudine, sineddoche e
perifrasi (quesito 15) sia posta allo stesso livello di importanza del
sapere quali siano le cellule del sistema immunitario responsabili
della sintesi degli anticorpi. E sono molte le domande che
presuppongono una cultura letteraria e storica ben più profonda di
quella impartita nelle scuole italiane.
Tuttavia, anche per le domande più specificatamente scientifiche la
Commissione ministeriale (di cui spero ardentemente che nessun collega
universitario, e meno che mai la collega di Palermo, si assuma il
controverso merito di essere stato partecipe) non sembra aver
brillato. Rimando ad esempio alla seguente pagina:
http://ulisse.ning.com/forum/topics/test-ammissione-a-medicina, che
evidenzia una certa superficialità applicativa della didattica della
fisica da parte di chi ha formulato il quesito. Come giustamente
richiesto nel post del prof. Giunta, nel quesito 72 occorreva
specificare le condizioni sperimentali: nel vuoto è giusta una
risposta, in aria può essere giusta la seconda (ove lo spazio percorso
sia sufficientemente ampio), in aria molto turbolenta è invece valida
l'ultima risposta (apparentemente la più assurda). D'altra parte,
persino per la commissione ministeriale la risposta non era
univocamente chiara, posto che è stata diramata una correzione
successivamente alla pubblicazione di quesiti e riposte.
Da tutte queste posizioni scaturisce, ancora una volta, l'incertezza
della validità intrinseca dei test, potendo avvenire (e spesso
avviene) che l'ammissione o la non ammissione dipendano da una-due
risposte giuste o sbagliate, e che chi non viene ammesso
nell'università A avrebbe potuto, fornendo le medesime risposte,
essere ammesso all'università B. Inoltre, riprendendo l'esempio su
citato, i docenti di medicina sono tutti d'accordo che è più semplice
far comprendere gli argomenti delle proprie lezioni a chi ha già
un'idea di come funzioni il sistema immunitario (pur ignorando tutto
di sineddoche e perfino di Gandhi) invece che a un perfetto letterato,
pur se con qualche rudimento scientifico di chimica o fisica imparato
a scuola, ma totalmente inadeguato all'apprendimento delle discipline
mediche.
E qui ritorniamo alla giusta osservazione della collega Cannarozzo:
nessuno riesce ancora ad orientare i futuri studenti verso il corso di
laurea più adatto a loro ed alle loro aspirazioni; è troppo difficile
per le nostre intelligenze? L'orientamento pre-universitario è forse
l'ultima spiaggia del sistema formativo, l'ultimo espediente da
tentare?
Io credo, come molti di noi (compreso, ritengo, il collega
d'Agostino), che se si dedicasse all'orientamento lo stesso impegno
organizzativo e finanziario che si dedica ai test di ingresso si
otterrebbero risultati più adeguati alle aspettative del sistema e
degli studenti, e perché no, anche dei docenti. E senza le polemiche
che annualmente si ripetono, né frustrazioni, né denunce (sia
giornalistiche, sia, talora, penali).