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Date: Fri, 09 May 2008 13:09:17 +0200
Local: Fri, May 9 2008 7:09 am
Subject: [RK] Il malessere sociale in una società terapeutica
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http://sindominio.net/spip/espaienblanc/El-malestar-social-en-una-soc... *************************************************************************** ***** Il malessere sociale in una società terapeutica Prologo della rivista di Espai in Blanc nº 3-4: La società terapeutica Edito il 16.02.08, per Espai in Blanc Nel primo numero della rivista di Espai in Blanc incominciamo ad abbordare la relazione che esiste tra vita e politica. Non si tentava tanto di difendere un certo vitalismo-d'altra parte difficile da evitare quando non ci sono individui storici né orizzonti emancipatorios-come di incominciare ad esplorare la relazione stessa che lega vita e politica, o detto altrimenti, la molteplicità di sensi che si rinchiudono nella copula "e" che vincola entrambi i termini. Può affermarsi che la caratteristica definitoria dell'epoca globale nella quale stiamo consiste in che realtà e capitalismo si sono identificati. Questa identificazione si prodursi dopo una Gran Trasformazione di più di trenta anni che ha visto sparire quello che anticamente si chiamava "la questione sociale". non è necessario insistere, un'altra volta, che la sconfitta politica del Movimento Operaio sta nella base di queste considerazioni. La coincidenza tra capitalismo e realtà significa prima che niente che non c'è oramai fuori. Più esattamente che non c'è oramai fuori del capitale. Ancora dentro il marxismo classico sebbene rinnovato si è voluto catturare questa trasformazione come una subsunción della società nel capitale, e contemporaneamente, come una generalizzazione del lavoro a tutti gli ambiti della società. Qui è dove mette la vita mentre problematica. Subsunción implicherebbe che la vita (soggettività) affetti…) è messa direttamente a lavorare per il capitale. Questa analisi benché certo, sia insufficiente perché ignora giustamente quella molteplicità di sensi che contiene la relazione tra vita e politica, per quello che ci finisce spingendo verso una posizione politica sbagliata. Conseguenti con questo progetto crediamo che dovessimo passare di un paradigma dello sfruttamento ad un paradigma della mobilitazione globale. Evidentemente, questo transito non implica il fine dello sfruttamento capitalista bensì giustamente, al contrario, la sua massima esacerbazione. Da questa nuova prospettiva, non è che la vita sia messa a lavorare, è che la vita stessa smette di essere un dato obiettivo per trasformarsi in qualcosa di soggettivo: vivere è "lavorare" la nostra propria vita, o detto più chiaramente, vivere è gestire la nostra propria vita. Si è detto molte volte che il lavoro era la migliore terapia per avere controllati ai malati mentali, specialmente, ai più violenti. "Prendete ad un furioso, introducetelo in una cella, spezzerà tutti gli ostacoli e si abbandonerà alle più cieche cariche di furore. Ora contemplatelo trasportando terra: spinge la carriola con un'attività straripante, e ritorna con la stessa petulanza a cercare un nuovo fagotto che deve trasportare ugualmente: è verità che grida che giura insieme a conduce la carriola… Ma la sua esaltazione delirante non fa più che attivare la sua energia muscolare che si incanala in beneficio del proprio lavoro." S. Pinel: Traité complet du régime donataire dia aliénés. Paris 1836. Perché bene, oggi bisognerebbe affermare che la vita stessa è quella terapia. Una terapia di controllo e di dominio. Benché possa sembrare inusitato, l'effetto repressivo che giocava l'obbligo del lavoro si riformula come obbligo di avere una vita. Ora si capisce perché la tesi centrale alla quale arriviamo-e si tratta semplicemente di un corollario della definizione che stabilivamo dell'epoca globale-può riassumersi così: oggi la vita è il campo di battaglia. La vita, in questo senso, non consiste più che in un'attività privata il cui finalità è produrre una vita privata. Non siamo più che vite, privatizzate, mobilitate per riprodurre questa realtà fatta una col capitalismo. Questa mobilitazione globale prenota un destino differente ad ogni vita. Ad alcuni li trasforma in vite ipotecate, ad altre in residuali, ad altre in intraprendenti di se stessi. Il risultato è, tuttavia, comune per quanto in tutte esse lo stato che prevale è quello del "essere solo". Perché nella società-rete, in definitiva, essere connesso è paradossalmente essere solo. Il malessere sociale sarà il nome di questo no-potere, di quell'impossibilità di esprimere una resistenza comune e liberadora di fronte alle nuove condizioni della realtà. Il malessere sociale non è più che il blocco della strada verso una subjetivización politica capace di affrontare il mondo. Ma affinché la mobilitazione funzioni questo malessere sociale deve incanalarsi, e quell'arginatura deve comportare, in ultima istanza, il suo inutilización politico. Per ciò ogni dimensione collettiva del malessere deve essere cancellata: il malessere sociale sarà ricondotto ad una questione personale. Così ogni vita si adatta ed integra nella propria mobilitazione. Il volere vivere dell'uomo anonimo funziona allora dentro la mobilitazione, e come il suo principale propulsore. Di questa maniera, vivere finisce essendo sinonimico di mobilitazione. È per quel motivo che il potere deve essere fondamentalmente un potere terapeutico diretto a mantenere funzionando una società malata. Il potere terapeutico non passa tanto per l'internamento come per l'intervento su tutta la società. Il suo intervento non perseguirà curare, bensì prevenire, valutare rischi, chequear attitudini, e soprattutto, trattare ogni sposo come questione. Questo è il segreto del modo terapeutico di esercizio del potere. È importante descrivere sociologicamente questo malessere, e così rendere conto delle multiple malattie del vuoto (stati tremendi) depressioni…) che, sorte ovunque, gestisce il potere terapeutico. Ma il davvero importante, e è quello che c'interessa in realtà, è politicizzare quello malessere sociale. Di qui che la riflessione sulla società terapeutica debba andare accompagnata da un'analisi dello statuto della cosa politica attualmente. Che la vita è attualmente il campo, politico, di battaglia c'obbliga a pensare nuovamente che significa politicizzarsi, poiché la politicizzazione sembra essere essenzialmente un processo di autotransformación personale. Se ogni politicizzazione deve partire dalla propria vita, e bisognerà vedere quello che quello comporta, succede che una politica che si metta come oggettivo la politicizzazione dell'esistenza adotta, paradossalmente, la forma di una terapia. Questo risultato ha molto di autocontradictorio e è inaccettabile, per quanto la "forma" terapia implica l'esistenza di un esperto, ed in definitiva, una relazione gerarchica. Ma non è facile uscire dal pantano. Se forzosamente siamo obbligati ad avvicinare la nostra politica-la politica che spinge la politicizzazione dell'esistenza-ad una terapia, allora bisogna pensare una politica-terapia che si liberi della terapia stessa. Non sappiamo quale la strada è, ma siamo convinti della necessità di mirare più lontano dall'orizzonte terapeutico. Il Collettivo Socialista di Pazienti, SPK, difese coraggiosamente che bisognava "fare della malattia, un arma." Questo può essere un buon lemma per pensare l'interruzione della mobilitazione globale, ed affrontare così quella via che desconstruye da dentro stesso la propria terapia. *************************** El malestar social en una sociedad terapéutica http://sindominio.net/spip/espaienblanc/El-malestar-social-en-una-soc... Prólogo de la revista de Espai en Blanc nº 3-4: La sociedad terapéutica Publicado el 16.02.08 , por Espai en Blanc En el primer número de la revista de Espai en Blanc empezamos a abordar la relación que existe entre vida y política. No se trataba tanto de defender un cierto vitalismo – por otro lado difícil de eludir cuando no hay sujetos históricos ni horizontes emancipatorios – como de empezar a explorar la relación misma que liga vida y política, o dicho de otra manera, la multiplicidad de sentidos que se encierran en la cópula “y” que vincula ambos términos. Se puede afirmar que la característica definitoria de la época global en la que estamos consiste en que realidad y capitalismo se han identificado. Esta identificación se produce después de una Gran Transformación de más de treinta años que ha visto desaparecer lo que antiguamente se llamaba “la cuestión social”. No hace falta insistir, una vez más, que la derrota política del Movimiento Obrero está en la base de estas consideraciones. La coincidencia entre capitalismo y realidad significa antes que nada, que ya no hay afuera. Más exactamente, que ya no hay afuera del capital. Todavía dentro del marxismo clásico si bien renovado se ha querido aprehender esta transformación como una subsunción de la sociedad en el capital, y a la vez, como una generalización del trabajo a todos los ámbitos de la sociedad. Aquí es donde entra la vida en tanto que problemática. Subsunción implicaría que la vida (subjetividad, afectos…) es puesta directamente a trabajar para el capital. Este análisis aunque cierto, es insuficiente porque desconoce justamente esa multiplicidad de sentidos que contiene la relación entre vida y política, por lo que nos acaba empujando hacia una posición política equivocada. Consecuentes con este planteamiento creemos que tendríamos que pasar de un paradigma de la explotación a un paradigma de la movilización global. Evidentemente, este tránsito no implica el fin de la explotación capitalista sino justamente, al contrario, su máxima exacerbación. Desde esta nueva perspectiva, no es que la vida sea puesta a trabajar, es que la vida misma deja de ser un dato objetivo para convertirse en algo subjetivo: vivir es “trabajar” nuestra propia vida, o dicho más claramente, vivir es gestionar nuestra propia vida. Se ha dicho muchas veces que el trabajo era la mejor terapia para tener controlados a los enfermos mentales, especialmente, a los más violentos. “Coged a un furioso, introducidlo en una celda, destrozará todos los obstáculos y se abandonará a las más ciegas embestidas de furor. Ahora contempladlo acarreando tierra: empuja la carretilla con una actividad desbordante, y regresa con la misma petulancia a buscar un nuevo fardo que debe igualmente acarrear: es verdad que grita, que jura a la vez que conduce la carretilla… Pero su exaltación delirante no hace más que activar su energía muscular que se encauza en beneficio del propio trabajo.” S. Pinel: Traité complet du régime donataire des aliénés. Paris 1836. Pues bien, hoy habría que afirmar que la vida misma es esa terapia. Una terapia de control y de dominio. Aunque pueda parecer inusitado, el efecto represivo que jugaba la obligación del trabajo se reformula como obligación de tener una vida. Ahora se entiende porque la tesis central a la que llegamos – y se trata simplemente de un corolario de la definición que establecíamos de la época global – puede resumirse así: hoy la vida es el campo de batalla. La vida, en este sentido, no consiste más que en una actividad privada cuya finalidad es producir una vida privada. No somos más que vidas (privatizadas) movilizadas para reproducir esta realidad hecha una con el capitalismo. Esta movilización global reserva un destino diferente a cada vida. A unas las convierte en vidas hipotecadas, a otras en residuales, a otras en emprendedores de sí mismos. El resultado es, sin embargo, común por cuanto en todas ellas el estado que prima es el del “estar solo”. Porque en la sociedad-red, en definitiva, estar conectado paradójicamente es estar solo. El malestar social será el nombre de este no-poder, de esa imposibilidad de expresar una resistencia común y liberadora frente a las nuevas condiciones de la realidad. El malestar social no es más que el bloqueo del camino hacia una subjetivización política capaz de enfrentarse al mundo. Pero para que la movilización funcione este malestar social tiene que encauzarse, y ese encauzamiento debe comportar, en última instancia, su inutilización política. Para ello toda dimensión colectiva del malestar tiene que ser borrada: el malestar social será reconducido a una cuestión personal. Así cada vida se adapta e integra en la propia movilización. El querer vivir del hombre anónimo funciona entonces dentro de la movilización, y como su principal impulsor. De esta manera, vivir acaba siendo sinónimo de movilización. Es por eso que el poder tiene que ser fundamentalmente un poder terapéutico dirigido a mantener funcionando una sociedad enferma. El poder terapéutico no pasa tanto por el internamiento como por la intervención sobre toda la sociedad. Su intervención no perseguirá curar, sino prevenir, evaluar riesgos, chequear aptitudes, y sobre todo, tratar cada caso como particular. Este es el secreto del modo terapéutico de ejercicio del poder. Es importante describir sociológicamente este malestar, y así dar cuenta de las múltiples enfermedades del vacío (estados de pánico, depresiones…) que, surgidas por doquier, gestiona el poder terapéutico. Pero lo verdaderamente importante, y es lo que en verdad nos interesa, es politizar ese malestar social. De aquí que la reflexión sobre la sociedad terapéutica tenga que ir acompañada de un análisis del estatuto de lo político en la actualidad. Que la vida es actualmente el campo (político) de batalla nos obliga a pensar nuevamente qué significa politizarse, ya que la politización parece ser esencialmente un proceso de autotransformación personal. Si toda politización tiene que arrancar de la propia vida, y habrá que ver lo que eso comporta, ocurre que una política que se ponga como objetivo la politización de la existencia adopta, paradójicamente, la forma de una terapia. Este resultado tiene mucho de autocontradictorio y es inaceptable, por cuanto la “forma” terapia implica la existencia de un experto, y en definitiva, una relación jerárquica. Pero no es fácil salir del atolladero. Si forzosamente estamos obligados a acercar nuestra política – la política que impulsa la politización de la existencia – a una terapia, entonces hay que pensar una política-terapia que se libere de la terapia misma. No sabemos cuál es el camino, pero estamos convencidos de la necesidad de apuntar más lejos del horizonte terapéutico. El Colectivo Socialista de Pacientes (SPK) defendió valientemente que había que “hacer de la enfermedad, un arma.” Este puede ser un buen lema para pensar la interrupción de la movilización global, y encarar así esa vía que desconstruye desde dentro mismo la propia terapia. -------------------------------------------[ RK ] You must Sign in before you can post messages.
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