ANDU: Lettere morte a Repubblica e al Corriere

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Patrick Coppock

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Nov 13, 2009, 3:57:03 AM11/13/09
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===== Nel SITO in costruzione dell'ANDU (www.andu-universita.it) e' gia'
possibile trovare diversi documenti ======


Tutte le controriforme universitarie (finta autonomia finanziaria e
statutaria, finti concorsi locali, "3 + 2", ecc.) si sono avvalse del
pesante sostegno delle 'grande' stampa.
Anche per il DDL governativo su 'governance' e reclutamento la 'grande'
stampa si e' mobilitata ospitando articoli-spot e interventi dei soliti
opinionisti accademico-confindustriali.
Si scrive su cose che non si conoscono
e/o si inventa 'liberamente', senza
dare possibilita' ad altri di precisare e/o dissentire. La stampa da
'regime accademico' non lascia spazio: la demolizione dell'Universita'
statale voluta dalla Confindustria e dalla casta accademica va completata e
presto.

In particolare a Repubblica e al Corriere della Sera sono state inviate
due lettere: niente da fare, la liberta' di stampa di cui tanto si parla
non prevede di disturbare il manovratore.
Ecco le lettere non pubblicate:

1. LETTERA di Paola Mura dell'Universita' di Padova a Repubblica. La
lettera si riferisce all'intervento di Mario Pirani "O la Gelmini corre o
la riforma fallisce" su Repubblica dell'11 novembre 2009:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/09-11/091109/O2CS1.tif

2. LETTERA di Salvatore Nicosia dell'Universita' di Palermo al Corriere
della Sera. La lettera si riferisce ai vari articoli relativi al DDL
governativo sul Corriere della Sera del 30 ottobre 2009:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/09-10/091030/index.htm


============

1. LETTERA di Paola Mura a Repubblica NON pubblicata:

"Sono un professore associato dell'Universita' di Padova (una di quelle
virtuose il cui rettore fa riferimento ad AQUIS), e sono diventata tale con
un concorso fatto 'dopo il 1999', quindi "passata attraverso il filtro di
una sana competizione per merito" (Pirani su Repubblica del 9-11) e lavoro
nell'Universita' da più di trent'anni. Come spesso in questo periodo,
sull'Universita' mi ritrovo in totale disaccordo col giornale che su altri
temi rappresenta bene il mio pensiero. La valutazione assolutamente
positiva del 'DDL Gelmini' mostra infatti che delle due l'una: o non si e'
capito bene il contenuto del testo o non si conosce bene l'Universita'
italiana (o tutte e due).
Come si puo' sostenere che il parere favorevole dei rettori sia la
prova che il "metodo sia stato quello giusto e consenta di promuovere
scelte ampiamente condivise"? Il DDL dà ai rettori il piu' ampio potere di
gestione che abbiano mai avuto, sul modello dell'amministratore delegato di
un' impresa, che comanda e non coordina (in una visione miope e vecchia
anche dell'impresa). Certo che i rettori sono d'accordo. Ma l'Universita'
non e' un'impresa e non 'produce un prodotto' qualsiasi, produce cittadini
con le massime conoscenze possibili, nel nostro Paese, con gli investimenti
che sono a questo dedicati e con la preparazione che le scuole arrivano a
dare. Non ha per suo compito precipuo quello di sfornare quadri intermedi
per fabbriche manifatturiere. Tendenzialmente insegna a pensare e a
risolvere problemi nei vari campi in cui si esplica: curare malattie,
progettare (circuiti, nuove tecnologie, modalità abitative sicure,
strutture), cercare fonti di energia future, insegnare a gestire
un'economia non basata sulla finanza fine a se stessa, portare ad una
agricoltura e alimentazione sostenibile e sana, insegnare i valori, la
storia e gli aspetti culturali delle civilta', oltre a insegnare ad
insegnare, a tutti, persino a leggere, scrivere, far di conto e ragionare
in sequenza logica). Se l'industria italiana (sia la piccola industria che
caratterizza buona parte dell'Italia, sia Confindustria, che sta cercando
di ridurre l'Universita' a un suo bacino di raccolta di forza lavoro poco
qualificata, come e' il prodotto della mediocrissima universita' americana,
tolte le poche 'grandi') non vede in questo un 'prodotto interessante', il
problema e' suo, che rimane un industria piu' legata al XIX-XX secolo che
al XXI.
Nonostante le grida populistiche sul 'togliere potere ai baroni'
della ministra e di tutti quelli che le fanno il coro, questa 'riforma'
concentra tutto il potere nelle mani proprio dei baroni, intesi come
professori ordinari legati ai poteri forti, accademici ed extraaccademici,
gli unici che potranno fare parte degli organi di gestione, oltre agli
esterni nominati non si sa bene da chi e a quale livello. Ma lo sa il
ministro Gelmini che nei CdA delle universita' ci sono sempre stati
rappresentanti del territorio (enti pubblici, industria, commercio) e che
spesso non partecipavano alle riunioni, se partecipavano non prendevano
posizione e se la prendevano spesso non avevano capito tutti i lati del
problema?
Quanto ai concorsi, sia chiaro che quando si lascia l'ultima parola
alla prova locale, e' sempre il barone di turno che decide, e che non siamo
in presenza di nessuna tenure track, perche' la legge, proprio per non
toccare quel potere che tanto dichiara di voler smantellare, scrive che
gli atenei POSSONO decidere di chiamare chi ha fatto l'abilitazione
nazionale. E ci risiamo, se il tuo barone ti vuole, ti fa il concorso
locale (che continua, piu' o meno indirettamente, a gestire), se non ti
vuole, puoi anche essere il piu' bravo ma resti con la tua coccarda di
'idoneo', 'per la gioia dei bambini e per la gioia di mamma'.
Il risultato che stanno cercando in
tanti, da destra e da sinistra fin dal
1980 e' quello di distruggere la III fascia della docenza, che permette uno
sbocco credibile, dignitoso e utilissimo all'universita' per tutti quei
giovani che vorrebbero entrare nell'Universita' stessa e poter
contemporaneamente vivere (anche se non hanno famiglie abbienti alle
spalle) e di render l'Universita' statale un bacino eterodiretto, da sfruttare
Che tutto cambi perche' niente cambi
(anzi peggiori). Mi sembra di averlo
gia' sentito.

Paola Mura - Universita' di Padova"

=====

2. LETTERA di Salvatore Nicosia al Corriere della Sera NON pubblicata:

"Per l'ostinata, sentimentale convinzione che il Corriere sia sempre il
Corriere vorrei offrire l'altra meta' di solo alcune delle mezze verita'
delle quali e' fatto il paginone sul DDL sull'Universita' del 30 ottobre 2009.
Partecipazione dei privati al Consiglio di Amministrazione delle
Universita': in misura limitata e' prevista gia' dalle leggi attuali.
Aumentarla al 40% sarebbe naturale se Imprese, Fondazioni e mecenati
finanziassero la ricerca e la didattica al 40%; ma questo in Italia non
succede, ne' il DDL governativo lo prescrive come requisito. Che cosa
amministrerebbero questi signori allora? Denaro non loro, un'Istituzione
nella quale non rischiano nulla? Nessuna Universita' americana lo
ammetterebbe. Nessuna industria, banca o cooperativa di nessun Paese lo
accetterebbe.
Carriere dei ricercatori a contratto: nell'articolo sembrano ampie e
dritte. Nessuno in Redazione ha voluto scrivere un occhiello per ricordare
ai lettori che per le attuali norme sul pubblico impiego ci sara' solo 1
assunzione ogni 5 pensionamenti circa. Questa percio' diventera' in realta'
una fascia di docenti precari, che dovranno fare ricerca e didattica (come
quelli di ruolo attuali) ma alla fine dei sei anni saranno giudicati solo
sulla ricerca.
Stipendi dei prof: credo bene che lo
stipendio iniziale salirebbe a 2.100
euro: questo e' semplicemente l'attuale stipendio di un Associato. Sparisce
lo stipendio di 1.300 perche' spariscono i Ricercatori di ruolo. Meglio del
Mago Silvan.
Trovero' il professore in cattedra, esulta una studentessa. Giusta
aspirazione; ma in cattedra, o in Biblioteca o in Laboratorio ne trovera' 1
su 5 attuali. Dovra' dimenticarsi gli esami orali guidati, le revisioni dei
progetti a piccoli gruppi, le pazienti correzioni della sua Tesi inclusi
gli errori di grammatica.
Un complimento ai redattori dell'articolo bisogna pur farlo: per avere
trovato un vera perla, la studentessa di Chimica che mette in ridicolo il
Corso di Chimica dei coloranti. Una Chimica che e' vecchia quanto il mondo
(della porpora scriveva gia' Omero) ma sempre nuova. Se dalla lavatrice di
questa Vispa Teresa il bucato non esce tutto di un colore lo si deve
proprio a quella chimica: strano che in Italia occorra rammentare questi
semplici fatti.
Sinceramente

Salvatore Nicosia
Facolta' di Ingegneria
Universita' di Palermo"

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