Dopo nove anni di trattative, la Repubblica Popolare Cinese e la
sorella ribelle Taiwan hanno raggiunto un accordo: dal 4 luglio
saranno autorizzati voli diretti tra le due capitali. 36 a settimana,
18 con velivoli cinesi e 18 con aeromobili taiwanesi. Dal 18 giugno,
invece, entrerà in vigore un regolamento che porta a 3000 il numero
massimo di viaggiatori che, ogni giorno, potrà volare da un Paese
all’altro.
Per la prima volta nella storia, quindi, i due Paesi saranno collegati
direttamente. Questa decisione non fa che dare sostanza al
riavvicinamento di cui, nelle ultime settimane, i leader di Pechino e
Taipei hanno tanto parlato.
Da sempre, chiunque dovesse spostarsi da un Paese all’altro era
costretto a fare scalo a Hong Kong o a Macao, ad eccezione delle
festività del capodanno cinese, quando, per facilitare il ritorno in
patria dei numerosi cinesi che vivono a Taiwan, un paio di anni fa il
governo di Pechino aveva approvato una deroga alla legge in vigore che
permetteva alle compagnie aeree di organizzare voli charter
occasionali.
I rapporti tra la madrepatria e la provincia ribelle, come la
definisce Pechino dal 1949, quando il governo di Chiang Kai-shek,
sconfitto dai maoisti, vi si rifugiò e fondò nell’isola la Repubblica
Democratica Cinese (la vera madrepatria, dichiarano i taiwanesi), sono
nettamente migliorati da quando, lo scorso maggio, i taiwanesi hanno
scelto come Presidente Ma Ying-jeou. Già in campagna elettorale, Ma si
era impegnato a migliorare i rapporti con Pechino, abbandonando le
velleità nazionaliste del suo predecessore Chen Shui-bian. Nonostante
sia necessario fare ancora molti passi avanti per poter parlare di
armonia e distensione, è indubbio che i rappresentanti dei due Paesi
abbiano mostrato oggi di essere quanto meno disponibili a esplorare la
via del compromesso.
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